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L’anno in cui le italiane vinsero le tre coppe europee

By 3 Maggio 2020

Nel maggio del 1990 l’Italia riesce a vincere tutte e tre le coppe continentali: la Juventus si aggiudica la Uefa, la Samp conquista la Coppa delle Coppe e il Milan la Coppa dei Campioni. Ecco il romanzo in quattro capitoli di una stagione incredibile

 

Quartier generale della Kappa. 23 maggio 1990, è quasi mezzanotte. È stata una giornata di trionfo, la terza in tre settimane. Le stanze sono vuote, gli uffici chiusi. Tutti a far festa in qualche locale. Dalle finestre filtrano soltanto i riflessi della luna. Il campanile della piazza batte i dodici rintocchi che segnano la fine della giornata. Poi tutto tace, mentre il fascio della luce lunare penetra dalle fessure delle tapparelle con maggiore intensità e si blocca sulla parete opposta, proprio sull’enorme pannello dove campeggia lo storico logo della Kappa.

Un delicato e improvviso fruscio spezza il silenzio di una notte che profuma di magia e di mistero. Gli omini simbolo del marchio, per una volta – l’unica della loro esistenza – si guardano finalmente negli occhi. Si sono alzati, girandosi su se stessi e sono uno di fronte all’altro. Un uomo e una donna. In piedi. Attimi infiniti. Non una parola, solo sguardi. Le mani si toccano, poi percorrono i confini del viso, ad esplorare linee solo immaginate. Respiri profondi che fanno da leva per il sospirato abbraccio. Lungo, forte, intenso, preludio al bacio d’amore, prima di tornare seduti. Le spalle in comune appoggio e le ginocchia alzate ad altezza del petto. A fissare orizzonti lontani ed opposti. Fermi, immobili, cristallizzati. Una condanna, la loro condanna. Uniti per sempre, vicini per l’eternità, reciproco ed essenziale sostegno e punto di equilibrio. Senza potersi vedere, però. Solo immaginando il volto dell’altro. La scoperta è stata bellissima. Attimi eterni. Una gioia pura e prorompente, anche se durata lo spazio di un battito d’ali.

Un incantesimo sciolto grazie alla magia della luna, docilmente guidata della Dea Eupalla che in quel maggio del 1990 ha reso possibile l’avverarsi di un sogno. Tre squadre italiane ai vertici dell’Europa. Juventus, Sampdoria e Milan a conquistare i tre trofei annualmente messi in palio dall’UEFA. E sulle loro maglie, gli omini della Kappa. Schiena contro schiena. Destra e Sinistra. Est ed Ovest. Due sagome contrapposte, ma vincenti. Per un primato assoluto, imbattuto. Ed imbattibile ormai.

Roberto Mancini e Stephen Keshi durante la finale di Coppa delle Coppe fra Sampdoria e Anderlecht. Mandatory Credit: Ben Radford/Allsport

Un sogno sì, per una realtà a strisce tricolori. Coppa Uefa alla Juventus. Coppa delle Coppe alla Sampdoria. Coppa dei Campioni al Milan. Tutto vero. Partite, gol, emozioni. Destini intrecciati e percorsi tortuosi. Protagonisti inattesi e addii dolorosi. Perfino una sfida fratricida ad arricchire una trama già di per sé avvincente. Un romanzo in quattro capitoli per una storia iniziata il 2 maggio 1990 e terminata tre settimane dopo. Quattro capitoli tutti ambientati di mercoledì. Il giorno delle Coppe.

Le novità non tarderanno ad arrivare, modificando tornei e calendari, ma per il nostro 1990 tutto rimane ancora radicato nella tradizione. Gare al mercoledì, dai preliminari alle finali. Turni ad eliminazione diretta, con partite di andata e ritorno. Modalità questa valida anche per l’assegnazione della Coppa Uefa, mentre per le altre è prevista la finale secca, in campo neutro. E dunque il calendario delle finali per la stagione 1989-90 è così scansionato: 2 maggio andata della “Uefa”; 9 maggio, atto conclusivo della Coppa Coppe a Goteborg, Svezia; 16 maggio ritorno e assegnazione della Coppa Uefa; infine il 23 maggio al Prater di Vienna la finalissima della Coppa Campioni a chiudere in crescendo la stagione europea.

Juventus e Fiorentina. Sono loro a contendersi la Coppa Uefa. Un inedito, mai prima d’ora due italiane erano arrivate a giocarsi la stessa finale. Clima torrido, nonostante siamo al due maggio. Sul letto della storica rivalità tra tifoseria viola e quella bianconera, c’è la fresca questione del prossimo trasferimento di Roberto Baggio alla Juve a rendere il piatto assolutamente indigesto. Il (futuro) Codino, stella nascente del calcio italiano (a Italia ’90 darà ampio saggio delle sue qualità) e idolo della Curva Fiesole è stato promesso alla “nemica” bianconera. Non c’è ancora l’ufficialità, ma tutti sanno, cifre comprese (25 miliardi, un record). E la temperatura sale vertiginosamente.

Giancarlo Marocchi e Dunga durante la sfida di ritorno di Coppa Uefa. Mandatory Credit: Simon Bruty/Allsport

Baggio, 23 anni ancora da compiere, appare frastornato. E ciò non giova ad una Fiorentina che in campionato ha traballato forte – con tanto di esonero del tecnico Bruno Giorgi sostituito da Ciccio Graziani a un mese dalla fine del torneo– e che ha la ghiottissima occasione di conquistare un alloro europeo che avrebbe un sapore incredibile, dopo la salvezza acciuffata all’ultima giornata. Dall’altra parte c’è una società in liquidazione e che a settembre ha visto volare in cielo il suo figlio migliore, Gaetano Scirea. Boniperti a febbraio si è dimesso dopo quasi venti anni di regno, scalpitante Luca Cordero di Montezemolo.

Dino Zoff, mister bianconero, sa già che non sarà confermato, imminente Gigi Maifredi. La squadra vive una situazione di precarietà. Chi rimarrà? Non ci sono fuoriclasse di grido. Due o tre ottimi giocatori, questo sì: Tacconi, Marocchi, De Agostini, tutti nazionali e convocati per Italia ’90. C’è la rivelazione Totò Schillaci, che a suon di gol ha convinto il Ct Azeglio Vicini a dargli l’ultima maglia azzurra a disposizione.  Poi molte delusioni, stranieri compresi. Eppure, proprio una settimana prima dell’andata della finale europea, i bianconeri hanno conquistato la Coppa Italia, superando il Milan di Sacchi. Il gol che vale il trofeo, dopo lo 0-0 di Torino, lo segna a San Siro Roberto Galia. Carnagione scura, capello corvino, indossa il numero 4, classico mediano. Corsa, generosità, sacrificio. Con una buona dose di sapienza tattica e tempismo.

È lui il vero eroe di gara-1 contro la Fiorentina giocata a Torino. A lui va l’oscar per l’attore non protagonista. Dopo tre minuti gira in gol un cross basso dalla destra di Schillaci, fulminando Landucci. Segue immediato pareggio dell’ex Renato Buso, 21 anni da finire, già baby prodigio bianconero. Quindi Juve in affanno e Fiorentina che comanda. Non succede nulla perché Baggio sciupa e Tacconi si supera. Nel secondo tempo, prima Casiraghi spinge in rete da due passi dopo aver spinto il suo marcatore. Poi il tutto mancino Gigi De Agostini, con loffio destro discendente dal limite dell’area, fa piangere Landucci che si sdraia sull’erba, mentre il pallone lo supera dopo un rimbalzo beffardo.

Simon Bruty/Allsport

È l’ultimo gol al glorioso “Comunale” per la Juve, che dalla prossima stagione giocherà al neonato “Delle Alpi”. Nel mezzo c’è stata molta caciara in campo, per non dire peggio. Brutte scene in Eurovisione, mal gestite dallo spagnolo Aledren e spiegate ancora peggio dai protagonisti nel dopo partita. Saluta la compagnia Sergio Brio. Ha giocato i primi 45 minuti della gara. Gli ultimi della sua decennale carriera alla Juve.

Mercoledì 9 maggio. Svezia, Stadio Ullevi di Goteborg. Ultimo atto della Coppa delle Coppe. Di fronte l’Anderlecht allenato da Aad De Mos e la Sampdoria di Vujadin Boskov. Ci riprovano quindi i blucerchiati che giusto dodici mesi prima avevano perso la sfida finale contro il Barcellona guidato da Johan Cruyff. 2-0 e trofeo nelle mani degli azulgrana del Barça. Con un anno in più nelle gambe e nella testa, Mancini e Vialli fanno ancora più sul serio adesso.

La Samp è cresciuta, nonostante qualcuno alla vigilia ancora veda tracce di immaturità nei Doria. Il lungo e programmato lavoro del presidente Paolo Mantovani ha già dato dei frutti. Dopo il ritorno in A nel 1982, la Samp ha vinto per tre volte la Coppa Italia (1985, ’88 e ’89) ed è ormai entrata far parte dell’elite del calcio italiano, con fondate speranze di conquista del campionato (evento che si verificherà nel 1991). In Svezia la Sampdoria ci è arrivata per portarsi a casa la Coppa. E l’hanno seguita più di cinquemila tifosi.

Il cammino di avvicinamento è stato tosto, Borussia Dortmund e soprattutto i francesi del Monaco, tra gli ostacoli più duri. L’Anderlecht non è da meno, anche se alla vigilia, in perfetto stile belga il suo mister faccia intendere che non gli dispiacerebbe giungere ai supplementari. La verità è che se quei due lì davanti (Mancini e Vialli) girano, non ce n’è per nessuno. Manca Cerezo nella Samp, assenza non da poco. Boskov, almeno all’inizio ci mette del suo e tiene Lombardo in panchina, per farlo entrare al 55’ al posto di Invernizzi.

Il risultato non si sblocca. La Samp sfiora più volte il gol. I belgi non giocano, affidandosi al proprio portiere De Wilde che le prende tutte. Sale l’ansia. Vuoi vedere che la coppa la perdiamo? Supplementari. E arriva il momento di Fausto Salsano, mezzala bonsai, ottima tecnica, ma anche buona resistenza. È lui, l’ultimo arrivato, l’uomo della svolta. Ha una voglia matta. E quando mancano sessanta secondi alla fine del primo supplementare, gioca il jolly. Secco destro di prima intenzione dal limite dell’area. E l’equilibrio finalmente si spacca. Non entra subito il pallone. Colpisce il palo, quindi flipper con De Wilde che stavolta pasticcia, Vialli ha ancora forze per fregargli il pallone e per spingerlo nella porta vuota. Boato blucerchiato.

È il minuto 104, è il minuto della curva decisiva. Cambio campo e ancora Vialli-gol. Di testa, su pennellata del Mancio. È finita, la Coppa stavolta prende la via di Genova, primo successo europeo per la Sampdoria. Si fa festa ovunque, anche sull’aereo che riporta i blucerchiati a casa, dove c’è anche un felice Paolo Villaggio. L’unica faccia mogia è quella di Faustino che è al canto finale. Andrà alla Roma. Al triplice fischio dello svizzero Galler, tra pianti di gioia, abbracci e sorrisi soddisfatti, in pochi seguono Salsanin. A passi decisi va verso la porta del primo gol. Si ferma di fronte al palo che gli ha negato la gioia personale della rete e lo prende a calci. Pedate cariche di sentimento. Un gesto di sana e umana rabbia, perché anche le formiche nel loro piccolo si incazzano.

16 maggio. Terzo capitolo, ritorno tra Fiorentina e Juventus. Si gioca ad Avellino. Campo neutro per colpa di quei tifosi viola che nella semifinale con il Werder Brema hanno invaso il campo e aggredito il portiere avversario. Partenza ancora più in salita per la Fiorentina di Graziani che non ce la fa. Poche energie, poche idee, poca convinzione. E Baggio sull’orlo di una crisi di nervi (l’annuncio del passaggio alla Juve sarà dato 48 ore dopo la partita). Tacconi, tornato a respirare l’aria di casa del Partenio, onora ancora una volta la fascia di capitano. Pasquale Bruno, invece, dà di matto e si fa cacciare all’inizio del secondo tempo. Juve in dieci, e con Alejinikov che fa il libero.

In panchina ci sono due “Primavera”: Salvatore Avallone (che ha giocato due spezzoni in campionato e uno nei Quarti contro l’Amburgo) e, soprattutto Massimiliano Rosa, lui absolute beginner. Nella parte finale della gara Zoff si affida anche a loro, per una Juve più operaia che mai. Lo 0-0 iniziale regge fino al 90’, quando l’arbitro Schmidhuber dice che può bastare. È il tripudio per i bianconeri. Tutti i giocatori, Bruno compreso, vanno ad abbracciare il loro allenatore. L’immagine è toccante, è la sera degli addii. E forse anche di qualche rimpianto nelle stanze dei bottoni.  “Grazie ai ragazzi – sono le parole di Zoff a fine partita in diretta televisiva – Merito loro, erano in dieci, hanno combattuto, meglio di così non si può. Questa vittoria mi ripaga moltissimo”. E quando Salvatore Biazzo gli ricorda che dovrà andar via, il grande Dino così mette la sua firma: “E’ il destino. Il destino crudele”. Non una parola di più. Fine delle trasmissioni, mentre Tacconi alza la Coppa Uefa, la seconda dopo quella del 1977.

23 maggio. Quarto ed ultimo capitolo. Il teatro è di quelli d’eccezione per la finalissima di Coppa dei Campioni. Il mitico Prater di Vienna, dove la Grande Inter di Picchi e Mazzola conquistò la sua prima Coppa dalle grandi orecchie contro il Real Madrid, nel 1964. Ventisei anni dopo, ancora il Prater, ancora un’italiana, ancora una milanese. Stavolta tocca al Milan di Arrigo Sacchi, campione in carica.

L’anno prima la formazione rossonera aveva conquistato il trofeo (terzo successo nella sua storia) con uno schiacciante 4-0 ai rumeni dello Steaua, dopo aver dato una vera e propria lezione di calcio al Real Madrid, asfaltato con un complessivo 6-1: da cineteca il tuffo-testa-gol di Van Basten al Bernabeu (con le regole di oggi la rete sarebbe tutta sua). Quindi, Milan campione d’Europa, chiamato a difendere il suo titolo contro i portoghesi del Benfica allenati da Sven Goran Eriksson che, in cuor suo forse ci crede davvero di fregare Baresi e soci.

Simon Bruty /Allsport

Vigilia non semplice per i rossoneri. Durante la stagione sono arrivate la Coppa Intercontinentale e la Supercoppa europea, questo è vero. Ma è anche vero che in aprile il Milan ha lasciato alla Juve la Coppa Italia e, soprattutto, si è arreso al Napoli nella corsa scudetto con il remake (in tono minore, va detto) della “Fatal Verona 1973”. Sconfitta indecorosa, polemiche in campo, e scene poco edificanti. Aria pesante. Mettici che manca Donadoni e che Ruud Gullit è al rientro dopo i problemi al ginocchio che lo hanno tenuto fuori per tutta la stagione.

Ma c’è Silvio Berlusconi, che vuole fortissimamente vuole la Coppa. I ragazzi lo sanno. E ben ricordano quanto sia stato complicato arrivare a Vienna. Ancora il Real Madrid tra gli avversari. Ma soprattutto i belgi del Malines nei Quarti e i tedeschi del Bayern Monaco in semifinale. Decisivo nel match di ritorno all’Olympiastadion il pallonetto di Stefano Borgonovo, nei tempi supplementari. Gloria anche per lui, in un Milan dalla rosa ipertrofica e che inaugura una moda tutta sacchiana della turnazione dei portieri. Uno per il campionato, il neo acquisto Andrea Pazzagli, e uno per la Coppa, il confermato Giovanni Galli. Con ampio e vorticoso giramento di zebedei per quest’ultimo, buono per l’Europa (e addirittura miracoloso in Belgio), ma non entro i confini nazionali.

Una situazione che il portiere toscano non regge, per una frattura con mister Sacchi che lo porterà poi a lasciare il club rossonero a fine stagione. Non prima di aver vinto la Coppa e non prima di essersi scambiati con il rientrante Gullit una reciproca promessa. “Pensa a recuperare – ha ricordato Galli al Guerin Sportivo alcuni anni fa – io nel frattempo ti porto in finale e te poi me la fai vincere”.

La partita è rognosa. L’azione del Milan, nella classica maglia bianca con bordi rossoneri da finale Champions, è modulata sulle lunghezze d’onda del Tulipano Nero, che pian piano prende sempre più confidenza e fiducia. Cresce Gullit e cresce anche il Milan con Van Basten che retrocede a suggeritore. Ed è proprio lui ad innescare Francolino Rjikaard, il meno reclamizzato dei tre olandesi, al minuto 67, con un’imbucata rasoterra centrale che taglia in due la difesa portoghese. Esterno destro del numero otto ad anticipare Silvino e passa la paura. E’ il gol-partita. E’ la rete che regala al popolo rossonero la quarta Coppa dei Campioni. E al fischio finale, con le ultimissime energie rimaste, Gullit galoppa felice per andare dalla parte opposta del campo verso l’amico Giovanni Galli, sdraiato esausto sull’erba. L’abbraccio tra i due come suggello delle promesse fatte. Il punto esclamativo sul trionfo rossonero e su quello dell’Italia intera per un tris da record.

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