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La versione di Commisso

By 3 Febbraio 2020

Anziché azzuffarsi, sarebbe più utile prendere il meglio delle sue parole per migliorare il calcio italiano

Ci sarà chi benedirà l’intervento di Commisso e chi lo sbeffeggerà. Da un lato si schiereranno i non-juventini, dall’altro i tifosi bianconeri, e come al solito la vicenda diventerà una rissa da bar sport, che nulla aggiunge al calcio, semmai toglie.

Sarebbe più utile analizzare le parole del presidente della Fiorentina, capirne la natura e l’obiettivo, mettendole in relazione al contesto italiano. Possono essere uno spunto di riflessione perché sono pronunciate dall’ultimo arrivato, da uno che ha ancora una visione – almeno un po’- oggettiva dello stato delle cose.

Foto LaPresse – Jennifer Lorenzini

Commisso esagera in alcuni contenuti, scivola nel luogo comune degli aiuti alla Juventus anziché analizzare quanto successo, su cui aveva ragione: contestare il secondo rigore concesso ai bianconeri è lecito, ma senza polemizzare oltre. È doveroso, in quel caso, chiedere spiegazioni tecniche agli arbitri, visto che l’episodio è stato anche rivisto al Var e quindi è stato giudicato rigore due volte, nonostante non lo sia.

La questione è tecnica, ma non c’è un interlocutore: i direttori di gara non parlano, non spiegano, non espongono le ragioni delle scelte, così si rimane al punto di partenza. Il Var non basta per dare trasparenza, servono i volti e le parole di chi il Var lo usa. Basterebbe una breve intervista, cinque minuti di spiegazione per evitare polveroni e zuffe da bar tra presidenti e vicepresidenti, tra presidenti e giornalisti.

Commisso generalizza, dice che “le gare in Italia sono decise dagli arbitri” anche se non è così e tira in ballo l’Inter e il monte ingaggi della Juve che fanno decadere il valore del suo discorso, e per questo verrà preso meno sul serio di quanto meriterebbe. Diventerà agli occhi di molti una caricatura, ed è un peccato. Perché porta quel che nel calcio italiano manca: genuinità.

Foto Massimo Paolone/LaPresse

Un dialogo meno impostato, ingessato, più aperto. In altri sport esiste già, nel calcio è ancora un tabù. Commisso viene da quegli altri sport, da un altro mondo, ecco perché spara cartucce pesanti con naturalezza. Il problema è che molti di noi si spaventano quando qualcuno parla di favori arbitrali alla Juventus e accenna alla malafede: ci affrettiamo a dire che è tutto regolare, che il nostro calcio non è più quello di Calciopoli, che è un gran bel prodotto. Difendiamo ciò che amiamo, è normale e giusto, soprattutto di fronte ad uno straniero-estraneo, che ai nostri occhi sembra avere meno a cuore il calcio e pare giunto qui per farci la lezioncina.

Invece qualcosa da imparare, da Commisso, l’avremmo. Dopo aver condannato la sua esagerazione e dell’inesattezza di almeno metà dei suoi contenuti, bisognerebbe abbracciare l’intento buono che ha mosso la sfuriata: la richiesta di spiegazioni. Questo vuole, Commisso, seppur senza che ne sia pienamente consapevole. E questo vogliono tutti gli appassionati di calcio veri, che hanno a cuore il dialogo sul gioco e ripudiano quello sugli episodi arbitrali, e sarebbero disposti a accettare uno spazio dedicato alla direzione di gara per non doverne parlare più, per poi poter analizzare il resto, il bello, il meglio.

Foto Massimo Paolone/LaPresse

Quella dell’arbitro è una prestazione come quella dei calciatori, non si capisce perché non debba essere oggetto di analisi da parte gli arbitri stessi. Si dice sempre che fa parte del gioco, allora perché non si può parlarne come se lo fosse?

Il tentativo di molti è portare il calcio fuori dall’ignoranza, e per riuscirci è necessario che le persone in vista espongano i difetti, anche se riguardano gli arbitri, e che lo facciano con forza ma anche con stile, per non diventare grotteschi. E senza generalizzare. Quel rigore per la Juventus meritava un confronto, non un monologo: perché a Commisso non ha risposto l’arbitro, spiegandogli le ragioni della scelta?

Così il calcio italiano crescerebbe, sarebbe addirittura pioniere della trasparenza assoluta. Prendiamo lo sfogo di Commisso, uno che ha voglia di affrontare le cose, di parlarne, che ne ha ancora di voglia, e rendiamolo utile: mettiamo sul tavolo e trasformiamolo in un incentivo al dialogo produttivo, sugli eventi della partita.

Foto Massimo Paolone/LaPresse

Piuttosto che ripetere che “gli animi vanno stemperati”, che sa tanto di morale agli altri, quando poi il turno delle lamentele tocca a tutti, e che uccide il dialogo sul nascere, parliamo anche delle cose scomode. Serenamente, con chi dirige le partite, in campo e al Var. E facciamolo dopo aver aperto i microfoni degli arbitri, rendendo pubblico ciò che si dicono. Basta poco, e anche senza volerlo qualcuno ce lo ha fatto notare. È l’unico modo per parlare con più tranquillità di altro. Di calcio, che poi è quello che dovrebbe interessarci.

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