Feed

La Super League non è un salto nel vuoto

By 20 Aprile 2021
Super League

La plutocrazia  nel calcio c’era già: ora ci sono anche una costituzione e una forma di governo. Non c’è niente di etico nella Super League, ma nel mercato ultraliberista vince chi crea l’offerta più adatta. Dopo le minacce, la Uefa dovrà trattare e cedere una quota del proprio potere. Ne potrebbe uscire un’Europa a due velocità

Le istituzioni del calcio che da domenica pomeriggio lanciano anatemi e minacciano cause miliardarie, dovrebbero prima di tutto guardarsi indietro, valutare le scelte strategiche con cui hanno accompagnato i cambiamenti economici e di fruizione avvenuti nello sport più popolare al mondo negli ultimi trent’anni e, a quel punto, commiserare sé stesse. Uefa e leghe nazionali adesso hanno in mano il cerino: la Superlega – ma tanto vale iniziare chiamarla con il nome che si è data: The Super League – è uscita allo scoperto ed è realtà. Al momento virtuale, ma il passo che ha sancito lo strappo è stato fatto, il Rubicone della rivoluzione calcistica è stato passato e la storia dello sport e delle relazioni economiche degli ultimi decenni spiega una cosa: i grandi capitalisti del neoliberismo calcistico che possono contare sulle risorse per attuare un proprio progetto, semplicemente, vanno avanti perché ne hanno intravisto il potenziale.

I padroni di Real Madrid, Barcellona, Atletico Madrid, Juventus, Milan, Inter, Manchester United, Manchester City, Liverpool, Arsenal, Chelsea e Tottenham Hotspur hanno fatto i propri conti, hanno valutato opportunità e pericoli e si basano su un ragionamento piuttosto intuitivo: essere parte di un’oligarchia è meno rischioso, a livello di impresa, che governare un sistema più o meno democratico nel quale a distribuire le risorse – i diritti di broadcasting – sono intermediari (le leghe nazionali, delle quali fanno parte anche i pesci piccoli, e la stessa Uefa se si parla di Champions) che, nella visione dei club più potenti, sfruttano lo spettacolo, più che produrlo. E, infatti, il Financial Times ha rivelato l’esistenza di colloqui preliminari da parte della Super League con colossi quali Amazon, Disney e persino Facebook.

Non c’è niente di etico nella Super League, così come non ci fu nulla di etico nella nascita della Premier League (non è un caso se la metà dei club fondatori della Super League era stato anche tra i fondatori della Premier) o nella separazione della Lega di A dalla B in Italia, meno che mai nell’esplosione economica e di visibilità della Champions League che oggi viene considerata come vittima sacrificale ma ha rappresentato la testa di ponte perfetta per quanto sta accadendo, avendo contribuito ad aumentare la sperequazione fra una manciata di club ricchissimi e il resto della compagnia.

Super League

Il presidente della Uefa Aleksander Ceferin (AP Photo/Peter Dejong)

L’Equipe ha titolato a tutta pagina, lunedì mattina, “La guerre des riches”, la guerra dei ricchi. Corretto. Ma la plutocrazia c’era già: ora ci sono anche una costituzione e una forma di governo. Quegli stessi organismi che si scagliano contro la perdita di valore dei campionati nazionali, applicano un processo di scotomizzazione attraverso il quale narcotizzano l’avere sostenuto modalità analoghe che hanno condotto alla marginalizzazione dei vari campionati e tornei minori all’interno dei medesimi ecosistemi calcistici nazionali.

La reazione dell’Uefa è stata veemente, ma prevedibile. Nyon ha annunciato di aver dato mandato ai propri legali per intentare cause e soprattutto ha annunciato l’esclusione da ogni competizione domestica, europea e mondiale dei club indipendentisti, ma la situazione è molto più complessa e le minacce fanno parte della prima fase della guerra. Non si può fare a meno di notare, ad esempio, che la scelta unilaterale di escludere i club dalle competizioni (unilaterale, sì, perché i fondatori della Super League, astutamente, hanno presentato un progetto di fatto alternativo alla Champions League, non ai campionati nazionali ai quali sostengono di voler continuare a prendere parte) porterebbe al disastro Premier, Serie A e Liga, che hanno in essere lauti contratti relativi a sponsorizzazioni e diritti televisivi e di streaming e ne hanno in certi casi appena firmati di nuovi.

Escludendo i club ribelli, che sono anche quelli egemoni dal punto di vista mediatico e sono stati quelli maggiormente colpiti dalla pandemia, le leghe presterebbero il fianco esse stesse a cause altrettanto milionarie da parte di broadcaster e aziende che hanno firmato per un prodotto diverso. Dovesse passare la linea dura, sarebbe un clamoroso autogol che, da un lato, non inficerebbe minimamente i propositi dei fondatori della Super League, dall’altro avrebbe conseguenze drammatiche sulle leghe stesse. Tutti gli scenari sono aperti, ma gli organismi nazionali possono davvero permetterselo? E lo vogliono davvero?

Super League

Foto LaPresse – Marco Alpozzi

Detto ciò, l’Uefa – confederazione delle federazioni nazionali – non avrebbe potuto rispondere in altro modo. Cercò le vie del tribunale anche la vecchia Football League inglese contro la Premier League, quando le voci divennero realtà. La Uefa stessa del resto opera in regime di monopolio relativamente all’organizzazione delle competizioni europee e i membri fondatori della Super League possono in questo senso appellarsi al diritto alla concorrenza: è il tema dell’antitrust in oggetto, e la confederazione conosce bene i rischi di una controffensiva.

Dopo le minacce, come accadde all’Eurolega nel basket, verrà in breve tempo il momento per mettere in campo pontieri e sherpa per tentare non già di ricucire uno strappo ormai definitivo, ma di inserire la futura competizione in un contesto mutato nel quale Nyon non avrà più in mano il giocattolo principale (la Champions League) e, per non perdere il suo status, dovrà cedere una quota del proprio potere. È inevitabile e siccome non si gioca più sul “se” ma sul “quando”, la Super League partirà appena lo scontro avrà prodotto un risultato, quali che siano gli esiti del trattato di pace. Un’Europa a due velocità, con la Super League e una o due competizioni Uefa, non è da escludere.

La parola chiave non è più sport, ma entertainment, e il modello di business si ispira a quello della NBA, pur provenendo da un retroterra opposto, ma il nuovo ordine calcistico ha schemi totalmente diversi da quello radicatosi nel Novecento. Già il trovarsi al cospetto di una competizione privatistica spezza le radici, così come il suo carattere continentale: sarà anche vero che attualmente sono coinvolti club di soli tre Paesi, ma il numero è destinato ad aumentare mano a mano che si chiariranno i nomi di tutti i 15 partecipanti per diritto e i meccanismi di partecipazione degli ulteriori cinque club ammessi.

Super League

(AP Photo/Alastair Grant)

JP Morgan finanzierà il progetto per 3,5 miliardi a disposizione delle 12 fondatrici (più 3 di anticipo sui futuri ricavi), le squadre saranno 20 suddivise in due gironi che, dalla primavera, si affronteranno nei turni a eliminazione diretta per arrivare alla finale di maggio. La previsione, secondo i fondatori, è generare ricavi di oltre 10 miliardi «nel corso del periodo iniziale di impegno dei club». La grande sfida che attende la Super League è qui: raggiungere realmente l’elevato livello di performance economica previsto nel piano di sviluppo. Dovesse funzionare, lo stesso calcio europeo potrebbe giovarsi di circa 400 milioni di contributi solidaristici da essa provenienti: briciole camuffate da buone intenzioni, certo, ma briciole in quantità comunque maggiore rispetto a quelle attuali.

A questo punto ci sono aspetti organizzativi fondamentali da tenere in considerazione e sarà decisivo capire come evolveranno i rapporti con Uefa e Fifa, questo perché, ad esempio, il nuovo organismo dovrà dotarsi di un sistema e di organi di giustizia propri, nonché dei migliori arbitri professionisti. Un muro contro muro vedrebbe verosimilmente l’Uefa perdere i principali direttori di gara e assistenti del continente, già formati, attratti con tutta probabilità della possibilità di guadagni superiori e di un maggiore prestigio.

La Super League si doterà anche di norme interne per il proprio funzionamento e se, almeno per quanto concerne i club fondatori, volesse mantenere una sorta di equilibrio, dovrebbe ragionare (ma, con ogni probabilità, l’ha già fatto) su un sistema che permetta di rendere quanto più omogenea la tassazione di club e calciatori: prevedere lo spostamento delle ragioni sociali in un’unica sede – una Svizzera o un Lussemburgo, chissà – è tutt’altro che fantascienza, e del resto i fondatori si daranno limiti alle rose e un salary cap globale che, al di là della parola vagamente limitante, rappresenterebbe un tetto capace di andare ben oltre le possibilità di tutti gli altri club che resteranno alla periferia dell’impero. Alcuni stilemi delle regole private si possono già ora rintracciare nella NBA e nella MLS e verranno mutuati, adattandoli al contesto.

Alla Super League maschile si accompagnerà quella femminile e anche in questo senso il ragionamento è in termini di brand, essendo i club protagonisti i medesimi.

Super League

Uno striscione posto fuori da Anfield Stadium di Liverpool contro la creazione della European Super League (AP Photo/Jon Super)

La domanda da porsi riguarda l’accoglienza che riceverà la Super League dai tifosi e dagli appassionati. In questo senso bisogna valutare come la supposta globalità della competizione poggi sull’appeal della presenza dei club più celebri e dei calciatori protagonisti (a loro volta vere e proprie aziende) più illustri: la nuova competizione non venderà tanto un’identità, quanto piuttosto un’esperienza esclusiva. Più che al tifoso attirato dalle radici e dalla tradizione, la Super League punta ad un tifo a bassa intensità, a un consumatore attratto da uno spettacolo che per definizione non avrebbe eguali sugli altri campi.

Un mutamento antropologico che non nasce dal vuoto e che pure, già la scorsa settimana, ha mostrato plasticamente cosa ciò significhi: le reazioni estasiate e il clamore da parte di milioni di persone che hanno assistito dalla tv o dallo smartphone alla sfida tra Paris Saint-Germain e Bayern Monaco – curiosamente, due club che non sono tra i fondatori della Super League – e lo hanno fatto senza esserne sostenitori dimostrano come la domanda ci sia.

E nel mercato ultraliberista – perché di questo si tratta – vince chi crea l’offerta più adatta. Questa offerta oggi è un’alternativa che può lasciare perplessi considerando la continuità che bene o male ha contraddistinto il calcio europeo nella seconda metà del Novecento, ma non appare un salto nel vuoto.

3 Comments

  • Enrico ha detto:

    Ma che articolo, complimenti! Di un livello che oggi si fatica a trovare su qualsiasi testata io possa leggere. Si tralascia l’ IO e si da spazio a vere e proprie disamine sull’argomento. Tutto ciò rende più semplice la comprensione dell’argomento in modo da poter effettivamente dire “mi piace, sono d’accordo” oppure “non mi piace, non condivido”! Complimenti, una rarità oggigiorno

  • losgiuseppe ha detto:

    finalmente un analalisi oggettiva, senza falsi moralismi complimenti

  • losgiuseppe ha detto:

    scusate “analisi”

Leave a Reply