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L’arte perduta di saltare il portiere

By 29 Aprile 2020

Storia di un gesto tecnico mozzafiato che con il tempo è diventato quasi desueto

 

Giuseppe Cavanna, portiere del Napoli dal 1929 al 1936, non voleva prestarsi a quell’umiliazione. Prima della partita se l’era promesso: era disposto a prendere gol in tutti i modi, ma non facendosi mettere a sedere da Giuseppe Meazza. Lo conosceva bene, erano compagni di nazionale, e bene sapeva, come tutti all’epoca, di quell’abitudine di dribblare il portiere che il “Balilla” aveva trasformato in un marchio di fabbrica, tanto da conquistarsi l’appellativo di “gol alla Meazza”.

All’Arena civica Inter e Napoli sono sull’1-1, quando il Peppìn si trova a tu per tu con Cavanna. La situazione che il portiere napoletano aveva immaginato si materializza, è il momento di mantenere la sua promessa. Ricorre a una provocazione che riecheggia di paura: “Vai, tira” gli dice quando se lo trova di fronte. Meazza, freddo come un rettile, esegue, e con un preciso piatto destro segna.

Cavanna raccontò l’episodio anni dopo, con il sorriso e lo sguardo fiero. Se è mai possibile che un portiere rivendichi con orgoglio un gol subìto, è certamente questo il caso. Aveva preso gol, è vero, ma in fondo si era sottratto a un destino scritto, un destino toccato a molti dei portieri dell’epoca, vittime di quella vessazione tecnica che qualcuno ha finito per chiamare “gol a invito”. Un invito alla sfida, al duello, nel senso più cavalleresco del termine. Uno contro uno, in palio la cosa più importante, il gol.

Meazza distribuiva questi inviti con cadenza regolare, di domenica in domenica, come un giovane impegnato nel volantinaggio all’angolo di una strada. Non si può dire che fu l’inventore di quel tipo di finalizzazione, ma di certo fu colui che la rese popolare, finendo per impreziosire con un calco riconoscibile la sua aura di leggenda, la straordinaria parabola di un calciatore che Gianni Brera descriveva così: “Grandi giocatori esistevano al mondo, magari più tosti e continui di lui, però non pareva che si potesse andar oltre le sue invenzioni improvvise,  gli scatti geniali, i dribbling perentori e tuttavia mai irridenti, le fughe solitarie verso la sua smarrita vittima di sempre, il portiere avversario”.

Con un balzo temporale di circa mezzo secolo arriviamo all’era moderna, agli anni Novanta. Il calcio si è elevato a fenomeno globale, i giocatori sono diventate icone, il gioco ha cominciato ad abbandonare vecchi codici per avviarsi verso quello che conosciamo oggi. Il titolo di “gol alla Meazza” è evidentemente caduto nell’oblio, ma di “gol a invito” se ne vedono ancora molti, e il merito è soprattutto di un ragazzo brasiliano dal volto levigato e i denti sporgenti, che sembra piombato sulla Terra per mostrare al mondo come sarà il calcio del futuro, Ronaldo.

Il dato fa impressione: dei 414 gol che segnerà in una carriera luminosa eppure piena di dolore e rimpianti, il Fenomeno ne realizzerà 88 saltando il portiere. Più del 20%. Due su dieci. Praticamente ogni volta che si trovava davanti al portiere – e capitava spesso, sia per la sua velocità supersonica, sia per la leggerezza di certe linee difensive non ancora perfettamente sincronizzate -, Ronaldo non ci pensava nemmeno a contemplare una finalizzazione diversa da quella di mettere col culo per terra l’estremo difensore. E aveva sempre modi diversi per farlo, grazie all’infinto campionario di finte da cui poteva attingere nei pochi secondi che precedevano il gesto, pescando dal mazzo la più utile per quella precisa situazione.

 (Photo by Jasper Juinen/Getty Images)

Come soldati rimasti soli in un campo di battaglia, ogni volta che si presentavano al suo cospetto, i portieri sapevano che fine avrebbero fatto. Si trattava solo di capire se fossero periti per un doppio passo o una finta di corpo, prede impotenti della brutale danza felina di Ronaldo. Un predatore che non intendeva schernire il portiere o infierire sulla sua vittima prescelta. Semplicemente, per Ronaldo, il dribbling era sempre la soluzione più comoda, e in quel fulmineo mulinare di gambe non c’era traccia di artificio, vanità, o dileggio.

Lo racconta bene un video che si trova in rete, e che raccoglie 6 minuti di gol segnati da Ronaldo saltando il portiere. Il titolo, “Ronaldo Phenomenon Vs Goalkeepers”, lascia intendere che tra l’attaccante e i portieri ci sia una sfida, ma la naturalezza e la ferocia con cui R9 li supera, in ogni modo possibile e talvolta inimmaginabile, fa pensare più a una condanna che a un duello. In molti dei gol presenti in questo video, se si ferma l’immagine non appena Ronaldo si trova al cospetto del portiere, appare chiaro come, in termini percentuali, la scelta del dribbling risulti più rischiosa rispetto a un piazzato o un cucchiaio. Non per Ronaldo, che invece si sentiva più sicuro così, perché quella era la sua pasta speciale: “Mi piace segnare dopo aver scartato il portiere. Dribblarlo non è la mia specialità,  la considero piuttosto una mia abitudine, un modo di essere”.

Ronaldo è stato senza dubbio il più grande interprete di questo gesto, inarrivabile per chiunque, ma non era l’unico. Beppe Signori, tra i più dimenticati talenti del nostro calcio, ricorreva spesso al dribbling al portiere. Il suo stile era decisamente più minimale e monocorde, e il più delle volte prevedeva una finta di tiro con cui stendere il portiere per poi allungarsi la palla sul suo educatissimo sinistro. Non era un tic come per Ronaldo, non vi ricorreva ogni volta che si trovava a tu per tu con l’estremo difensore, ma era un’arma che sapeva di avere in tasca, pronta all’uso in ogni occasione.

Un vero specialista era Roberto Baggio, giocatore dai mille colori, che invece trovava in questa finalizzazione un’ineludibile espressione del suo genio intermittente, un modo fedele con cui raccontare al mondo la sua complessità, un affare esistenziale: “Vorrei un calcio in cui l’ultimo dribbling, oltre il portiere, è ragione e speranza di vita”.

E infatti lo ricercava con costanza, e lo esprimeva a modo suo: se Ronaldo era secco e crudele nel saltare il portiere, con finte che sembravano graffi provocati da artigli, il tocco di Baggio per disorientarlo era più simile a una carezza letale, a un esercizio di ipnosi. Era come se il portiere, e forse tutti noi, venissimo sedati per qualche attimo prima riprendere coscienza e vederlo segnare a porta vuota. Il sonno più dolce l’abbiamo fatto a Torino, in quel Juve-Brescia del 2001. Ci siamo addormentati poco prima che il lancio telecomandato di Pirlo arrivasse sui piedi di Baggio, per poi risvegliarci dopo che il Codino aveva superato Van der Sar con un magico controllo-dribbling, vittime di un incantesimo mai visto prima, né dopo.

Simon Bruty/ALLSPORT

Segnare saltando il portiere ha il gusto di un atto definitivo, ha il sapore trionfale di un’impresa ormai compiuta, e sul volto di chi si appresta a depositare il pallone nella porta ormai sguarnita si staglia la stessa aria compiaciuta di un corridore che, già sicuro di aver ipotecato la vittoria, rallenta sul traguardo per godersi a pieno la gioia del momento. Al contempo, superare l’estremo difensore ha per chi si trova a subire quella situazione il gusto amaro dell’ineluttabilità a cui non ci si vuole arrendere, espressa dalle rincorse disperate dei difensori che il più delle volte finiscono incagliati nella rete, con il pallone che li ha preceduti di un secondo.

A volte, capita che questo tipo di gol assuma la forma un compimento. Pensateci, sarebbero stati così palpitanti, leggendari e poetici i gol di Maradona contro l’Inghilterra e di Messi contro il Getafe se entrambi, dopo essersi bevuti mezza squadra avversaria, avessero deciso di calciare e non di tentare un ultimo dribbling a chiusura di un cerchio che altrimenti sarebbe stato per qualche strana ragione imperfetto? Non devono aver pensato, in uno stato mentale di trance tecnica, che l’opera d’arte che stavano compiendo doveva a tutti i costi essere completata in quel modo?

Oggi, vedere un attaccante che segna saltando il portiere, è diventato una rarità. E i motivi sono principalmente tre. Il primo ha a che fare col gioco. In questa quarantena sta capitando un po’ a tutti di lenire l’astinenza da calcio giocato guardando vecchie partite. Ed è fin troppo evidente, anche se straniante, notare come il calcio degli anni Novanta sia un lontano parente di quello contemporaneo. A tratti persino uno sport diverso.

Il calcio si è evoluto repentinamente in tutte le sue componenti, tattiche, fisiche, tecniche, mentali e atletiche. E ognuno di questi elementi è andato nella direzione di una maggiore velocità, che significa compressione degli spazi e tempi ristrettissimi di scelta e reazione. In questo contesto frenetico, è molto difficile che si verifichino le condizioni per cui un attaccante si trovi a tu per tu col portiere con molto tempo per decidere cosa fare e senza che un avversario lo bracchi o lo rincorra o tenti un recupero. Il tempo che aveva Ronaldo per decidere quale finta eseguire per saltare il portiere, di fatto, non c’è più. Così, nelle occasioni di uno contro uno col portiere, spesso l’attaccante non ha altra scelta che affrettare la conclusione, se non vuole farsi mangiare dal rientro di un difensore.

Anche la tattica ha contribuito a strozzare il vecchio “gol a invito”. Se da una parte l’abitudine di aggredire gli avversari in avanti, portando una pressione dall’inizio dell’azione, comporta l’obbligo di tenere alta la linea difensiva lasciando molto campo alle spalle, dall’altra i portieri hanno imparato ad accorciare quello spazio, sostando molto fuori dai pali per leggere in anticipo eventuali palloni giocati in profondità e anticipare così il possibile intervento di un attaccante.

Proprio l’evoluzione del ruolo dei portieri è il secondo dei motivi per cui oggi è molto difficile assistere a gol del genere. Nel calcio a cavallo tra la fine del secolo scorso e l’inizio di questo, la maggior parte dei portieri gestiva gli uno contro uno con l’attaccante in due modi: effettuando quella che in gergo tecnico viene definita “uscita a contrasto” – in cui serve il tempismo perfetto per andare a contendere il pallone all’attaccante – o con un’ “uscita a muro”, in cui il portiere non si avventa con foga sul pallone ma va incontro al portatore tenendo le ginocchia piegate e le mani lungo i fianchi, pronto a intervenire al momento del dribbling. Si tratta di due tecniche attive, e se vogliamo coraggiose, per affrontare la situazione. Ma anche un po’ ingenue, soprattutto se davanti capitava di trovarsi un Baggio o un Ronaldo, che non aspettavano altro che il portiere gli si facesse contro lasciando spazio tra sé e la porta così da poter concludere i loro dribbling letali. Il buon vecchio “invito”.

Oggi, invece, molti portieri prediligono l’ “uscita a croce”, tecnica che si è soliti attribuire alla nuova scuola tedesca ma che in realtà era già in auge in paesi sudamericani. Questo tipo di uscita, che ricorda quelle dei portieri di hockey, si fonda sull’attesa, e si articola su piccoli passettini per uscire dalla porta prima di allargare braccia e gambe e tentare la parata. È, al contrario di quella a muro o a contrasto, un’uscita passiva, che di fatto non concede all’attaccante la possibilità del dribbling. Inoltre, i portieri contemporanei hanno una fisicità e un’elasticità molto superiori ai portieri del “vecchio calcio”, oltre che una maggiore conoscenza del gioco che permette loro di capire con anticipo le intenzioni di un attaccante che certamente, prima di affrontare, hanno studiato in video su video immagazzinando informazioni su tutte le sue skills.

 (Photo by Alex Caparros/Getty Images)

L’ultimo aspetto che ha sancito la morte di questo gesto così affascinante è qualcosa di meno tangibile, e riguarda l’attitudine dei calciatori di oggi. Oltre che a una grande padronanza tecnica e un’enorme fiducia in se stessi, per decidere di saltare il portiere invece che calciare serve una piccola dose di follia. Perché è chiaro che sbagliare un gol a tu per tu col portiere ingarbugliandosi con un dribbling o portandosi il pallone fuori dal campo è una figuraccia ben più fragorosa di calciare a lato del palo di pochi centimetri o contro il corpo del portiere.

Nello scenario iper-professionistico del calcio contemporaneo, in cui si scandaglia ogni aspetto del gioco con minuzia e rigore, il calciatore viene formato con l’idea di fare sempre la scelta più giusta, utile, e funzionale. E per quanto allenatori e istruttori cerchino di preservare la vena creativa di un giocatore, almeno una parte di questa, quella appunto più folle, spesso finisce per essere oscurata e repressa. Persino chi è partito dal calcio di strada e che ha dunque coltivato un certo senso dell’azzardo sin dall’infanzia, non appena viene inserito in un contesto di club, si smacchia da quel retaggio per diventare un soldatino modello al servizio di un sistema codificato.

Un aspetto che ha anche i suoi vantaggi. Perché l’abitudine a una certa intransigenza permette di rimanere estasiati quando si assiste a un’invenzione ribelle. E così, vedere Josip Iličić che in un plumbeo pomeriggio di Lecce, a due metri dalla porta, mette a sedere due difensori e il portiere con una finta quando tutti, ma proprio tutti, si aspettavano un tiro, riconcilia con la parte più irrazionale di noi, la più pura.

 

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