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La tirannia dell’Under 21 azzurra

By 13 Giugno 2019
Tirannia dell'Under 21 azzurra

Fra il 1992 e il 1996 i ragazzi di Cesare Maldini giocano un calcio antiquato, ma riescono a portare a casa tre Europei di categoria consecutivi. Un dominio assoluto che non siamo mai stati capaci di valorizzare

C’è stato un tempo in cui vincevamo Europei Under 21 a raffica e non ne capivamo il valore. Giocavamo con un calcio antico, a tratti grottesco già ai tempi, ma quel calcio ha cresciuto futuri campioni di tutto. Alla guida delle tre squadre campioni, Cesare Maldini, un allenatore che non voleva cambiare e nonostante questo arrivò anche a pochi centimetri ed una traversa da una vittoria ancora più grande. Il biennio 1991-92 per il mondo della Nazionale azzurra fu quello della fine di un ciclo. Il palo di Rizzitelli a Mosca di fatto ci eliminò dalla fase finale degli Europei e Matarrese scelse di cambiare tutto: dalla partita successiva in panchina ci andò Sacchi e tutto assunse un colore mai visto.

Mentre questo accadeva coi “grandi”, l’Under 21 teneva il punto, lottando contro il tempo e le novità. I due bienni precedenti non erano andati male, con l’uscita ai quarti contro la Francia di Sauzée nel 1988 e la semifinale raggiunta nel 1990, persa contro la strepitosa Jugoslavia di Suker, Jarni e Boksic solo per il numero minore di gol segnati in trasferta. Per il biennio successivo tutte le nostre carte erano puntate sul centrocampo, in cui schieravamo gente come Marcolin, Albertini, Dino Baggio, spesso utilizzato anche in difesa e Corini. Di punta erano tre gli uomini di spicco: Buso, Melli e Muzzi, mentre la difesa si arroccava intorno al libero Verza.

Libero. Quella era la parola tabù intorno alla quale si dibatté ideologicamente per quattro anni almeno. Cesare Maldini lo voleva, mentre Matarrese, scegliendo Sacchi, decise di metterlo in soffitta, aspettando il momento buono per fare lo stesso con Cesarone, al quale serviva solo una cosa per salvarsi: vincere sempre.

Demetrio Albertini nel 1992 (Getty Images).

Il girone, che rispecchiava quello che aveva pescato la Nazionale A per le qualificazioni mondiali, fu durissimo. In Norvegia perdemmo 6-0 per colpa di uno Strandli a dir poco indemoniato, mentre con l’URSS a Simferopoli dovemmo ringraziare un colpo di testa di Buso, che pareggiò e ci diede la possibilità di qualificarci in caso di vittoria contro la Norvegia ad Avellino. Un doppio Melli ci diede un difficoltoso passaggio di turno ai quarti. Così difficile il girone, così semplici i turni successivi, con le doppie vittoria contro la Cecoslovacchia e la Danimarca a portarci di corsa in finale contro un’avversaria inattesa: la Svezia. I gialloblu fecero fuori l’Olanda e la Scozia, mettendola sul fisico, e noi difettavamo proprio in quello.

La finale di andata si giocò il 22 maggio 1992 al Paolo Mazza di Ferrara, dove ci fu il tutto esaurito anche per l’onda lunga della festa della SPAL promossa in serie B. Maldini dovette far fronte a tre infortunati importanti e uno squalificato: il difensore Malusci, spesso utilizzato da libero, il ruolo chiave dell’assetto maldiniano, l’attaccante Bertarelli, quarta scelta però dopo i magici tre, Albertini, il quale pian piano aveva preso il posto al centro della manovra. Lo squalificato è il difensore su cui tutti avrebbero messo una fiche per una sua luminosa carriera: Luzardi. Affidandosi alla trincea bearzottiana a cui si ispira, il nostro allenatore non chiede altri uomini, i 18 che restano a disposizione bastano.

Ma la trincea vale anche per l’altra questione. Negli stessi giorni in cui Maldini prepara la finale contro la Svezia, Sacchi prepara la Nazionale A per la trasferta del pre-Mondiale americano. Gli occhi sono tutti per Arrigo. Ma a Cesare va bene così, come al solito . La sua squadra ha sempre giocato in stadi vuoti e con l’altra metà piena di ragazzini delle scuole e “biglietti omaggio”. Per questa partita si scomoda addirittura il Presidente federale, cosa che non ha mai fatto tranne che per una o due amichevoli in territori “interessanti”. La diatriba è fra italianisti e sacchisti. Matrecano, che ha assaggiato tutti e due i menu giocando nel Foggia di Zeman, candidamente si schiera, con la grazia dei suoi 21 anni: «Preferisco molto di più giocare a uomo, come qui. Sinceramente far divertire prendendo sessanta gol all’anno come abbiamo fatto nel Foggia, non mi diverte per niente». A soffiare sul fuoco poi, non con lo stesso ardore e senza provocare lo stesso incendio degli anni ’60, Gianni Brera su Repubblica, il quale incita gli Azzurrini a dimostrare “l’italico valore” (aggettivo non usato a caso) e poi esclama: “Oh gaudioso mistero!” quando sottolinea che nella Svezia ci sono due “ragazzoni neri”. Sembra davvero un secolo fa.

Tirannia dell'Under 21 azzurra

Un giovanissimo Dino Baggio durante gli allenamenti dell’Italia (LaPresse).

Anche la Svezia non naviga nell’agio. Mancano due calciatori che conosciamo e conosceremo nel tempo ancora meglio. Il primo è Brolin, già al Parma da due anni, il secondo è Bjoerklund, che nel 1995 arriverà in un Vicenza scintillante. In realtà la Svezia del calcio e non solo non aveva soltanto il problema dell’affaticamento muscolare di Brolin, ma un altro geopolitico-sportivo bello grosso. Nel giro di pochi giorni sarebbero partiti i Campionati Europei e avrebbe dovuto partecipare la Jugoslavia in guerra contro la Croazia.

Se i governi calcistici europeo e mondiale non si espressero, ci pensò il Ministro degli Esteri svedese, Margareta Af Ugglas, la quale affermò: «Una Nazione come la Svezia non può accettare di fare giocare sul suo territorio gente che sta conducendo una guerra civile, stiamo pensando di impedire la partecipazione alla squadra di Belgrado». Il portavoce della polizia svedese, Danielsson, aggiunse: «Ci sono 27.000 croati emigrati o rifugiati nel sud della Svezia, qui rischiamo atti terroristici, rischiamo di trovarci la guerra in casa». La Danimarca, che era stata già avvertita di tenersi pronta, stava per partecipare al torneo più incredibile della sua storia.

Intanto a Ferrara si gioca. Come spesso ci accade quando dobbiamo dimostrare di essere superiori, facciamo una brutta partita, esaltando gli avversari. A volte accade addirittura di perdere, altre invece di cavarcela in qualche modo. Questo è il caso, in quanto gioca bene la Svezia, ci crea qualche problema serio, ma alla fine vinciamo noi con due due gol di Buso e Sordo. Con un sorriso mezzo abbozzato si va in Svezia, per giocare il ritorno a Vaxjoe. La difesa già messa male perde anche Baggio e Verga per squalifica e Maldini deve inventarsi una serie di incastri strani. Nel primo giorno in Svezia c’era allenamento alle 11, ma con estrema gentilezza l’intera squadra fu accompagnata in un campo secondario, perché sul campo principale dovevano sfidarsi gli alunni delle scuole medie in una gara di atletica.

Si parla molto di forma fisica. Gli italiani sono alla fine di una stagione stressante e caotica, piena di impegni in Italia e in Europa. Gli svedesi sono quasi tutti all’inizio del loro campionato e questo a Ferrara si è visto. L’idea dei giornalisti è che Maldini alla fine sceglierà il catenaccio estremo dal primo minuto, ma non sarà così. La difesa viene messa a posto con Favalli libero, ruolo che aveva coperto nella Cremonese quando mancava Verdelli, Bonomi e Matrecano marcatori e la riscoperta di Mirko Taccola, da terzino bloccato per aumentare la copertura. A sinistra va Rossini, mentre il centrocampo scelto fu tutto di fosforo: Marcolin, Albertini e Corini, con il solito duo Buso-Melli di punta.

Tirannia dell'Under 21 azzurra

Tomas Brolin con la maglia della Svezia nel 1992 (Getty Images)

Altre volte accade che quando tutto dovrebbe andare male, perché contingenze esterne ed interne portano a crederlo, noi riusciamo a giocare bene e molto spesso a vincere. In quella assolata notte scandinava di Vaxjoe accade proprio questo. Giochiamo meglio della Svezia, perdiamo per un gol di un breriano “ragazzone nero”, Simpson, ma meritiamo di vincere il trofeo.Vinciamo perdendo quindi e, altra cosa molto italica, non succede niente. Matarrese non può licenziare Maldini dopo una vittoria. Melli è contento ma dice ai cronisti che così non si diverte, portiamo a casa un titolo in un’annata disastrosa anche nelle Coppe europee ma non ce ne vantiamo e speriamo, come ci accade spesso che alla prossima, le Olimpiadi Barcellona, andrà ancora meglio. La Polonia di Juskowiak ci farà svegliare di soprassalto.

 

1992-1994, Francia
Con alcuni uomini come Dario Marcolin e Roberto Muzzi che restano in rosa, per il biennio successivo siamo ancora più fiduciosi. I buoni veri, si dice in giro, sono proprio quelli nati fra il 1971 e il 1973. In effetti il roster è pieno di qualità e forza e tanti sono quelli che arriveranno in alto: Basta citare Toldo, Cannavaro, Vieri, Panucci, Filippo Inzaghi, per fare una sintesi dei calibri che c’erano nella squadra. Tanto forti, tanto futuribili ma nel nostro girone beccammo la squadra giovanile migliore al mondo, il Portogallo, che negli anni precedenti aveva vinto un mondiale under 20, era arrivata seconda al mondiale Under 16, terza al mondiale under 17 e vinto gli Europei under 18.

Una corazzata che non sempre schierava Rui Costa e Figo, già al piano di sopra, ma che aveva sempre Jorge Costa in difesa, Joao Pinto come creatore di gioco e il centravanti Toni, un ectoplasma terribile, che faceva gol quando ormai avevi dimenticato la sua presenza. A Braga, il giorno di Carnevale vedemmo le streghe. Perdemmo 2-0 ma fummo soprattutto schiantati dal gioco della squadra di Eduardo Vingada. Vincemmo in casa al ritorno, ma la sensazione che il Portogallo ne avesse più di noi ci rimase in testa. Gli altri del girone erano poca cosa e nota di merito fu la vittoria in Scozia con un Vieri a sguazzare nel brodo dello scontro fisico.

Tirannia dell'Under 21 azzurra

Francesco Toldo nel 1994 (Getty Images).

Ai quarti passammo come carrarmati sulla Cecoslovacchia, battuta a Salerno per 3-0 grazie a 3 colpi di testa di Panucci, Vieri e Negro. Ero all’Arechi e ricordo la partita di un Cois senza limiti. Per la prima volta si giocava una Final Four in Francia e noi prendemmo proprio i padroni di casa. Avevano una squadra favolosa, anche se non ancora cresciuta del tutto. Tutti insieme c’erano Makelele, Zidane, Pedros, Micoud, Ouedec e Dugarry. Non li conoscevamo ancora bene ma comprendemmo subito che era roba buona. Giocammo all’italiana, ormai era chiaro, anche Sacchi si era arreso di fronte al sempre più “Giovanni Drogo” Maldini, chiuso nella sua Bastiani. L’unico che non ci stava era ancora una volta Matarrese sicuro che, con la quasi ovvia sconfitta almeno contro il Portogallo, avrebbe finalmente licenziato Cesare.

In Francia-Italia, per la prima volta ad un livello internazionale così alto si giocava con la regola della “Sudden death” o per i romantici “Golden Gol”. Riuscimmo a resistere, anche in dieci per espulsione di Delli Carri, e a non subirlo, né utilizzarlo, vincendo ai rigori per una parata di Toldo su Makelele.

Si scatenò uno che poi ci avrebbe fatto compagnia ancora tante estati. L’allenatore Domenech ci disse che eravamo imbroglioni, senza gioco, passivi, provocatori, senza palle, delinquenti, vecchi, simulatori. Diciamo che si era arrabbiato parecchio, ma se i nostri potevano essere tutto quello che Domenech ci aveva vomitato contro, erano di sicuro anche stacanovisti, perché appena finita la partita presero le valigie e tornarono nelle rispettive squadre di club per disputare il weekend di campionato in cui quasi tutti giocarono. L’altra semifinale non ebbe storia. La Spagna di Julen Guerrero aveva incantato, ma quei lusitani non facevano prigionieri.

Finita la giornata di campionato si ritorna a Montpellier, rimettendo la testa in orbita Under 21 (mica facile). Tra infortunati e squalificati ci mancano Vieri, Delli Carri, Favalli, Cois. Loro invece hanno tutti, compreso Figo e Rui Costa che dalla Nazionale A sono scesi con i “piccoli” per vincere facile facile. Per provare l’impresa Matarrese si sbilancia: 50 milioni di premio più un gadget, di cui non sono riuscito a sapere di più, perché è lì che si nasconde la meraviglia. Tutto lo stadio è contro di noi, France Football ha pubblicato questo editoriale prima del match: “Il football è una miseria che vede gli imbroglioni che prendono per la maglia e colpiscono alle gambe, i simulatori riconosciuti prevalere sulla gioia di giocare. È una vergogna, che mercoledì ci autorizza a urlare “Forza Portogallo”.

Perdere in queste condizioni è la normalità.E invece per ripicca, sberleffo, cazzimma, in ogni regione d’Italia si potrebbe trovare il termine giusto, vinciamo, e lo facciamo nella maniera più nuova, crudele e forse stupida della storia del calcio. Con un tiro fantasmagorico di un’ala destra che si tira di sinistro prima della wave dei piedi invertiti. Con un tiro di un attaccante solo in mezzo a cinque difensori portoghesi. Con un tiro del giocatore di una squadra che voleva solo una leggerissima spinta per crollare, perché distrutta dalle fatiche del via vai dalla Francia all’Italia. Con un tiro che ribalta tutto, prende il reale e ne apre una nuova dimensione. Orlandini ci aprì al tridimensionale ben prima degli oculus VR. 1996  Se da quattro anni a questa parte Cesare Maldini era il vecchio, quasi assimilato al male per tanti addetti ai lavori zonisti accaldati, nel 1996, dopo che Sacchi ci aveva portato all’argento mondiale e prima della sua débacle agli Europei in Inghilterra, era visto male davvero da parecchie persone.

Tirannia dell'Under 21 azzurra

Pierluigi Orlandini (Getty Images).

 

1994-1996, Spagna
Matarrese aveva già detto “tieniti pronto” ad almeno tre sostituti, Frosio, Rocca, Varrella, ma nessuno riusciva a scalzare l’uomo dalla profondissima scriminatura centrale. Il biennio con i classe ’74-’76 doveva essere meno scintillante rispetto a quello precedente, ma nel corso del tempo si presentarono all’appello gente come Del Piero, Amoruso, Inzaghi, non più il ragazzino della finale di Montpellier, Totti, mentre restarono Panucci e per molte partite Vieri. Da ottima squadra, diventammo uno squadrone e vincemmo un girone abbastanza facile senza grossi patemi d’animo. Ai quarti di nuovo il Portogallo e ce la vedemmo brutta. 1-0 a Lisbona, ribaltato con un 2-0 a Palermo in cui Vieri decise di farci innamorare.

Andammo di nuovo alla Final Four, che al tempo tutti chiamavano semifinali e finale di Barcellona, e ci stava aspettando la Spagna padrona di casa. Sempre in trasferta, sempre contro squadroni, sempre contro i padroni di casa, sempre più difficile. Mai che Matarrese avesse ottenuto la Final Four in casa. Chissà come mai.

Ma prima della Spagna dovevamo affrontare come due anni prima la Francia, solita squadra fortissima. Ci mancavano Del Piero, Vieri, Cannavaro e Nesta. Roba che un’altra formazione avrebbe alzato bandiera bianca. Sacchi s’era preso anche Rossitto, ma Cesare sempre felice: «Quando uno dei miei ragazzi fa il salto, ogni volta è come se lo facessimo tutti». In un contesto del genere, restano altre frasi che parlavano della condizione in cui lavorava e di quello che doveva ascoltare ogni giorno di lavoro il nostro allenatore. Quelle più belle furono: «Non sono solo mai, magari isolato», «Vorrei sapere com’è che un giorno qualcuno ha deciso che il nostro calcio non andava più bene», «Mi sento un selezionatore, non uno scienziato. Cerco di fare il meglio con quello che ho», «Vedo tanti dirigenti che comprano all’estero giocatori come fossero cartoline, chissà se ne vale la pena», tutte frasi antiquate già allora, ma che almeno parlavano della fermezza di un uomo, anche se non eri d’accordo.

Tirannia dell'Under 21 azzurra

Francesco Totti nel 1996 (LaPresse).

La Francia aveva Makelele-Vieira a centrocampo e Wiltord, Maurice e Pires in attacco. Ma perse, contro un portiere, Pagotto, che non voleva nemmeno più la sua società, la Sampdoria, contro Fefé Ametrano, che giocava con la bava alla bocca in senso letterale e per un gol di un 19enne che era entrato in campo 4 minuti prima, Francesco Totti.

Ancora finale. Matarrese deve andare ad una riunione FIFA a Zurigo ma giura che farà di tutto per esserci. Se quella contro la Svezia fu una finale difficile, piena d’ansia perché bastava davvero poco agli scandinavi per pareggiare il conto, se quella contro il Portogallo fu al cardiopalma, perché i calciatori lusitani erano superiori e i nostri difendevano come potevano, senza dare l’impressione di poter segnare, quella contro la Spagna fu pura agonia.

Al 12’ andammo in vantaggio per un’autorete di Idiakez, Raul pareggiò al 42’. C’erano Mendieta, De la Pena, Raul e Morientes. Già difficile di suo, Ametrano e Amoruso furono espulsi e qualcuno pensò che l’arbitro avrebbe espulso tutti i nostri seguendo l’ordine alfabetico. Con un ricordo annebbiato dalla tensione di quei momenti, rammento che arrivammo ai rigori senza un motivo. Ma noi avevamo il portiere che nessuno voleva, già messo alla porta pure per le Olimpiadi di Atlanta, in cui si voleveva portare Pagliuca fuoriquota. Come potevamo mai farcela? Panucci sbagliò il primo rigore e ormai per tutti era finita. Per loro sbagliarono i migliori, De la Pena e Raul. Morfeo con un delicatissimo piatto ci diede la vittoria.

Campioni d’Europa per la terza volta di fila. Roba da URSS del volley femminile negli anni ’70, se vogliamo dirla in pochissime parole.

Come in tutti i film di oggi, in cui dopo la fine bisogna scrivere per forza quello che succede ai vari protagonisti per lasciarci con un senso di futuro obbligatorio, anche in una storia con un inizio e una fine, anche noi ne scriviamo un po’: Sacchi: esce al primo turno degli Europei 1996 e decide di mollare la Nazionale nel novembre dello stesso anno, per far ritorno al Milan. Totti, Del Piero, Nesta, Albertini, Cannavaro ecc.: tanti di quelle tre squadre diventano campioni del mondo, vicecampioni del mondo, vicecampioni europei, oltre a vincere tutto con i club. Matarrese: non riesce a licenziare Maldini perché viene sostituito lui da Nizzola alla presidenza della FIGC. Maldini: invece di venire cacciato dalla Nazionale, il nuovo presidente lo fa diventare ct della Nazionale maggiore. Giocherà con il libero anche a Francia ’98, lì dove il Brasile sfodera il suo jogo bonito e la Francia vincerà grazie alle esperienze cosmopolite di tutti i suoi uomini. La Fortezza Bastiani cade, ma Drogo non rinnega nulla.

Immagine di copertina: Getty Images

Jvan Sica

About Jvan Sica

Jvan Sica, nato a Salerno nel 1980, scrive di sport per il web, il teatro e la televisione. L’ultimo libro è stato “Garincia”, l’ultimo spettacolo “Berlino 1936”, l’ultimo film "Maradonapoli". Co-ideatore delle Football City Guides, prime guide turistico-calcistiche esistenti al mondo. È stato articolista per la Gazzetta dello Sport, come curatore della rubrica “Last 50 FIFA”. Cura il blog "Letteratura sportiva".

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