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La seconda vita di Per Rontved

By 13 Settembre 2020

A 30 anni il danese è uno dei difensori più forti della Bundesliga, ma il calcio comincia ad annoiarlo. Un salto con il bungee jumping si trasforma in un dramma, procurandogli una paralisi alla parte sinistra del corpo. Segue un calvario di 5 anni prima di poter superare i problemi fisici e poter tornare a vivere normalmente

Nell’estate del 1979 mi contattò il Bayern Monaco. Avrei dovuto sostituire Beckenbauer che era andato a giocare negli Stati Uniti. Declinai l’invito, ma non solo. Decisi di lasciare il Werder Brema e di tornare in Danimarca. Avevo 30 anni e probabilmente sarei rimasto ai vertici del calcio europeo ancora per qualche stagione. Non mi divertivo più e così scelsi i Randers, in serie B. E magari se avessi accettato non sarebbe mai esploso Augenthaler”. Vive di emozioni e di attimi Per Rontved, oggi 71enne, un tempo tra i migliori difensori centrali del panorama internazionale.

Per sette stagioni è stato un pilastro del Werder Brema, uno dei gendarmi più eleganti ed efficaci della Bundesliga. Avrebbe potuto osare di più, firmando per il Bayern di Schwarzenbeck, Breitner, Maier e Rummenigge, ma decise di abbandonare le grandi platee e di rifugiarsi a casa sua, in Danimarca. Lo fece dopo aver rilasciato un’intervista bomba per quei tempi, denunciando la presenza del doping nel campionato tedesco. Anticipando di qualche anno Harald Schumacher, che per aver steso in piazza i panni sporchi del pallone teutonico fu costretto a ripiegare in Turchia, perdendo anche la maglia della nazionale.

Rontved no, continuò a onorare la casacca della Danish Dinamite fino al 1982, nonostante i suoi Randers fossero addirittura retrocessi in terza divisione. “In Danimarca sono tornato a vivere. A Brema avevo guadagnato bene, potevo in quegli anni togliermi il lusso di giocare per il piacere di farlo, senza pressioni e a distanza di sicurezza da un calcio che stava cambiando e che non mi regalava più emozioni”.

Con la Danimarca Rontved ha totalizzato 75 presenze, primo in assoluto ad aver vestito così tante volte la maglia degli scandinavi, scalzato poi negli anni dall’eterno Morten Olsen. Si ritirò nel 1983, tenendo a battesimo la generazione che da lì a poco tempo avrebbe stupito il mondo agli Europei di Francia e al mondiale messicano. “Elkiaer, Berggreen, Arnesen e Lerby sono un po’ figli miei. Sono stato il loro capitano. Li ho tenuti per mano, aiutando il ct Sepp Piontek che mi aveva allenato a Brema. Intuivo che sarebbe stata una generazione vincente, e se anche non sono arrivati trofei di rilievo, la Danimarca ha iniziato a diventare una delle realtà più importanti del calcio internazionale proprio in quegli anni. Abbandonando il guscio di eterna cenerentola”.

Rontved è stato un’icona del pallone danese, ma, paradossalmente, è diventato più importante e conosciuto nel mondo dopo aver smesso di giocare. Nel giugno del 1984, mentre la squadra di Piontek metteva in imbarazzo Jugoslavia e Belgio, lui si recò a Skanderborg, per cimentarsi assieme al fratello Kim (calciatore professionista negli Stati Uniti) nel bungee jumping. Purtroppo durante uno dei lanci adrenalinici l’elastico cedette e Rontved picchiò violentemente il capo contro una roccia. “La parte sinistra del mio corpo rimase paralizzata, ma decisi che non potevo arrendermi così. Ci vollero cinque anni, ma riuscii a tornare in possesso delle mie facoltà motorie”.

Un percorso che Rontved ha raccontato in alcuni libri e che l’hanno portato a tenere corsi motivazionali in Germania, Belgio, Olanda e nei paesi scandinavi. “Se ce l’ho fatta io, può riuscirci chiunque. E se devo essere sincero mi sento più giovane adesso di quando ero un’agonista”. Oggi Rontved fa la spola tra la sua città natale, Frederiksberg, e Mbabane, la capitale dello Swatziland. Nel minuscolo stato africano, grande quanto il Veneto, l’ex difensore danese è consulente per la locale federcalcio e viene stipendiato direttamente dal pittoresco (e discusso) re Mswati III, quello delle 14 mogli e delle 20 Rolls Royce che si vanno ad aggiungere alle 120 Bmw gelosamente custodite nei garage reali. “Non tocca a me certo giudicarlo – ci tiene a sottolineare – potrà essere discutibile, ma fa tutto alla luce del sole”. Sul calcio danese esalta le gesta del soldatino Daniel Wass. “Deve solo giocare in porta, poi si è espresso ad altissimi livelli in ogni ruolo. Ecco, se i giovani avessero la metà delle sue motivazioni, oggi la Danimarca sarebbe campione del mondo”.

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