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La Serie A delle rivoluzioni fallite

By 6 Febbraio 2021

In estate Genoa, Cagliari, Torino e Parma hanno cercato di imprimere un netto cambio di rotta alla propria storia puntando su allenatori con idee ben precise. Tre su quattro hanno già fatto marcia indietro

 

«La rivoluzione oggi no, domani forse, ma dopodomani sicuramente»

 

I dubbi erano tutti lì da vedere già a inizio ottobre, con il mercato chiuso al termine di un precampionato mai così compresso. Nonostante all’orizzonte ci fosse una delle stagioni più anomale della storia del calcio italiano, qualcuno aveva comunque deciso di rischiare. La scelta più forte era stata quella della Juventus, ma è paradossalmente più semplice provare il colpo a effetto quando la rosa è di primissimo livello. Diventa più difficile mettere in piedi e sostenere una rivoluzione se davanti ai tuoi piedi si apre all’improvviso il baratro della retrocessione.

Sono quattro le squadre che in estate hanno cercato di imprimere un netto cambio di rotta alla propria storia, puntando su allenatori che hanno bisogno di tempo e risorse adeguate  alle loro idee: Genoa, Cagliari, Torino, Parma. Lo hanno fatto in un contesto nel quale era complicato prevedere un successo a breve termine, con una finestra temporale ridottissima per una preparazione efficace e un mercato condotto in fretta e in furia. Tre su quattro hanno già fatto marcia indietro.

 

Il pugno di Ballardini

 (Photo by Paolo Rattini/Getty Images)

Il passaggio da Davide Nicola, che aveva condotto in salvo un Genoa smarritosi per gli stravolgimenti interni provocati dall’avvicendamento Andreazzoli-Thiago Motta, a Rolando Maran, doveva essere teoricamente il meno drammatico dei quattro che andiamo ad analizzare. Ciò che ha stupito fin da subito è stata però la decisione dell’ex tecnico di Cagliari e Chievo di rinunciare sin dalla partenza della stagione alla sua struttura tattica prediletta: chi si aspettava un Genoa con il 4-3-1-2, o ritoccato nella variante cagliaritana (4-3-2-1), si è dovuto prontamente ricredere.

Maran ha deciso di ricreare la tanto cara connessione fra le due punte utilizzando dall’inizio il 3-5-2, ritenuto probabilmente il sistema più affidabile per una squadra che disponeva di molti potenziali esterni a tutta fascia (Zappacosta, Ghiglione, Pellegrini, Czyborra). Non fidandosi delle capacità difensive dei suoi terzini, a meno di utilizzare la formula che Nicola aveva applicato con successo nella fase post lockdown, vale a dire quella con Criscito terzino sinistro (ma a inizio stagione 2020-21 il capitano genoano era fuori per infortunio) e uno tra Masiello e Biraschi a destra, Maran ha ritenuto di dover esplorare altre strade.

Foto Stefano Nicoli/LaPresse

Alle prime difficoltà, ha cercato di rilanciare l’amato rombo, ottenendo però soltanto un pareggio nel derby e una sconfitta contro la Roma, peraltro nel periodo in cui iniziava a farsi largo a suon di giocate Gianluca Scamacca. Più il Genoa faticava, più Maran andava regredendo, passando addirittura a un basico 4-4-2 in linea utilizzando come esterni di centrocampo prima Lerager e Pellegrini, nella versione più conservativa, quindi Ghiglione e Pjaca, in quella più offensiva.

Per settimane, i tifosi del Genoa hanno invocato il ritorno di Davide Ballardini, tempestando i social – non potendolo fare allo stadio – di gif con il tecnico intento a fare il gesto del pugno ai suoi calciatori. Alla fine, Preziosi ha fatto la cosa che gli riesce meglio, vale a dire richiamare il tecnico ravennate, che ci ha messo poco a rimettere in piedi un Genoa compatto come un blocco di granito, costruito attorno a un 3-5-2 ulteriormente rafforzato dall’arrivo in mediana di Kevin Strootman. L’olandese riesce a bilanciare perfettamente la presenza di una mezz’ala più offensiva come Zajc, ora i rossoblù sanno alternare momenti di pressione a fasi di attesa, puntando sulla capacità di Shomurodov di coprire enormi fette di campo in contropiede. E contro il Napoli, senza l’uzbeko, Ballardini ha ripescato il genio di Pandev, ancora impareggiabile quando si tratta di cucire il gioco tra centrocampo e attacco.

 

Morire per delle idee (altrui)

 (Photo by Alessandro Sabattini/Getty Images)

Se la transizione del Genoa verso Maran sembrava tutto sommato fattibile, e tutt’ora ci pare tramontata più per delle difficoltà riscontrate dal tecnico che per altre ragioni, l’operazione del Torino di passare da anni imperniati attorno ai principi di gioco cari a Walter Mazzarri ai concetti dei quali dovrebbe essere alfiere Marco Giampaolo risultava sin da subito difficile da immaginare.

Il primo problema era squisitamente legato agli uomini: una rosa modellata nel corso delle stagioni attorno al 3-5-2 dell’allenatore toscano, capace nel 2018-19 di issarsi fino alla zona Europa League, non poteva essere stravolta rapidamente nel mercato più complesso degli ultimi trent’anni. Giampaolo ha quindi cercato faticosamente di individuare all’interno della rosa gli elementi che potessero interpretare anche solo decentemente i dettami del suo 4-3-1-2: l’ipotesi che Verdi potesse essere il trequartista è scemata in fretta, mentre si era disimpegnato in maniera sufficiente Lukic.

Bonazzoli doveva essere il partner di Belotti arrivato dal mercato, ma non ha dimostrato di accoppiarsi bene al Gallo, lasciando spesso la maglia a quel Simone Zaza che ha ripreso a segnare, in maniera quasi beffarda, soltanto agli ordini di Nicola. Soprattutto, è mancato l’intero centrocampo. Rincon resta un giocatore di rendimento, ma il tentativo di trasformarlo nel vertice basso del rombo è stato tragico. Meité ha trovato tantissimo spazio, eppure i suoi unici momenti realmente positivi nel Torino rimangono quelli dei primissimi mesi agli ordini di Mazzarri, che ha aveva saputo convogliare la sua tendenza ad aggredire in avanti, via via svanita con il passare del tempo. Inoltre, Giampaolo è stato tradito anche dal pretoriano Linetty, fatto arrivare dalla Sampdoria per essere una delle due mezze ali titolari. Il polacco avrebbe dovuto rappresentare la guida per l’intero reparto, l’unico a conoscere i segreti delle catene laterali del calcio di Giampaolo, con la mezz’ala che deve spesso legarsi non solo con il terzino alle sue spalle ma anche con i movimenti ad uscire dal centro del campo dei due attaccanti.

(Photo by Francesco Pecoraro/Getty Images)

Infine, la difesa. Il passaggio alla difesa a 4 ha immediatamente portato fuori dalle rotazioni Izzo, passati nel corso di una stagione e mezza da oggetto dei desideri delle grandi a orpello inutilizzabile in una squadra che faticava a mettere insieme qualche punto. Giampaolo si è quindi affidato con più continuità ai difensori abituati a giocare a 4 (Bremer e Lyanco), visto che anche N’Koulou è gradualmente sfilato via dal ruolo di titolare, risucchiato da un imbuto di negatività ormai dall’estate 2019, quando da promesso sposo della Roma si era ritrovato ancora in granata, infilando una prestazione negativa dopo l’altra.

Giampaolo, stritolato da pareggi e sconfitte, ha ripetuto l’errore commesso al Milan: invece di insistere, nella speranza di vedere qualche miglioramento, si è appiattito sul ricordo del passato, tornando al 3-5-2 convinto di far rifiorire i suoi ragazzi. Il passaggio alla difesa a 3 si era già visto contro Sassuolo e Lazio, in entrambi i casi a gara in corso: a Reggio Emilia, come per magia, il cambio Verdi-N’Koulou aveva portato clamorosamente il Torino dall’1-1 all’1-3, salvo poi concedere due gol in un minuto al Sassuolo per il 3-3 finale. Copione analogo, anzi, ancora più doloroso, contro la Lazio; ancora una volta N’Koulou per Verdi, che in quelle gare era stato utilizzato da seconda punta al fianco di Belotti, e nuovamente un miglioramento nel punteggio, con il momentaneo 3-2 trovato all’88’ grazie a un disastro di Hoedt. Con i biancocelesti, però, proprio N’Koulou si è reso protagonista prima del mani che ha portato al rigore di Immobile, quindi allo svarione su palla inattiva che ha concesso a Caicedo il gol vittoria al 98’.

(Photo by Alessandro Sabattini/Getty Images)

Il nuovo Torino con il 3-5-2, forse pensato per affrontare un ciclo terribile (Inter-Sampdoria-Juventus-Udinese-Roma in 25 giorni), ha messo insieme la miseria di un punto, arrivato soltanto con il ritorno al 4-3-1-2 in corsa contro la Sampdoria. L’improvvisa rinascita (pareggio sfortunato contro il Napoli, vittoria larghissima a Parma, altro pareggio con il Verona) aveva illuso il pubblico granata, ma la pazienza è giunta a un limite dopo lo scialbo 0-0 contro lo Spezia di metà gennaio, arrivato con i liguri in inferiorità numerica per tutta la partita. Così come a Milano si era appiattito su un 4-3-3 al quale non credeva neanche lui, pur di non provare a rinunciare a quel Suso che stava rendendo il Milan ostaggio del suo modo di giocare, Giampaolo è saltato provando a giocare per un mese e mezzo un calcio al quale egli stesso non credeva.

Sparare sull’ex tecnico di Milan e Sampdoria è diventato facilissimo, alcuni siti hanno stravolto le sue dichiarazioni post Spezia, tramutando la frase «La nostra caratteristica non è quella di fare la partita, non è nelle nostre corde: oggi in 11 contro 10 dovevamo fare qualcosa di più e siamo stati poco lucidi» nel titolo «La superiorità numerica ci ha penalizzato», che è una sintesi sbagliata, sciatta, volgare, pura manipolazione di un concetto per ottenere click e risate sui social. Un tecnico come Giampaolo che arriva a dire che la caratteristica di una sua squadra non è quella di fare la partita sta già ammettendo il proprio fallimento, per quanto non imputabile esclusivamente alle sue capacità.

Davide Nicola si è presentato provando a dare una scossa prevalentemente caratteriale, ottenendo una bella risposta a Benevento, con la rimonta dal 2-0, raccogliendo il pareggio contro una Fiorentina ridotta in 9 per gli ultimi 20 minuti di gara e riemergendo dal triplo svantaggio in casa dell’Atalanta. Troppo presto per tirare le somme, ma l’impressione è che il mercato, in particolar modo l’arrivo di Mandragora, possa dare una sistemata a una squadra che, per conformazione, era lontanissima dalle idee dell’allenatore scelto in estate.

 

Qual è il calcio di Di Francesco?

 (Photo by Paolo Rattini/Getty Images)

Dopo essersi presentato sia a Roma che a Genova (sponda Samp) all’insegna del refrain «Il mio calcio», Eusebio Di Francesco ha decisamente aggiustato il tiro. Il tentativo di trasformare il Cagliari in una replica del suo Sassuolo, squadra che lavorava molto sulle catene laterali con lo scambio tra gli esterni d’attacco, che venivano molto all’interno del campo, e le mezze ali che rimanevano molto larghe sul terreno di gioco, è durato pochissimo: dopo sole due partite di campionato, il tecnico abruzzese aveva riconosciuto l’impossibilità di chiedere a Joao Pedro non tanto di partire come esterno d’attacco, quanto il sacrificio in fascia in fase di non possesso: «Non voglio imporre il mio calcio: il calcio è unico, cerco di proporlo per quanto è meglio per i ragazzi», dichiarava dopo la sconfitta contro la Lazio.

Il 4-3-3 è dunque diventato in fretta un 4-2-3-1, con Joao Pedro portato alle spalle di Simeone e le corsie affidate a Sottil (a sinistra) e Nandez a destra, anche se quest’ultimo a volte veniva riabbassato in mediana per testare nei tre trequartisti anche Rog. Le tre vittorie in quattro partite (Torino, Crotone e Sampdoria) hanno fatto pensare a un Cagliari in grado di rimanere fuori dalla lotta per non retrocedere, ma si è trattato di un fuoco di paglia. Come era già accaduto a Genova, Di Francesco ha confermato di avere enormi difficoltà nell’impostare un sistema difensivo realmente affidabile se la squadra non è compatta nel difendere in avanti: i centrali difensivi a disposizione non sembrano particolarmente adatti a una fase difensiva che prevede di lasciare grandi porzioni di campo alle spalle e il Cagliari, in 20 partite, ha incassato 38 gol, terza peggior difesa del campionato. Un bilancio reso meno pesante di quanto visto in campo (secondo le stime di understat.com, gli expected goals concessi dal Cagliari superano quota 43) soltanto grazie alle incredibili prestazioni individuali di Cragno.

 (Photo by Enrico Locci/Getty Images)

I rossoblù hanno imboccato il tunnel a partire da metà dicembre, da una sconfitta contro l’Inter che, senza i miracoli del portiere, avrebbe assunto proporzioni epiche. Due pareggi con Parma e Udinese, quindi sei sconfitte consecutive. Il 31 gennaio è arrivato il pari contro il Sassuolo al termine di una partita praticamente già vinta, mentre il Cagliari sta nuovamente provando a cambiare pelle. L’infortunio che ha tolto Rog dalle rotazioni ha costretto la società a intervenire sul mercato restituendo a Di Francesco una vecchia conoscenza come Duncan, inoltre è tornato in Sardegna Radja Nainggolan, che nel 4-2-3-1 impostato dal tecnico avrebbe potuto essere impiegato, teoricamente, solo nella casella riservata a Joao Pedro.

Per questo motivo, Di Francesco ha ripescato la formula che aveva utilizzato Maran lo scorso anno, con due trequartisti alle spalle di una sola punta, rinunciando dunque agli esterni d’attacco. Tutto fa pensare che possa essere questa la strada seguita dagli isolani da qui a fine stagione, a meno di ulteriori rivoluzioni, e l’ultimo giorno di mercato ha anche regalato al tecnico Daniele Rugani, la cui miglior annata in Serie A risale all’Empoli di Maurizio Sarri e a una squadra che amava tenere molto alta la linea difensiva. L’ex Juve dovrà ritrovare la migliore condizione e avrà bisogno di raggiungere presto l’intesa con Godin, difensore dal nome altisonante ma che non sembra fatto dal sarto per le idee tattiche di Di Francesco.

Se a Genova la piazza ha spinto Preziosi a rimettere in sella Ballardini, a Cagliari è accaduto qualcosa in totale controtendenza non solo con gli umori della città, ma con il calcio italiano: nel bel mezzo della crisi, il presidente Giulini ha deciso di rinnovare il contratto dell’allenatore. Un segnale di fiducia importante per Di Francesco ma che è parso soprattutto un messaggio ai giocatori: il tecnico è questo, scaricarlo non porterà a nulla di buono.

 

Le nubi del Parma

BERGAMO, ITALY – JANUARY 06: Parma Calcio coach Fabio Liverani looks on during the Serie A match between Atalanta BC and Parma Calcio at Gewiss Stadium on January 06, 2021 in Bergamo, Italy. (Photo by Emilio Andreoli/Getty Images)

L’esonero di Roberto D’Aversa era parso a tutti un salto nel buio. Il tecnico che aveva riportato il Parma in alto era stato allontanato alla fine di agosto, mossa figlia di un cambio societario che avrebbe voluto imprimere ai ducali una piccola rivoluzione anche nell’immagine. Forse il calcio di D’Aversa era ritenuto poco attraente, più orientato al risultato che al modo di ottenerlo. In panchina era quindi arrivato Fabio Liverani, retrocesso (ma con gli applausi della critica per il bel gioco) alla guida del Lecce.

All’addio di D’Aversa si aggiungeva inoltre quello di Daniele Faggiano, l’ex direttore sportivo, sostituito da Marcello Carli. Con la spinta del nuovo patron, lo statunitense Kyle Krause, il Parma ha condotto un mercato di difficile interpretazione, almeno nel breve periodo: dieci giorni di fuoco per portare in Emilia lo svizzero Sohm (2001), il rumeno Mihaila (2000), i due ’99 Busi e Valenti, il ’97 Brunetta, il 2000 Nicolussi Caviglia e due uomini teoricamente di maggiore esperienza come Osorio e Cyprien. Operazioni che si aggiravano intorno ai 45 milioni di euro di spesa, che hanno però finito per consegnare a Liverani una squadra inesperta e incompleta, oltre che poco adatta al suo modo di intendere il calcio.

Un cambiamento difficile, se non impossibile, da assorbire durante una stagione normale, figurarsi in una situazione del genere. Liverani è partito dalle sue certezze: la difesa a 4, una struttura di centrocampo e attacco che poteva variare dal rombo con due punte in avanti ai tre di centrocampo con due trequartisti e una sola punta. Come in tutti gli altri casi che abbiamo esaminato, però, non sono arrivati i risultati sperati. Il tecnico ha dovuto fare i conti con l’involuzione di Inglese e Cornelius, qualche problema fisico di Gervinho e, in generale, con una squadra assemblata troppo in fretta per funzionare da subito. Quando Liverani ha deciso di stravolgere i suoi, passando a un 3-5-2 figlio più dell’emergenza che di reale convinzione, ha subito l’inattesa presa di posizione di Krause, arrivata dopo il netto 3-0 di Roma.

 

 

Raramente, anche in un calcio come il nostro abituato ai presidenti-padroni, si era vista una linea dettata in maniera così netta. Liverani, recepito il messaggio, era tornato all’antico, ottenendo quattro risultati utili consecutivi. A costare la panchina al tecnico del Parma è stata, con ogni probabilità, la combinazione di sconfitte contro Crotone e Torino, ben più delle tre reti subite contro l’Atalanta che hanno portato all’effettivo esonero. Nel corso dei suoi mesi alla guida dei crociati, Liverani non ha mai saputo mettere in mostra i pregi che erano riconoscibili nel suo Lecce: una spiccata qualità nell’uscita del pallone del basso, la voglia di imporre il gioco tramite il possesso palla, le ricezioni dei trequartisti nei mezzi spazi, gli inserimenti degli intermedi di centrocampo a dare manforte alla punta. In compenso, il Parma aveva subito praticamente due gol a partita, troppi per non finire in zona retrocessione.

Il ritorno di D’Aversa ha stupito quasi quanto il suo esonero: non è semplice tirare una linea e pensare di poter ripartire da quello che il Parma aveva fatto in questi anni. Rispetto all’ultima stagione non c’è più un giocatore fondamentale come Kulusevski, la capacità realizzativa di Cornelius pare prosciugata (zero gol finora, stesso ruolino di Inglese), Bruno Alves ha un anno in più e quando l’anagrafe recita 27 novembre 1981 alla voce data di nascita non è un fattore da poco.

(Photo by Alessandro Sabattini/Getty Images)

D’Aversa, dopo una manciata di giorni, ha iniziato a chiedere rinforzi. In difesa è arrivato Mattia Bani, centrale che con Ballardini stava trovando poco spazio al Genoa e che potrebbe dare una mano a un reparto nel quale i nuovi acquisti estivi hanno fatto grande fatica a imporsi. A destra proverà a rilanciarsi Andrea Conti dopo stagioni tormentate dagli infortuni, la curiosità principale riguarda però gli arrivi di Zirkzee, diciannovenne attaccante che si è messo in mostra con il Bayern Monaco, e di Dennis Man, uno degli acquisti più cari degli ultimi anni in casa Parma (13 milioni di euro secondo Transfermarkt). La sensazione che qualcosa non funzioni nel reparto offensivo, almeno secondo D’Aversa, è stata confermata dalla decisione di riportare in Italia Graziano Pellé.

Diventa dunque scontato immaginare un Parma diverso: una squadra più prudente, disposta a restare bassa e a ripartire con Gervinho e Man sulle corsie, oppure appoggiandosi con la palla lunga su Pellé. La situazione di classifica è allarmante, il tempo stringe anche per uno come D’Aversa, che al momento del ritorno ha parlato in maniera sibillina: «Sono tornato per tutelare e difendere quello che avevamo costruito in tre anni e mezzo».

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