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La Zemanlandia dimenticata

By 28 Marzo 2021

Storia del Lecce 2004/2005, una squadra capace di salvarsi, divertire e valorizzare i giovanissimi. Tutto seguendo lo stile del Boemo

C’è stata un’altra Zemanlandia, qualche chilometro a sud delle sue sorelle famose. Solito vocabolario: tridente, gioco spericolato, giovani che diventano uomini; gradoni, sigarette, inespressività del Capo; polemiche. Siamo a Lecce, la Serie A è la 2004-2005 – la prima a venti squadre, quella revocata alla Juventus in cui il Messina sfiora la Coppa Uefa e la Roma la B – e lo spettacolo dura giusto una stagione. Poi viene dimenticato, stretto fra i grandi amori di sempre: Foggia, quando il gioco a zona della “giovane promessa” svegliava l’Italia delle marcature a uomo; e Pescara, scampolo da “venerato maestro” di una vita da “solito stronzo”, come direbbe Arbasino. Ma che, proprio per quanto riguarda quella fase, trova l’apice in Salento.

Specie considerando le premesse: mettere sotto contratto Zeman, nell’estate del 2004, è impopolare, significa scommettere su un 4-3-3 finito fuori moda dopo la sbornia triste alla Lazio di Cragnotti e alla Roma di Sensi. Ora è alla periferia dell’impero: Salernitana (dal 2001 al 2003), con esonero e retrocessione in C; e Avellino, con un altro declassamento in terza serie. L’educazione al gol è intatta (Vignaroli con lui ne segna venti, Kutuzov tredici), ma i risultati latitano. E quando Pantaleo Corvino – allora direttore sportivo del Lecce – lo fa sedere in panchina, gli over 2,5 sembrano garantiti; la salvezza, molto meno.

 

© Renato Ingenito / LaPresse.

Tanto più osservando il gruppo a disposizione, composto da giovanissimi pescati nei Paesi slavi e in Patagonia, passati per la primavera e al debutto in Serie A solo nel 2003. Ci sono il genio scostante del montenegrino Vučinić, la corsa à la Weah dell’ivoriano Konan, il metronomo italoargentino Ledesma, la spinta in basso a sinistra del salentino Rullo e i loro vent’anni, a dividere speranze con l’inesperto Marco Cassetti – all’epoca esterno di fascia, Zeman lo arretra in difesa – e il bulgaro Valeri Božinov, appena maggiorenne e che già segna fra i grandi. Però l’impatto con la categoria è devastante: allenata da Delio Rossi, la banda si è ripresa dopo un girone d’andata pessimo grazie al mestiere di Siviglia, Tonetto, Daniele Franceschini, oltre alle diciannove reti di uno Chevantón stellare. Tutti nomi che a fine stagione bisogna cedere per fare cassa. Stavolta, insomma, tocca davvero ai ragazzini. E a Zeman, svezzarli.

Alla scolaresca si aggiunge Diamoutene (dal Perugia di Gaucci, dove è retrocesso in B), un centrale a cui capitan Stovini farà da chioccia, anche perché si tratta dell’unico giocatore un minimo attempato in rosa insieme al portiere Sicignano, di cui la stagione che verrà metterà a dura prova riflessi e pazienza. A centrocampo: un Giacomazzi ancora per poco in cerca d’autore, la regia di Ledesma e il pragmatico Dallabona, arrivato al Milan come stellina del Chelsea di Ranieri e presto sparito dai radar. E poi gli avanti: da Vučinić a Konan, dal neo acquisto Pinardi (un esterno che solo stavolta si mostrerà all’altezza della Serie A) alla next big thing Božinov. C’è anche Bjelanović, onesta e già più rodata torre presa in prestito dal Genoa, ma non servirà.

© Renato Ingenito / LaPresse

Perché al bulgaro bastano un ritiro massacrante e il gioco verticale della casa per diventare leader. Segna all’esordio contro l’Atalanta di Montolivo e Pazzini (2-2 a Bergamo), trascina i suoi nel 4-1 del Via del Mare contro il Brescia del post-Baggio e ferma la Roma in un pareggio – ancora 2-2 – famoso per il cucchiaio di Totti parato da Sicignano. Il Lecce, per Repubblica, «fa sul serio»: Cassetti, in difesa ma senza compiti di copertura, affetta il Cagliari (3-1 alla quarta giornata); Vučinić si sveglia alla quinta con il Chievo (2-1 e prima sconfitta) grazie a un arcobaleno dalla distanza, poi si mangia il Palermo di Guidolin e Toni e il Messina, prima di tornare in letargo; Konan e Pinardi si occupano del lavoro sporco; Ledesma detta il ritmo, asfissiante. La squadra è seconda; Zeman, profeta. E Božinov, che assaggia bastone e carota, ringrazia i compagni e avvelena di sinistro l’Inter di Mancini. Ancora 2-2, e sesta rete in otto giornate.

Ma mentre qualcuno inizia a pensare all’Europa, dopo il pareggio coi nerazzurri il 4-3-3 zemaniano dà prova di fragilità: la difesa è distratta, vittima di una squadra utopistica, volutamente sbilanciata e quindi vulnerabile ai contropiedi; e il Lecce, in generale, è talmente tanto ostinato nella ricerca del gol che sembra non voglia neanche gestire il risultato, convinto di poter segnare più degli altri, o comunque di giocare sempre in avanti. Tradotto: la trasferta contro un’umile Fiorentina diventa una mareggiata da 0-4, l’Udinese di Iaquinta fa il bis al Via del Mare con un tiro dal dischetto all’ultimo minuto (3-4) e la Lazio sfrutta la solitudine di Diamoutene e Stovini per compiere una doppia rimonta per il 3-3 finale. Certo: lo “spettacolo”, i gol e la valorizzazione dei giovani non mancano; ma dopo Firenze arriva un’altra, sola vittoria fino alla fine del girone di andata, chiuso a metà classifica, con 22 punti in 19 partite. Fra ribaltoni, polemiche per alcuni rigori assegnati e sconfitte nel recupero, tra cui quella contro un Parma sparagnino al giro di boa (1-2).

Però i dirigenti sorridono lo stesso, perché Božinov è già a quota undici gol – l’anno prima ne aveva messi a referto solo tre. In una sconfitta per 5-2 contro il Milan, il suo ingresso dà un senso a una partita fin lì a senso unico. «Chissà come sarebbe finito, con lui in campo dall’inizio», sospirano alla Domenica sportiva. Della Vale, che progetta una Viola d’alta classifica, sborsa 15 milioni per averlo a gennaio, ed è una plusvalenza irrinunciabile. Nonostante i mugugni: possibile che i giallorossi cedano il loro miglior attaccante a una concorrente per la salvezza? Possibile, sì, perché il sostituto Corvino ce l’ha in casa.

© Renato Ingenito / LaPresse.

Si chiama Mirko Vučinić, e dopo una serie di partite a intermittenza è pronto a recuperare il tempo perso per dodici reti nel girone di ritorno e diciannove complessive. Di destro, di sinistro, di testa. Su lancio di Ledesma o cross di Pinardi. Dal limite o a centimetri dalla porta. Rispetto al bulgaro, è più fantasista e meno martello, nonché simbolo di una squadra scostante e umorale, che esce dall’inverno fra prestazioni da schiacciasassi (vittoria per 3-0 sul Chievo, pareggio contro la Roma che sa di beffa) e grossolani black-out. E che – seguendo i dettami del Capo – con 67 gol in cascina, sarà il secondo miglior attacco del torneo, ma anche la peggior difesa. Solo che negli anni precedenti la squadra più battuta era sempre retrocessa, mentre stavolta l’anomalia è completa: il Lecce si salva, diverte e valorizza i giovanissimi.

Certo, l’atteggiamento del tutti in avanti per novanta minuti, per cui a volte i giocatori rinunciano direttamente a difendere (come nel 2-5 contro la Juventus, in cui Fabio Caressa se la ride per il piglio inspiegabilmente rinunciatario dei centrali leccesi, a fronte invece della ferocia degli attaccanti) è spericolato, e costa sconfitte come quella di San Siro contro l’Inter (1-2), con rigore contestatissimo, e quella al Picchi di Livorno (0-1) dopo una gara dominata. Ma è il prezzo da pagare, per domeniche in cui una tripletta di Vučinić – con suggello finale su punizione, in rimonta – sotterra la Lazio per 5-3. Certe cose, a Lecce, solo quell’anno con Zeman.

 

E quindi, però, il finale. Un 3-3 al Via del Mare contro il Parma, che a giallorossi la tranquillità e agli avversarsi lo spareggio per la salvezza contro il Bologna. Il paradosso? Che sul pareggio, a mezz’ora dalla fine, per la prima volta i salentini si mettono a gestire il risultato. Agli occhi di un pubblico ormai abituato all’integralismo, stanno semplicemente “rinunciando a giocare”, tradendo i dettami ostinati dell’allenatore, se non proprio offrendo un favore agli emiliani. E allora giù a fischi per l’abiura, mentre Zeman volta le spalle al campo in disaccordo, con l’atteggiamento dei suoi. Ma per una società per cui la salvezza è sempre stata – e tutt’ora rimane – una chimera, il finale fra le contestazioni di quella che probabilmente resta la sua miglior stagione in Serie A è paradossale ed emblematico del trasporto con cui i tifosi si erano immedesimati nell’utopia offensivista del tecnico.

©Stefano D’Errico / LaPresse.

Tant’è: qualche giorno dopo il tecnico boemo lascia l’incarico e, senza di lui, la squadra retrocederà già nel 2006. Vučinić e Cassetti passeranno alla Roma, Ledesma alla Lazio, segnando un’epoca dei rispettivi club. Corvino, intanto, aveva già raggiunto Della Valle a Firenze, dove avrebbe scoperto altri talenti pur senza riuscire a recuperare Božinov, che non raggiungerà più il livello di quando era in Salento. Proprio come Konan, Dallabona, Rullo, Pinardi. Zeman, invece, tornerà al Lecce nel 2006, in Serie B, ma verrà esonerato alla vigilia di Natale dopo un girone d’andata anonimo. Zemanlandia, da quelle parti, aveva chiuso per sempre, fra quei fischi di rabbia che poi, in realtà, erano la più grande confessione di fede.

 

Patrizio Ruviglioni

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