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La Somalia gioca a calcio, nonostante la fatwa

By 6 Settembre 2019

Battendo lo Zimbabwe, per la prima volta nella storia la nazionale somala ha vinto una partita di qualificazione ai Mondiali. Un risultato straordinario soprattutto perché a Mogadiscio le Corti Islamiche vietano di prendere a calci un pallone e di seguire le partite in televisione

La Somalia ha vinto. Contro il terrorismo islamico prima ancora che nella storica partita di giovedì con lo Zimbabwe. Il gol di Anwar Sayid allo scadere ha riacceso la speranza, e forse ha smosso in qualche misura la coscienza di una nazione martoriata da decenni.

Le Stelle dell’Oceano, questo il nickname della selezione africana, brillano di luce propria e oscurano al medesimo tempo la fatwa, promulgata ormai tre lustri fa dallo sceicco di origini saudite Abdallah Al Najdj, che vieta il gioco del calcio. L’editto religioso è una sorta di appendice del Corano che regola questioni di attualità. Per lo sceicco infatti il calcio non sarebbe altro che un complotto ordito dall’occidente per corrompere gli animi della gioventù musulmana e distrarla dalla guerra santa.

In buona parte del Medioriente la fatwa, destinata a scatenare suggestioni più che a ispirare ai reali valori dell’Islam, non ha fatto breccia nella mente e nei cuori dei giovani, ma in Somalia, il cui potere è nelle mani dalle Corti Islamiche, è stata adottata alla lettera, alimentando con nuova benzina quel fuoco che sta consumando una nazione da parecchi anni sull’orlo del baratro.

La formazione della Somalia che giovedì 5 settembre ha battuto lo Zimbabbwe nella sfida di andata del primo turno delle Qualificazioni africane ai Mondiali di Qatar 2022.

A Mogadiscio e dintorni non solo è vietato prendere a calci un pallone, allo stadio come per le strade, ma anche seguire le partite dal televisore può risultare fatale. Con provvedimenti a dir poco drastici è stata interrotta l’erogazione di energia elettrica, sono stati sgomberati con la forza cinema, bar e locali pubblici. Qualsiasi luogo di aggregazione viene controllato dai miliziani, le tv occidentali sono state oscurate. Persino una connessione a internet si può considerare clandestina e fuorilegge.

Il 4 luglio del 2006 una coppia di fidanzati venne trucidata a colpi di mitra alla periferia di Mogadiscio perché si rifiutò di abbandonare un cinema durante la proiezione della semifinale dei mondiali tra Italia e Germania.

A volte però la passione sportiva riesce a unire ciò che guerre e terrorismo separano con la violenza. È il miracolo dello sport, un balsamo che lenisce ferite meglio di qualsiasi altro rimedio empirico, più efficace delle mediazioni o della diplomazia.

Mogadiscio, Somalia, 22 dicembre 2018 (Photo by Mohamed ABDIWAHAB / AFP)

A Mogadiscio il calcio è una parola tabù, ma la squadra nazionale continua a giocare, seppur a centinaia di chilometri dall’ex protettorato italiano. Per un musulmano estremista che impone a colpi di fatwa un oscurantismo degno del peggior medioevo, c’è un musulmano moderato che invece infonde qualcosa in più di una semplice speranza. Bashir Hayford è il commissario tecnico della nazionale somala da circa un anno e mezzo.

L’uomo che l’altra sera ha trascinato i suoi ragazzi a una storica vittoria nel primo turno di qualificazione ai mondiali in Qatar è un ghanese che allenava in patria la nazionale femminile. Ha preso il posto di un britannico, tale Callum Cawkwell, rientrato di corsa a casa quando un’autobomba è saltata in aria davanti all’albergo nel quale alloggiava. Hayford invece continua a vivere a Mogadiscio nonostante le continue minacce di morte e percepisce un piccolo rimborso dalla Fifa per allenare una squadra di esuli che difendono i colori della Somalia senza poter materialmente metterci piede.

“L’importante è sentirsi somali nel cuore e nel comportamento. Grazie a questa convinzione casa nostra è ovunque. Sono ormai vent’anni che la squadra non riesce a giocare una partita a Mogadiscio con la dovuta serenità», ha raccontato Hayford. «Prima c’era la guerra, ora con le Corti Islamiche è ancora peggio. Il campionato è stato sospeso da tempo immemore. Sembra quindi incredibile che esista una nazionale. Eppure anche ostacoli a prima vista insormontabili sono stati superati grazie alla passione e all’amore per lo sport”.

Mogadiscio, Somalia, 22 ottobre 2016 (Xinhua/Li Baishun)

Hayford ha scelto il minuscolo stato di Gibuti, dove la situazione politica non è delle migliori, ma la presenza del contingente militare francese garantisce almeno un’apparente tranquillità. La Coverciano somala ha le fattezze del piccolo e vetusto Stade du Ville, un campetto spelacchiato dove si radunano, a proprie spese, calciatori provenienti dai quattro angoli del mondo. Qui è spuntato un fiore, tra le macerie della guerra. Non è pallone da paillettes e lustrini, ma è calcio vero.

Luigi Guelpa

About Luigi Guelpa

Luigi Guelpa è nato nel 1971. Giornalista professionista, da 30 anni racconta l'Africa e il Medioriente per alcune tra le più importanti testate italiane.

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