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La singolare scelta di Alexander Song

By 14 Novembre 2020

L’ex Arsenal e Barcellona ha deciso di chiudere la sua carriera nel campionato di Gibuti, uno dei meno competitivi di tutta l’Africa. «Non avevo più voglia di subire la pressione mediatica – ha spiegato – volevo tornare a giocare per puro piacere»

C’è qualcosa che unisce Roger Milla, antico leone indomabile, ad Alexander Song, e non è la medesima nazionalità. Sono entrambi figli del Camerun, bandiere in epoche diverse della nazionale africana più suggestiva del pianeta, ma è la condizione del riposo del guerriero a metterli uno a fianco dell’altro. Milla scelse di vivere gli ultimi palpiti di carriera alle Isole Reunion, Song ha optato per il minuscolo stato di Gibuti.

Ottant’anni fa Dino Buzzati nelle sue corrispondenze di guerra descriveva il Gibuti come una “terra in letargo”. Oggi il piccolo paese africano (grande quanto la Toscana) è in movimento perpetuo e coltiva un nuovo colonialismo selettivo. Pochi giorni dopo l’attacco alle Torri Gemelle il Pentagono individuò in Gibuti l’avamposto ideale per allestire la prima base americana anti-terrorismo in Africa, ispirandosi al quartier generale di Al Udeid in Qatar messo in piedi durante la prima Guerra del Golfo. In una sorta di rivisitazione di “arrivano i nostri”, sbarcarono centinaia di uomini dai giganteschi cargo atterrati sulla pista infuocata dell’Ambouli Airport.

In poche settimane l’area non molto distante dall’aeroporto venne battezzata “Camp Lemonnier”, e la terra rossa dovette fare spazio a una sterminata serie di installazioni militari, prefabbricati, colate di cemento armato e chilometri di filo spinato. I marines furono i primi, i novelli “conquistadores”, poi arrivarono, tra gli altri, gli italiani (nel 2013) e i francesi (2014). Tutti a caccia di terroristi e tagliagole? Anche, ma fu soprattutto la strategica collocazione geografica di Gibuti ad attirare le forze alleate come api sul miele.

Sacchi di aiuti provenienti dalla FAO e dagli Stati Uniti vengono scaricati a Gibuti nel febbraio del 2003.  (Photo by Sean Gallup/Getty Images)

Qui Alexander Song, 33 anni, ha deciso di percorrere il viale professionale del tramonto. Nei giorni scorsi ha firmato per l’Arta Solar 7, squadra di un campionato modesto e anonimo. Per la cronaca Gibuti non ha mai partecipato alla fase finale di un Mondiale. Non si è nemmeno qualificata per la Coppa d’Africa. E’ la quarta peggior squadra della CAF secondo il ranking della Fifa. Peggio di Gibuti solo Somalia, Seychelles ed Eritrea. “Non avevo più voglia di subire la pressione mediatica – racconta Song – ma tornare a giocare per puro piacere. Senza dimenticare che è anche un’opportunità per promuovere il calcio locale. La notizia del mio arrivo è stata accolta come una sorta di colpo di stato”.

Song vestirà i panni del leader di un gruppo di giovani dilettanti, ma al tempo stesso supervisionerà lo sviluppo delle categorie inferiori. Quando nel 2012 arrivò a Barcellona (proveniente dall’Arsenal per 20 milioni di euro) in molti sostenevano che sarebbe riuscito a riaccendere i motori del centrocampo blaugrana, ma l’esperienza catalana non gli regalato particolari soddisfazioni. Song disputò solo 65 partite con il Barça, 22 da da sostituto, segnando un gol prima di andare in prestito al West Ham per due stagioni. Le successive tappe al Rubin Kazan e al Sion non hanno lasciato emergere particolari momenti di gloria. Con l’Arta Solar 7 giocherà per il titolo nazionale e si cimenterà anche nella Confederation Cup africana, una sorta di Coppa Uefa del continente nero.

Roger Milla nel 1990 (Allsport UK /Allsport). 

Risorgerà? Oppure si accontenterà di un ritiro decoroso? Il precedente del connazionale Roger Milla potrebbe essere ben augurante. Accettò un ingaggio al limite del folklore, trasferendosi all’isola Reunion per firmare con la formazione locale del St. Pierroise. “Era il 1989 – ricorda l’ex centravanti – e avevo appena giocato una delle sue tante partite di addio al calcio a Yaoundé, davanti a centomila persone, ma qualche settimana dopo il pallone mi mancava parecchio. Le Reunion sono un paradiso terrestre. Il clima è meraviglioso. Sembra un luogo fatto apposta per mettersi alle spalle problemi, pensieri negativi e ripartire”.

Nell’autunno del 1989 si trasferì nella regione d’oltremare della Francia, a 600 km dal Madagascar. A guidare il St. Pierroise trovò l’allenatore francese Jean Claude Lucas. “Era convinto che non sarei più stato in grado di giocare al centro dell’attacco – rivela – sosteneva che avessi perso rapidità e mi consigliò di arretrare a centrocampo”. Lucas dovette ricredersi nello spazio di poche settimane perché Milla dopo quattro giornate di campionato aveva già messo a segno cinque gol. “Sono sempre stato un anarchico. Non ho mai avuto buoni rapporti con gli allenatori. Mi schierava davanti alla difesa, voleva che con lanci millimetrici mettessi i miei compagni nella condizione di andare a rete, ma al fischio d’inizio mi proiettavo in avanti. Segnavo e vincevamo le partite”.

Con Milla in campo il St. Pierroise trionfò in campionato e il piccolo stadio Volnay, in grado di contenere 5mila spettatori, si riempì all’inverosimile. All’epoca aveva 38 anni, ma il ct del Camerun, il russo Nepomniachi, decise di portarlo ai mondiali italiani. Il resto è storia nota, anzi è la leggenda di un calciatore che nelle notti magiche stravolse regole e convenzioni, trascinando il Camerun fino ai quarti di finale dell’iride.

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