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La tanto “cara” rivoluzione delle OTT nel calcio 

By 9 Gennaio 2021

Guardare la Serie A per intero, per molti, è diventata un’operazione non più sostenibile. E la situazione è destinata a cambiare ancora con l’acquisto dei diritti della Champions da parte di Amazon

Se dovessi comprare un cellulare nuovo, oggi, difficilmente non guarderei le dimensioni dello schermo. Altrimenti, come le guardo le partite? Questo perché negli ultimi due anni abbiamo ammesso a noi stessi la necessità di avere un device con dimensioni importanti, che ci aiutasse, prima, a guardare i video – gli highlights –  su Youtube, poi, le parite di Serie A, e dall’anno prossimo, grazie ad Amazon, anche la Champions League – anche se, con Now TV e Sky Go, era già possibile.

La rivoluzione delle piattaforme OTT (over the top) è talmente grande che non riguarda solo il calcio. Ha infatti abbracciato, già da anni, pure il cinema (Netflix, Prime, MUBI), lo spettacolo (Quibi), persino la ginnastica (Buddyfit), e con DAZN e Eleven Sport ci siamo abituati quasi definitivamente alle loro presenze nel calcio. Ed è normale pure che questa svolta abbia avuto qualche contraccolpo. Lamentele, critiche al servizio e alla connessione, insomma: se sei della generazione Y o della X, qualcosa che non va lo trovi sempre. Figuriamoci se di mezzo ci sono i soldi.

Perché queste piattaforme sono entusiasmanti e accattivanti per i giovani, ma non contribuiscono a ridurre la differenza di spesa fra chi può guardare tutte le partite del campionato (e quelli esteri e le coppe europee) e chi solo una parte. Avere l’abbonamento a DAZN è comodo per chi non è un grande fan del calcio – così come chi ha Netflix solo per guardarlo ogni tanto -, ma per chi vuole seguirlo a 360 gradi, il prezzo si è maggiorato, e l’arrivo di Amazon per la Champions lo aumenterà ancora di più.

I motivi ce li spiega la UEFA. I diritti della Champions sono aumentati negli ultimi tre anni; sono passati dai 230 milioni del triennio ‘15-’18 (gestito da Mediaset) ai 270 di questo in corso (pagati da Sky), una cifra che sarà confermata all’incirca anche per il prossimo (tripartito fra Sky, che è una pay tv, Amazon, cioè uno streaming e in chiaro, con Mediaset) – per fare due conti, la musichetta del mercoledì, a Bezos, costerà 80 milioni all’anno, circa 100 a Sky e 43 a Mediaset, più la finale.

(Photo by Michael Regan/Getty Images)

Il mercato che si è creato attorno a questo sport, lo smart watching che tanto ci piace e che finalmente si sta radicando nel nostro sistema culturale sportivo, ha scatenato una sofisticazione del mercato. Ovviamente al rialzo. Offerte e domande, dinamiche di mercato e antitrust hanno condannato lo spettatore a vivere in questa culla di abbonamenti. Perché il livello dello spettacolo si è alzato e quindi anche i suoi costi, perciò, nel momento in cui la UEFA fa il suo prezzo, per le televisioni oggi è più difficile soddisfarla. I grandi club investono, le spese delle società aumentano, quindi aumentano anche i prezzi per i contratti degli sponsor e tutto questo influisce a cascata sui costi degli abbonamenti.

In Italia, guardare la Serie A con tutte le sue partite costa per uno spettatore almeno 45 euro al mese, e per questo, non sorprende il calo di quasi 400 mila abbonati a Sky solo nel 2020 – più il conseguente aumento della pirateria (negli ultimi mesi si è sentito parlare molto di pezzotto e streaming illegale). Guardare la Serie A per intero, per molti, non è diventata più un’operazione sostenibile.

Quindi c’è chi sarà felice di poter avere, forse a qualche euro in più, il calcio su Prime Video insieme al cinema e alle serie tv, e chi invece, calciofilo totale, dovrà nuovamente aumentare l’investimento per seguire tutto il calcio minuto per minuto. Che almeno, oggi – ed è forse l’unico aspetto positivo – è diventato intelligente.

L’acquisto di Amazon dei diritti della Champions League è si unisce a quello che, come detto, è un fenomeno culturale inaugurato da Netflix. Un modo di fruire lo spettacolo everytime e everywhere: l’anticipo del sabato al ristorante, quello delle 12:30 outdoor nella gita domenicale, la partita di Champions sui mezzi mentre si torna a casa. É lo stesso identico, comodo e ormai universale principio che spezza le barriere generazionali della fruizione dello spettacolo. Secondo uno studio curato da Netflix nel 2017 e riportato da Repubblica, il 78% dei genitori ha ormai iniziato a guardare le serie tv. Nello sport, DAZN ha più di otto milioni di abbonati nel mondo. Non saranno tutti Millennials.

(Photo by Shaun Botterill/Getty Images,)

Lo streaming è un contesto a cui ci siamo abituati soprattutto grazie a DAZN e (Sky Go), e il fatto che Prime Video abbia anche la Champions League cementifica questo concetto. La dinamica della trasmissione in rete, del commento live sui social (negli USA, Facebook trasmette la Champions League) dell’importanza della banda larga e della visione agile sono arrivati anche ai più restii, grazie all’impossibilità di fare altrimenti per vedere le partite italiane, della Serie A ma anche della Serie B. Figuriamoci l’effetto che avrà con la Champions.

Bisogna rassegnarsi, le partite di calcio sono diventate come serie tv comuni: la Bundesliga, due anni fa, ha trasmesso per la prima volta nella storia una partita in versione 9:6 (cioè in formato smartphone). La noia più grande, semmai, è la gestione di questo sistema intelligente.

L’acquisto dei diritti della Champions League da parte di Amazon è l’ennesima dimostrazione del ruolo sempre più intrusivo della società di Jeff Bezos nelle nostre vite. Dopo il ruolo dominante nell’ecommerce e la crescita costante nello streaming che offre film, serie tv e musica, ora c’è da sperare che un giorno non mettano all’asta anche i diritti del VAR.

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