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Liverpool, la vittoria della programmazione

By 27 Giugno 2020

Il trionfo del Liverpool è un capolavoro perché è la conseguenza di un progetto cercato, costruito, voluto, e sostento con coerenza in ogni momento, con ogni scelta. E che in Klopp trova la sua genesi e principale manifestazione

Jurgen Klopp guarda in camera e afferma “questo è per voi”. Intende Kenny e Stevie. Ovvero Dalglish e Gerrard, i quali, emozionati, sono in collegamento con lui e con lo studio di Sky Sport Uk. Il Liverpool ha appena vinto la Premier a 30 anni di distanza dall’ultima volta, e Klopp ne è l’artefice sommo, il motivo principale, quello che ha reso possibile il trionfo. Ed è così evidente che verrebbe da chiamare gli studi di Sky Sport Uk, in quel preciso istante, e interrompere il discorso del tecnico tedesco per ricordargli che sì, questo titolo sarà anche per loro, ma prima di tutto è per te, Jurgen.

Ma non si fa, non perché non si può chiamare e irrompere, ma perché sappiamo in cuor nostro che Klopp non è un paraculo, non sta recitando la parte, è sincero. Lo è sempre stato, a Liverpool. Dedica la vittoria ai simboli delle due generazioni del passato, all’ultima che ha vinto e a quella che non è riuscita a farlo, per ribadire ancora una volta quanto la storia del Liverpool, il suo codice genetico e i suoi volti siano il motivo per cui si è sentito in dovere di accettare l’incarico e per cui è riuscito a portarlo a termine.

(Photo by Jan Kruger/Getty Images)

Klopp è il simbolo della vittoria del Liverpool perché è l’emblema della programmazione. E questa Premier, dominata fin dal primo istante sotto ogni punto di vista – mentale, tecnico, atletico, tattico – è la punta di un iceberg nato nel momento in cui il club sceglie Klopp e venuto a galla in tutti i momenti in cui lo ha sostenuto, difeso, premiato. Era evidente che Jurgen e il Liverpool potessero comporre un matrimonio perfetto, non era però scontato che diventasse tale, alla luce delle difficoltà. Che ci sono state, e ricordarlo il giorno dopo uno dei più schiaccianti trionfi della storia del calcio aiuta a capirne la genesi.

Klopp vince la Premier dopo 4 anni, 8 mesi e 17 giorni alla guida del Liverpool, dopo un ottavo posto (da subentrato quando la squadra era al decimo), un doppio quarto posto e uno straordinario secondo posto. Anche in Europa, il percorso è stato ascendente: l’esordio in Europa League è culminato con la finale, quello in Champions due anni dopo pure, e quello successivo è stato sublimato dalla vittoria. È stata una scalata, un percorso perfetto, preciso, senza intoppi, al punto da sembrare programmato. È evidente che il Liverpool avesse coscienza degli anni necessari a Klopp per costruire una squadra vincente, e gli ha concesso il tempo per farlo.

(Photo by Christopher Furlong/Getty Images)

Della rosa che Klopp ereditò da Rodgers nel 2015, solo 7 sono i superstiti: Lovren, Gomez, Henderson, Milner, Lallana, Origi e Firmino. Di questi, solo Firmino oggi è titolare inamovibile, ma tutti sono stati protagonisti, segno che Klopp ha scelto i suoi uomini e li ha valorizzati nel tempo. Ma soprattutto, segno che ha avuto tempo per capire i giocatori a disposizione, la qualità della rosa, le sue caratteristiche e i suoi problemi, e per trovare soluzioni. Che la costruzione della rosa sia stata spalmata negli anni e non sia frutto di una rivoluzione, che Klopp avrebbe potuto richiedere dopo aver concluso il primo anno di gestione, è un dato di fatto confermato dal mercato: il Liverpool ha venduto bene e acquistato benissimo, ogni estate, un paio di giocatori chiave alla volta.

Ha ceduto chi non era funzionale al progetto e aveva mercato, e acquistato chi invece era buon interprete delle idee del tecnico tedesco. In mezzo, Klopp ha scelto chi recuperare o valorizzare, come Alexander-Arnold, promosso dall’Under 18 durante il primo ritiro estivo. E quindi, il primo grande epurato fu Benteke, ceduto al Crystal Palace per 31,2 milioni girati poi al Southampton, più ulteriori 10, per arrivare a Mané. L’anno seguente, serviva l’ultimo elemento del tridente, ed ecco Salah comprato da una Roma che aveva bisogno di fare plusvalenza (42 milioni che poi avrebbero gridato vendetta), accompagnato dalla brillante intuizione Robertson (9 milioni all’Hull City) e ad una delle ciambelle peggio riuscite: Oxlade-Chamberlain dall’Arsenal per 38 milioni.

(Photo by Michael Regan/Getty Images)

Ma il tutto era ampiamente finanziato dalla cessione multimilionaria di Coutinho al Barcellona per 145 milioni e di Sakho per 28 milioni al “finanziatore” del successo, sempre quel Crystal Palace in vena di spendere. E in gennaio, ecco il difensore da 84 milioni che fa tornare i conti sul mercato e poi successivamente anche in campo, e che in estate non era potuto arrivare: Van Dijk. A fine stagione, lo strappo finale: dentro Alisson, Keita, Fabinho, Shaqiri per un totale di 182 milioni. Ecco la squadra. Ecco il Liverpool da Champions, e da Premier.

Klopp ha saputo coniugare le sue esigenze a quelle del club, indicato il prototipo di giocatori di cui aveva bisogno, ma che rientrassero nei parametri economici. Ha speso tanto, 446,4 milioni spalmati in 8 sessioni di mercato, ma ha anche saputo rinunciare a giocatori in quel momento di valore, come testimoniano i 362,8 incassati. Il disavanzo sono 83,6 milioni, la cifra spesa per Van Dijk. E potremmo pensare che sia un regalo che Klopp si è meritato impennando gli introiti con la vittoria della Champions e il valore del club.

Quest’ultimo è cresciuto attorno al tecnico, al suo modo di fare, di essere, di comunicare e di far giocare la squadra. È tutto in relazione, ed è per questo che ha funzionato. Il Liverpool è stato coerente con la sua scelta, e Klopp lo è stato con se stesso. Così è rinata l’identità di un club che per anni si era smarrito, rappresentata da un allenatore che non ha mai sbagliato modi e contenuti, in campo e fuori, fin dal primo giorno in cui ha messo piede ad Anfield, perché ha parlato ai tifosi, sapendo che questi ultimi sono il valore aggiunto di questo club.

(AP photo/Jon Super)

Quando un giornalista, durante la conferenza di presentazione, gli chiese del suo gioco rock, Klopp sorvolò e deviò il discorso sui fan: “Non conta il modo di stare in campo della squadra, ma che questo modo renda la vita dei tifosi migliore”. E per rendere questa cosa possibile, il tecnico ha cercato di rappresentare in campo quello che il pubblico già rappresentava fuori, e che secondo lui era l’unica traccia del dna del Liverpool rimasta intatta. Anche la società non aveva più un’identità, e dopo anni di tentativi si è appellata a Klopp per ricostruirla, come ammettendo la sua incapacità di imporsi. C’era solo il tifo, Anfield, la Kop, e da lì Klopp ha cominciato: li ha indicati alla squadra e ha chiesto solo una cosa, di esserne il riflesso.

Il lavoro dell’allenatore tedesco a Liverpool è diverso da quello di Simeone all’Atletico o da Pochettino al Tottenham, due esempi che spesso sono stati accostati. Perché qui, Klopp aveva un appiglio, un’idea di Liverpool da cui partire, e da rispettare. Il destino lo ha aiutato, se è vero che lui con questa idea – di passione, solidarietà, tenacia, e anche gioia pura per il calcio – ci va a nozze, e ci ha costruito una carriera. Ecco perché a Klopp è stato dato tempo e spazio. È stato più di tre anni sulla panchina dei Reds senza vincere un trofeo, ma era nell’aria, e sull’inseguimento ci ha costruito l’epica: più volte ha dichiarato che “l’attesa del trionfo è meravigliosa, forse quanto il trionfo stesso” ed è riuscito a non renderla una banale frase retorica quest’anno, se è vero che il Liverpool ha approcciato con rabbia al campionato, dopo averlo perso pur raggiungendo la quota record di 97 punti, in un modo che avrebbe potuto abbattere il morale di una squadra nel frattempo appagata dal trionfo in Champions. E invece. E invece ecco il Liverpool campione, 30 anni dopo l’ultima volta, che festeggia in hotel mentre guarda il City perdere contro il Chelsea in uno stadio a porte chiuse, e manda il suo allenatore in collegamento televisivo dal garage, forse, o da un corridoio, chissà. E questi piange, si commuove, e dedica il trionfo ai primi cittadini di Anfield e attraverso loro a tutti gli altri, sottolineando così da dove ha cominciato per terminare la missione. In un cerchio perfetto che si chiude, con Klopp al centro. E che nei prossimi anni, con queste premesse, è destinato a riaprirsi.

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