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La verità su John Eriksen

By 21 Giugno 2020

John Eriksen, l’attaccante danese che nel 1988 ha vinto la scarpa d’argento con il Servette, si è spento nel 2002, a soli 44 anni. Per molto tempo la stampa ha parlato di un suicidio, ma ora la famiglia ha deciso di tutelarsi e di spiegare la vera causa della sua morte

“Tutto è cominciato con un caffè non pagato al bar, ma poco tempo dopo ha dimenticato se stesso”. Camilla, la figlia maggiore, inizia così il racconto di papà John, morto nel 2002 ad appena 44 anni. C’è un tono di orgoglio e di grande contegno nella sua voce, anche se è facile intuire il dolore che continua a torturarla interiormente. “Bisogna voltare pagina, abbiamo scelto di guardare oltre, ma resta ancora oggi l’incredulità che un uomo così giovane possa essersi ammalato di Alzheimer. Una malattia che l’ha sbriciolato in appena cinque anni”. Camilla, di professione ostetrica, ha deciso soltanto oggi di raccontare la verità e di spazzare via tutte quelle terribili voci e leggende metropolitane che volevano suo padre morto suicida dopo una forte depressione. In realtà John Eriksen aveva una gran voglia di vivere. Dopo aver smesso con l’agonismo si era trasferito con la famiglia da Aahrus, la città delle fiabe, nella piccola Svendborg, per allenare la squadra locale in seconda divisione. “Aveva progetti importanti, ma pochi mesi dopo l’inizio della nuova avventura si sono manifestati i primi segni della malattia”. 

Eriksen, nato nel novembre del 1957, è stato uno degli attaccanti più forti della storia del calcio danese. Da atleta ha vestito le casacche di Odense, Roda, Mulhouse, Feyenoord, Servette e Lucerna. Con il club di Ginevra nel 1988 ha persino vinto la scarpa d’argento europea (36 gol) come miglior predatore d’area dietro Marco Van Basten. Un centravanti completo, letale, che però è nato forse in un momento sbagliato. La sua strada in nazionale infatti è stata in parte chiusa da Laudrup, Elkjaer e Simonsen, autentici colossi del pallone mondiale. Eppure uno spazio Eriksen se l’è ritagliato, partecipando ai mondiali messicani e agli Europei di due anni dopo in Germania. In tutto 17 presenze, 6 gol, e l’ultima gara ufficiale giocata a Colonia contro l’Italia di Vicini.

“Il 1986 è stato il suo anno migliore – racconta Camilla – ai mondiali in Messico è riuscito a segnare alla Germania Ovest. Quella Danimarca era fenomenale, ma cadde contro la Spagna negli ottavi di finale. Siamo danesi, amiamo lo sport nella sua vera essenza. Se avessero dosato meglio le energie, forse oggi ci troveremmo qui a parlare di una Danimarca campione del mondo”. Camilla, assieme alla sorella Sarah, di due anni più giovane, mostra con orgoglio un album fotografico, e assieme alle istantanee di famiglia ci sono anche quelle di Eriksen con la Danish Dinamite. “Papà rivive attraverso le foto e i video delle partite. Quando è morto avevo 14 anni, i ricordi sono intensi ma sfumano con il trascorrere degli anni, le foto mi permettono di riabbracciarlo, seppur in maniera virtuale”. 

Per anni la storia che John Eriksen fosse un campione triste, divorato dalla depressione, al punto tale da togliersi la vita, ha fatto il giro della Danimarca, fino a varcarne i confini. “Abbiamo deciso di tutelarci legalmente, eppure la leggenda metropolitana ha finito per prendere il sopravvento sulla realtà. Come se fosse ragionevole far passare per buona la storia del calciatore maledetto, ucciso da alcool e droghe. Non ho mai visto mio padre bere qualcosa di più impegnativo di una birra”. Eriksen sognava una seconda vita professionale, ma iniziava a non pagare il caffè al bar, a dimenticare la pentola sui fornelli, o la figlia a scuola.

Nei primi tempi ci scherzava sopra, parlando di stress e di banali disattenzione, ma quando nel 1997 si sottopose a una visita neurologica la diagnosi fu atroce: Alzheimer. Una patologia, che, solo sulla carta, aggredisce cervello e memoria nelle persone di una certa età. In realtà, nel 3% dei casi, sequestra pensieri ed emozioni di donne e uomini molto giovani. Una lotteria spietata ha voluto che Eriksen rientrasse nella casistica, strappandolo all’affetto dei suoi cari. “Il giorno che è caduto a terra, sbattendo la testa contro lo spigolo del tavolo, il suo destino si è compiuto. Ha smesso di soffrire, anche se ormai non riconosceva neppure i nostri volti”. 

Camilla e Sarah Eriksen.

L’Alzheimer distrugge la memoria breve, ma intacca solo parzialmente vicende di un passato lontano. Ed è così che, come un mantra, ricordava il gol ai mondiali messicani contro i tedeschi. Lo racconta Camilla, ma per un istante, immaginate che la voce sia quella di John. “Una manovra stupenda, da Lerby a Moelby, apertura per Arnesen sulla destra, mi vede al centro mentre arrivo in corsa. Ricevo palla e gol!”. 

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