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L’arte ormai plastificata di esultare

By 11 Maggio 2020

Perché le esultanze dopo i gol hanno perso la loro sincerità?

A me fanno ridere quelli che esultano in favore di telecamera. Non c’avevo mai pensato, poi durante questa pandemia ho rivisto le partite del passato, ed ho capito. Dispiace se fumo? Ho capito che Marco Tardelli s’è ingrassato per la sincerità esibita, e che non puoi non diventare bulimico dopo. Perché è difficile essere sinceri con i sentimenti in teatro, figuriamoci su un campo, e poi, oggi, mi sembra tutto un inganno.

Problema mio, certo. Ma dovendo fare due conti con la sincerità post-gol, che faccio discendere da Tardelli82, almeno per quanto riguarda la mia biografia, poi certo prima c’è tanto altro, ma questo è un pezzo breve perché breve è la felicità. Belli i tempi in cui in area di rigore c’era Dario Fo e intorno a marcarlo i carabinieri, mentre lui segnava in acrobazia e gioco-lava, eruttando parole in lingue annodate, ma ora no, è un liberi tutti dagli stadi alla playstation passando per la tivù, senza nemmeno un Nereo Rocco per correggere la postura a Belotti.

In pratica è tutto un cercare l’eroe mitologico portatore di sincerità, invece, uno si ritrova calciatori pronti per Hollywood che pure un George Clooney gli direbbe: Meno, molto meno, e poi troppi denti, così non si vede la fame. Invece, chi ha visto girare intorno a una bandierina Juary: la fame la vede-va eccome, vede-va il trapezio e il salto, il vuoto e il viaggio da una tavola assente a una dove ci si siede con la pelliccia al collo.

Ma Juary è solo l’illuminazione, il pensiero, poi mi son chiesto ma tipo noi come siam messi a sincerità dopo il gol? A fare due conti: chi c’è dopo Tardelli che pare davvero felice  d’aver segnato? Forse negli anni Ottanta erano tutti contenti di aver segnato perché il sushi non era così diffuso, e questa contentezza da bambini in-finiti arriva fino agli inizi degli anni Duemila, poi adieu.

Da quando il diritto al gol è stato esteso a tutti come il reddito di cittadinanza, e, poi, con la povertà abolita, la segnatura perde valore, si svaluta, la rete non è più un plaid per coprire le giornate dei poveri ma una scommessa azzeccata per piccoli borghesi. Si riduce il raggio della felicità in funzione di un rito post: più impegnativo dell’azione che porta al gol. Va bene che ci son meno fabbriche e meno catene di montaggio, e che andare allo stadio costa quanto una pensione a Milano Marittima o una crociera nel Mediterraneo, ma rivivere la giornata sempre uguale nell’esultanza dell’attaccante non asciuga più le lacrime, no; diventa birra calda e tristezza che ingombra lo stomaco e il petto ora che anche gli inglesi chiedono un cubetto di ghiaccio per alleviare la sconfitta.

Sarà che Juary segnava per ricordarsi il sole caldo del Brasile mentre ad Avellino pioveva sempre, e che Batistuta non mi convince, c’è troppa sceneggiata nella sua esultanza, da Citti, partito dalla borgata e finito a fingere il dolore che davvero provava stando a disagio con i professionisti delle risate. Che poi il mitra di Batistuta è finito nelle mani di Berlusconi a Pratica di Mare per omaggio a Putin e al tenente Kalašnikov, non potendo portare lui al Milan per via delle ginocchia messe peggio dei Gaucci. Tocca starci attenti con le esultanza, che zac, un attimo e si fa carnevale.

(Photo by Brian Bahr/Getty Images)

E allora chi salvi? I gol dei portieri, che un po’ di incredulità ancora la appoggiano, uscendo dalla fiction delle partite, come al bancone del bar quando arriva una bionda e tu offri e sorridi aspettando che lei dica: only you. Ma te la ricordi la faccia di Chilavert quando ritornava a segnare su punizione? Era da sbarco sulla Luna, claro, senza casco, altrimenti come fai a notare la differenza. O Higuita, che sembrava Verdone al flipper? Oggi il portiere segna per disperazione, non ci mette più la testa ma il cuore, è roba da Omaha Beach. Dai chi si diverte? Ma l’hai visto Donnarumma? Sta in porta come io in fila da Equitalia, e lui non c’ha il problema di contare prima d’entrare. Son tutti dei piangina, squadre e partite di piangina, e di stitici, ci mancherebbe altro, con i cessi di Cattelan, poi, l’idraulico che si fece artista.

Ma ritornando al discorso della sincerità, rimane poco, oltre l’impugnatura: hai visto come stringeva le pistole Clint? Sì, ecco, hai capito cosa intendo. Oggi chi ringhia a un fallo? È roba da film di Özpetek. Ti ricordi Chinaglia col fucile? Ce lo vedi Ronaldo? No, e allora mi tengo Pippo Inzaghi che gli leggevi negli occhi, dopo il gol, la stessa felicità d’un tredici al Totocalcio, o Grosso, Fabio Grosso, metalmeccanico, una zuppa di fagioli servita a Bottura, con salsiccia. E tu che fai? Non ridi. Oppure Cannavaro che volendosi arrampicare sul piedistallo che portava la coppa del mondo, come aveva fatto Cafu, si preoccupa di essere tenuto bene per paura di cadere in mondovisione, anche se ogni volta che ride è una truffa. Come i poeti, anzi i pesci. Roba da non credere che non ci sia più nessuno contento di segnare, come era contenta Claudia Cardinale di recitare, per dire, prima che arrivasse Megan Rapinoe.   

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