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La storia da urlo di Marco Tardelli

By 24 Settembre 2020
Marco Tardelli

Compie 66 anni Marco Tardelli, icona vivente del Mundial 1982.  Ruvido, grintoso, talentuoso, permaloso, franco, lucido: è stato molto di più di quel gol alla Germania per cui è passato alla storia

Ha un sapore di casa nostra la storia di Marco Tardelli. Ci sono in effetti molti elementi tipici dell’italianità popolare: l’arte di arrangiarsi, il sacrificio quando serve, la capacità di esternare i propri stati d’animo, anche quelli scomodi, dunque di entrare in empatia con gli altri. Il che non significa essere per forza simpatici a tutti, ma come diceva Winston Churchill, «molto spesso avere un carattere significa avere un brutto carattere».

E a Marco il carattere non è mai mancato, perché è soprattutto con quello che ha fatto strada. Il futuro campione del mondo nasce a Capanne di Careggine, provincia di Lucca, il 24 settembre 1954. Fin da ragazzino vuole giocare al calcio ma deve fare presto i conti con i propri limiti. Ma anche con potenzialità che non lo fanno passare inosservato.

Se il fisico, un po’ gracile, non gli dà una mano, saranno la grinta e la corsa le armi per sopperire. «Io vengo dal calcio dell’oratorio e dall’Italia contadina – dirà poi in un’intervista – rubavo il pallone all’avversario e le susine dagli alberi del vicino. Il calcio per me era tutto. Anche se ho dovuto faticare per farlo capire in casa: ero magrolino, sudavo sempre, e mia madre, preoccupata, mi nascondeva le scarpe da gioco».

Marco Tardelli

(Foto Papi/LaPresse Archivio storico)

Oltre al carattere, reattivo fin da subito, c’è anche una tecnica di base già a buon punto, che nel corso degli anni andrà perfezionandosi. Dopo la crescita calcistica nelle giovanili del San Martino, esordisce in Serie C, nel Pisa, acquistato appena diciottenne per 75mila lire. È qui che la storia calcistica, tanto italiana, di Marco Tardelli ha inizio. Con il Pisa colleziona in due stagioni 41 presenze e va in gol 4 volte. Non male per un difensore di scarsa esperienza che ogni tanto si sgancia dalla propria area di rigore.

All’inizio del campionato 1974-75 il ragazzo è pronto per palcoscenici più impegnativi: il Como gli dà l’opportunità di giocare in Serie B in un’annata indimenticabile, quella che porta la piccola squadra lombarda nella massima Serie. Lui è uno degli artefici di quella promozione e il nome comincia a fare il giro degli addetti ai lavori che contano.

È la metà degli anni 70: proprio in quel 1975 la maggiore età in Italia passa dai 21 anni ai 18. A scanso di equivoci, proprio quell’anno Marco ne compie 21 ed è comunque pronto per il grande salto senza far firmare la giustificazione ai genitori. Nonostante una corte spietata da parte dell’Inter, è la Juventus di Giampiero Boniperti ad assicurarsi per 950 milioni (pagati cash) il cartellino di un promettentissimo terzino che corre per tre e che sembra quasi sprecato per marcare l’avversario di fascia.

Marco Tardelli

Sarà un altro pezzo di storia del calcio italiano a garantirne l’evoluzione tattica: Giovanni Trapattoni lo osserva in modo attento e vede in prospettiva. Poco alla volta Tardelli diventa un centrocampista. Uno di quelli che ti sfiancano, che non ti fanno respirare e che, a buon bisogno, sanno far ripartire l’azione come soltanto un interditore dai piedi buoni potrebbe fare.

Quando nell’aprile del 1976 si aprono le porte della Nazionale di Bearzot, qualcuno storce il naso: di sicuro lo convocano perché è della Juventus, sostiene qualcuno. Ma il discorso si potrebbe anche ribaltare: se è un giocatore della Juventus, un motivo ci sarà pure.

La verità è che nella compagine azzurra Marco Tardelli ci sta perché è forte. Passa per un temperamento nervoso, a volte umorale, ma senza di lui la difesa va in crisi e gli attaccanti fanno fatica a trovare palloni giocabili. Si dice che soffra di insonnia, specie durante le vigilie delle partite che contano, ma poi in campo è il più sveglio di tutti e quando gira lui, come per magia gira la squadra. Del resto, non si rimane per un decennio nella Juventus per caso o per abbaglio reiterato. Anche Enzo Bearzot si rende conto che il numero 8 della Juve è il vero perno del centrocampo e che intorno a lui si può costruire il gioco della Nazionale. Nel calcio di oggi sarebbe insostituibile, in quello di ieri… pure.

Si dicono tante cose di lui, anche che sia permaloso. Una volta, a un giornalista che gli ricorda un’ammonizione record rimediata dopo due secondi di gioco durante un Juventus-Milan per un’entrata durissima su Gianni Rivera replica seccato: «Ma vi ricordate di me solo per quel fallo?». Ovviamente non è così: il pubblico italiano si ricorda di Marco Tardelli anche per le tante imprese in bianconero e in azzurro. Per un gol che nel 1977 contribuisce in modo pesantissimo alla vittoria della Juventus in Coppa Uefa; per un palmarès che assomma 5 scudetti, 2 Coppe Italia, 1 Coppa Uefa, 1 Coppa delle Coppe, 1 Supercoppa Europea e 1 Coppa dei Campioni. Già, una Coppa dei Campioni. La sua ultima partita con la maglia bianconera coincide con la serata dell’Heysel.

Marco Tardelli

(©Lapresse Archivio storico)

Marco Tardelli è uno dei pochi protagonisti del 29 maggio 1985, forse l’unico, a essersi scusato in pubblico per avere festeggiato, quasi recitando un copione scritto da altri, una vittoria come quella. Uno dei pochi, sì: c’è anche chi ha raccontato di essere stato all’oscuro dei fatti e chi anni dopo è diventato una potenza politica del calcio internazionale ma non ha mai voluto affrontare l’argomento, se non per frasi di circostanza.

Dopo quella “vittoria al sangue” il numero 8 prende una decisione importante: considerazioni realistiche alla mano, il suo tempo a Torino è scaduto. Vivrà una seconda giovinezza all’Inter, senza vincere nulla ma dimostrando intatto tutto il valore. L’importanza di un giocatore si vede soprattutto quando quel giocatore non c’è: senza di lui il centrocampo della Juventus non è più lo stesso. La Juventus non è più la stessa. Dopo lo scudetto del 1986, il primo del quale Tardelli non può fregiarsi, ci vorranno nove anni per cucire di nuovo il tricolore sulla maglia bianconera. E forse neanche questo è frutto del caso.

Marco Tardelli chiude la carriera nel 1988 in Svizzera, con la maglia del San Gallo. Rispetto a quello di calciatore, è meno ricco di successi il curriculum di allenatore e dirigente: Italia Under 16, poi Como, Cesena e dal 1997 commissario tecnico della Nazionale Under 21, con la quale vince il titolo europeo di categoria nel 2000. Dall’ottobre dello stesso anno diventa allenatore dell’Inter: esonerato alla fine della stagione (caratterizzata fra l’altro dallo 0-6 con il Milan in campionato e dall’1-6 con il Parma in Coppa Italia), stessa sorte avranno le esperienze con Bari (2002-2003), Egitto (2004) e Arezzo (2005).

Nel giugno 2006 entra nel consiglio di amministrazione della Juventus, dimettendosi dopo un anno a causa di insanabili divergenze con la dirigenza. Da maggio 2008 a settembre 2013 è il vice allenatore della Nazionale irlandese guidata da Giovanni Trapattoni, proprio colui che ne aveva fatto uno dei più grandi centrocampisti di tutti i tempi.

Il meglio ce lo teniamo in fondo: Marco Tardelli diventa campione del mondo con la Nazionale italiana nel 1982. Al termine del Mundial spagnolo, due saranno le sue segnature, entrambe di capitale importanza. Una all’Argentina di Maradona e l’altra proprio la sera del trionfo di Madrid.

L’iperosannato urlo dopo il gol del 2-0 alla Germania diventerà un’icona del modo di esultare dopo aver compiuto una prodezza. Allo stesso giornalista che gli ricordò l’entrata assassina su Rivera, Tardelli rispose piccato anche sull’argomento specifico: «Ancora con quell’urlo? Basta, sembra che nella vita io abbia fatto soltanto quello». Alla veneranda età di 66 anni, Marco ci ha ripensato: per una volta, forse, ha tolto la gamba su un contrasto. Ora di quell’urlo va più che fiero. Forse è un’immagine da tramandare ai posteri, quella. Forse è una storia da raccontare ai nipoti, un giorno.

Il tempo per rifletterci c’è: intanto Marco Tardelli è diventato opinionista fisso della Domenica Sportiva. Giudizi netti, molto chiari, pochissima diplomazia, la competenza acquisita in una vita di calcio. Duro come ai vecchi tempi, solo qualche sorriso in più e una certa acquisita benevolenza di fondo. Ma se non fosse così, staremmo parlando di qualcun altro. Non certo di un dominatore assoluto del centrocampo, il meglio che il calcio italiano abbia mai espresso in quel ruolo.

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