Feed

La vera guerra del calciomercato

By 13 Agosto 2019

Non quella tra i club, ma quella tra i club e i giocatori, il cui potere è aumentato a dismisura.

I calciatori si sono accorti di essere padroni del mercato. Mai come quest’anno, con la sessione lunga fino a settembre (o meglio, fino alla nausea) e gli incastri così complessi, si sono presi il palcoscenico. Non sono più soltanto l’oggetto degli affari, ma anche i soggetti che ne determinano l’esito, spesso più dei dirigenti, più degli agenti, più di tutti. Hanno tra le mani un’arma unica: il tempo.

Se per i club lo scorrere dei giorni è un problema – perché costringe i tecnici ad allenare una rosa monca, agita l’umore dei tifosi e delle controparti e restringe la finestra utile a chiudere gli affari -, per i calciatori è invece un vantaggio. È la leva che ribalta la gerarchia e li mette in una posizione di forza. Più il tempo passa, più il comando passa nelle mani del giocatore e la società diventa una vittima obbligata rendere conto a chi, per contratto, dovrebbe rendere conto a lei.

I calciatori sono dipendenti fuori dall’ordinario. Un po’ perché non svolgono un lavoro “comune”, un po’ perché sono tante piccole aziende nell’azienda. Il paradosso è che i soldi incassati dal contratto con il club, spesso, sono solo una parte dei loro introiti (il resto arriva da sponsor, attività social, varie ed eventuali), dunque è qualcosa che possono permettersi di rischiare. L’ingaggio che dovrebbe obbligarli anche solo moralmente ad essere a disposizione dei club, in realtà è il primo filtro di protezione quando decidono di opporsi ad una decisione del datore di lavoro: molto spesso, quella di cederli altrove.

Si prenda Dybala: non vuole andare al Manchester United, non può dirlo pubblicamente, con ogni probabilità lo ha riferito ai dirigenti che però non si fanno impietosire, così non gli rimane altro che chiedere uno stipendio spropositato all’acquirente in modo da far saltare la trattativa. O, al limite, per farla andare in porto guadagnando molto di più. Così il giocatore si pone in una situazione di win-win: non può perdere, comunque vada guadagna.

Ultimamente le sfide sono sempre più frontali. Non si svolgono più dietro le quinte, in gran segreto, come è accaduto infinite volte. Sempre più casi sono esposti in vetrina: Griezmann ha annunciato in anticipo che sarebbe andato via dall’Atletico in un video, suggerendo di aver già trovato l’accordo con il Barcellona, così i colchoneros ora valutano le vie legali. Oppure Neymar: vuole andarsene da Parigi, così diserta gli allenamenti, alla luce del sole.

E ancora: Icardi. Non si vuole spostare da Milano, più che dall’Inter. E lì, finora, è rimasto, fermo sulle sue convinzioni, protetto da un contratto in scadenza nel 2021, che a livello legale lo rende un giocatore nerazzurro a tutti gli effetti nonostante l’Inter lo abbia escluso dal progetto tecnico, lo abbia ripetutamente invitato ad accettare una nuova destinazione ed ora lo abbia anche rimpiazzato. Perché sì, di destinazioni possibili, di pretendenti accreditate, ce ne sono, eppure la risposta di Icardi è sempre stata negativa.

È una questione di principio, che alla lunga però diventa illogica. La controrisposta della società è stata l’esclusione dalle attività della squadra durante l’estate e la promessa che così sarà anche per prossimi due anni, qualora l’ex capitano si incatenasse al cancello di Appiano Gentile. È un’autentica guerra, in cui l’Inter ha accettato il rischio di perdere un patrimonio (il cui valore, giorno dopo giorno, cala) con la consapevolezza che Icardi, prima o poi, debba comprendere la tragicità delle conseguenze di un’eventuale permanenza forzata: non giocare una partita ufficiale per due anni significa diventare, di fatto, un ex giocatore, o quantomeno non tornare più ai massimi livelli.

La verità è che l’Inter ha gridato con orgoglio di non aver più bisogno di Icardi per obbligare quest’ultimo ad un’assunzione di responsabilità. È stata una mossa criticata, perché così ha scoperto il suo gioco, ma considerando il soggetto era l’unico modo per evitare una posizione scomoda, di debolezza rispetto al calciatore. Il club nerazzurro potrà anche perdere la partita del mercato, ma non perderà quella con il suo dipendente, e così mette in luce il valore della società, la sua primaria importanza. Così cerca di cancellare il ricatto che i calciatori possono lanciare sul tavolo delle trattative, giocando d’anticipo e mettendoli spalle al muro.

Per anni i giocatori hanno avuto l’ultima parola sui trasferimenti, al punto che questa è diventata un’abitudine. Forse non è un caso che dallo scorso maggio, secondo la riforma varata dalla Fifa, per i calciatori non è più vietato ricevere un corrispettivo bonus dalla loro cessione. Una pratica prima vietata perché i giocatori erano considerati terze parti nelle trattative. Non più. È un cambiamento coerente con gli ultimi tempi in cui i giocatori hanno acquisito potere contrattuale, anche affidandosi ad agenti che incassano commissioni milionarie per chiudere gli affari. Se per qualche anno, questi ultimi hanno preso il sopravvento, dirottando giocatori per incassare gli oneri accessori, ora la pacchia sembra finita. Sono i giocatori stessi a stemperare il potere degli agenti, annunciando la volontà di restare in un club, a costo di rischiare la carriera.

Ciò non toglie però che i club siano lentamente diventati un ostaggio dei loro stessi affari: quando ingaggi un grande calciatore, cerchi di accontentarlo per battere la concorrenza, gonfiando il suo ingaggio e promettendogli una centralità eterna nel progetto tecnico, ma così facendo si arriva ad un cortocircuito. Da un lato il giocatore acquisisce una forza contrattuale esagerata, dall’altro vedrà deluse le sue attese al primo cambio di allenatore o di fronte ad una serie di prestazioni non esaltanti che ne metteranno in dubbio la presenza in rosa, così la corda viene tirata da entrambe le estremità, fino a spezzarsi.

La vera guerra del mercato non è quindi tra le società, ma tra queste ultime e i loro giocatori. Durante quest’estate è stata la causa della difficoltà dei club, che non è tanto comprare, ma vendere. Soprattutto gli esuberi, in particolare quelli che sanno di essere tali. Negli anni in cui sono esplosi gli stipendi e la visibilità, i calciatori hanno accumulato un potere che ora stanno spendendo. Più sono noti, poi, più tendono a proteggere ferocemente la loro immagine e a rifiutare quindi la cessione imposta dalla società: non è una questione di orgoglio personale, ma di business. Un campione non accetterà che il club macchi la sua aura, ne va del suo futuro, del prossimo contratto, del livello a cui potrà proseguire la sua carriera.

Chi la dura, la vince. Spesso. Potrebbe essere il caso di Higuain, che voleva rimanere alla Juventus, e alla Juventus è rimasto. Almeno finora. È riuscito nell’impresa perché ha imparato dal passato: se un anno fa andò al Milan accecato dalla rabbia per l’esclusione, ora ha optato per il basso profilo. Dallo scontro frontale è passato al dialogo, ha insinuato il dubbio alla dirigenza: e se per caso fosse un altro l’attaccante da sacrificare? Così sta vincendo la guerra di nervi.

Lo scontro è l’all-in finale di chi se ne vuole andare, non di chi desidera rimanere. Lo ha giocato Lukaku, disertando l’allenamento del Manchester United e preferendo quello del suo ex club, l’Anderlecht. Una cosa mai vista, una mossa innovativa. E infatti due giorni dopo si è accasato all’Inter.

È come se lo United si fosse rassegnato all’idea di perderlo di fronte alla sua ormai irrevocabile volontà di andarsene. In questo caso, il gioco lo ha condotto l’Inter, ma lo scacco matto lo ha servito il calciatore, consapevole di essere il protagonista. Nel bene o nel male, dipende dalla prospettiva. Di certo, è solo l’ultimo caso che conferma la tesi: la vera guerra del calciomercato è quella tra i giocatori e i club, perché i primi hanno superato un livello accettabile di potere, e i secondo se ne sono finalmente accorti. Ora non rimane che capire chi ha più armi per vincere.

 

Claudio Savelli

About Claudio Savelli

Giornalista, tra le altre cose. Fa, vede, scrive, tendenzialmente di calcio e sport, ma non solo. È firma di Rivista Undici e Libero, ma non solo. Infatti lo trovate anche qui.

Leave a Reply

Leggi un altro articolo
Leggi un altro articolo
A 16 anni ancora da compiere Maradona ha esordito con...