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L’amore mai sbocciato fra Horst Blankenburg e la Germania

By 19 Dicembre 2019

Il tedesco Horst Blankenburg è stato uno dei migliori difensori della sua generazione. Cruyff gli chiese di giocare per l’Olanda, ma “Blanki” gli rispose che non se la sentiva di tradire la Germania. Solo che il dualismo con Beckenbauer gli impedì di vestire la maglia della Mannschaft

«Un pomeriggio, pochi minuti dopo l’allenamento, Cruyff si avvicinò e mi chiese se me la sentivo di giocare per l’Olanda. Lo ringraziai di cuore, ma gli risposi che non avrei mai potuto tradire la Germania». Horst Blankenburg, 72 anni, è sempre stato un uomo tutto d’un pezzo e il vessillo della coerenza. Sarebbe potuto diventare il battitore libero della grande Olanda del 1974, godeva della stima di Cruyff e del tecnico Rinus Michels, ma decise di non accettare la cittadinanza olandese, di rimanere fedele alla Germania (all’epoca Ovest), e di non giocare una sola partita in nazionale. Blankenburg all’epoca era probabilmente il miglior libero in circolazione, ma la nationalmannschaft aveva l’intoccabile Beckenabuer, che non gradiva concorrenze interne e che convinse l’allora ct Helmut Schon a non prendere in considerazione una candidatura del centrale in forza all’Ajax degli invincibili.

A dirla proprio tutta Beckenbauer nutriva una certa idiosincrasia per i tedeschi che giocavano lontani dalla Bundesliga. Ne sa qualcosa l’ottimo Günther Netzer, regista del Real Madrid, costretto a fare il rincalzo del ben più modesto Wolli Overath nella selezione che si laureò campione del mondo a Monaco di Baviera. Il finale della storia lo conosciamo tutti: il “kaiser” trionfò proprio contro l’Arancia Meccanica e Michels inventò libero Ruud Krol, che di professione era un ottimo terzino sinistro.

DPA/LAPRESSE

La storia professionale e umana di “Blanki” si è srotolata tra alti e passi repentini, come se visitando un lunapark avesse preso posto sulla vettura di un otto-volante. Era partito in sordina, senza particolari fronzoli al Monaco 1860, ma Stephen Kovacs, l’allora tecnico dell’Ajax, capì che quel tedesco che giocava a testa alta e che sapeva uscire dall’area di rigore palla al piede, senza spazzarla via, avrebbe potuto sostituire nelle alchimie tattiche dei lancieri il serbo Velibor Vasovic, messo alle corde da gravi problemi d’asma.

E così avvenne: Blankenburg vinse tutto con l’Ajax, rientrando nel 1975 in Germania, nell’Amburgo, da stella acclamata. “Il grande rimpianto è quello di non aver giocato per la mia Germania. Prima fu Beckenbauer a mettersi di traverso, e quattro anni dopo in Argentina mi preferirono Rolf Russmann dello Schalke. Io rimasi a bocca asciutta, ma non serbo rancore. Anche se ho la certezza di essere stato probabilmente il più forte difensore centrale di quegli anni, o quantomeno quello che interpretava il ruolo nella maniera più moderna possibile”. Nel tempo Blankenburg ha conosciuto l’anonimato a Neuchatel e una montagna di dollari a Chicago, a fianco di Gadocha e Van Hanegem, fino agli anni del viale del tramonto trascorsi a giocare per squadre delle banlieues del pallone teutonico.

Tutto sembrava predisposto per dare inizio a una dignitosa carriera da allenatore, ma il tradimento della moglie Roswita, che lo abbandonò con le figlie Sandra e Daniela da tirare sù, e debiti per 350mila marchi dell’epoca, provocarono un radicale cambio di rotta nella sua esistenza. Per un certo periodo si trovò costretto a servire piatti in un ristorante della città natale di Heidenheim an der Brenz, fino a quando, a Malaga, incontrò il secondo e forse vero amore della sua vita, Marisa.

Oggi Blankenburg vive in maniera decorosa e ogni tanto si trova con i vecchi compagni di squadra dell’Amburgo, Willi Schulz, Uwe Seeler, Harry Bahre, Peter Nogly e Manfred Kaltz per qualche partita tra veterani, o al “Bambi” di Hamburger Berg, per raccontare, in compagnia di un’ottima birra, i tempi che furono. Gli anni d’oro di un pallone che non torneranno più, assieme a quel sogno proibito di intonare, almeno per una volta, “uber alles in der welt” con la mano sul cuore.

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