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L’Atletico e quell’insperato doblete

By 23 Maggio 2021

I colchoneros hanno vinto la Liga, ma in questi giorni si celebra anche il quarto di secolo dalla miglior stagione di sempre dell’Atleti: Liga e Coppa del Re, dopo un periodo di mediocrità e in un campionato “speciale”, con 22 squadre partecipanti.

 

Una festa che tiene insieme presente e passato. Perché il successo dei materassi è anche il modo migliore di festeggiare il momento forse più esaltante nella storia del club, quello del doblete del 1996, mai realizzato né prima né dopo. Un’annata impossibile da migliorare e che ci fa tornare con i riflettori a quel campionato così speciale non solo per l’Atletico, ma per tutto il calcio spagnolo.

 

Ventidue

Che potesse essere una stagione “diversa”, quella della Liga 1995-96, lo si poteva intuire da un grosso cambio di regolamento: le squadre iscritte, infatti, da 20 erano passate a 22. Il motivo? Non un “caso Martinelli” come è successo in Italia, bensì una vicenda di denaro.

È l’estate del 1995 quando la Liga impone a tutte le squadre professionistiche di sborsare una cifra pari al 5% del preventivo per l’anno successivo a mo’ di garanzia, per poter partecipare ai campionati. Scadenza 31 luglio 1995 alle ore 14 e stando al decreto redatto in marzo non esiste spazio per ricorsi o proteste: chi c’è c’è, gli altri retrocessi in Segunda B, la prima lega non professionistica dove iscriversi. È una sorta di assicurazione che viene chiesta ai club in un periodo dove la pratica dei pagamenti in nero è diffusissima e quindi le autorità calcistiche tentano di rendere i conti più trasparenti.

Tutti i club rispettano i compiti, tranne due, e nemmeno di poco conto: Siviglia e Celta Vigo. Gli andalusi mandano via fax il documento senza nessuna firma, mentre i gallegos per errore quello dell’anno precedente: così la Liga li spedisce entrambi in terza serie. Peraltro il Siviglia, pur finendo in Segunda B, non si vedrebbe tolta la qualificazione alla Coppa Uefa, centrata grazie al quinto posto di poche settimane prima.

I tifosi delle due squadre naturalmente protestano, inscenando manifestazioni di piazza, mentre intanto nel massimo campionato vengono ripescate le due retrocesse del campionato precedente: Albacete e Valladolid. Seguono quindici giorni a colpi di carte bollate al termine dei quali, e vi risparmiamo i dettagli, Siviglia e Celta vengono riammessi, col risultato di allargare la Liga a 22 squadre e le giornate da disputare da 38 a 42.

Le favorite per la vittoria finale comunque non cambiano: il Real Madrid, campione in carica, il Barcellona e, perchè no?, il Deportivo giunto secondo grazie ai gol del brasiliano Bebeto, uno dei tanti portati a La Coruña dal presidente Lendoiro spacciando quella città in faccia all’Oceano Atlantico come una specie di Rio de Janeiro, ancora più ricca di cibo e prelibatezze locali. Non sembra esserci molto spazio per degli outsider: l’ultima squadra ad aver vinto la Liga fuori dall’eterno duo di rivali Real-Barça era stata l’Athletic Bilbao nel 1984, undici anni prima.

Foto: Jonathan Moscrop – LaPresse

Dalle macerie

Nessuno, in compenso, considera l’altra squadra di Madrid: l’Atletico. I Colchoneros nel 1992 avevano sfiorato il titolo, giungendo terzi a soli due punti dal Barcellona (campione mentre il Real Madrid si suicidava a Tenerife), salvo poi avvitarsi in un caos che li aveva fatti precipitare nel 1995 fino a un imbarazzante 14esimo posto, a una sola lunghezza dalla zona-retrocessione.

D’altronde, dove si può andare cambiando quattro allenatori? E d’accordo, l’ultimo era stato Carlos Sanchez, il classico traghettatore, ma i precedenti tre non c’entravano nulla l’uno con l’altro. L’inizio, con Francisco Maturana, creatore di quella scintillante Colombia capace di qualificarsi al Mondiale americano con la pipa in bocca, compreso un umiliante 5-0 in Argentina. Dopo nove giornate, via: dentro Jorge D’Alessandro, richiamato dopo la breve esperienza dell’anno precedente. L’argentino resiste fino a febbraio 1995, quando viene cacciato dopo una sconfitta 3-1 contro la Real Sociedad. E al suo posto chi arriva? Alfio “Cocho” Basile, ex commissario tecnico dell’Argentina, proprio colui che era seduto sulla panchina Albiceleste in quel celebre 0-5 subito dalla Colombia di Maturana. Nemmeno lui arriva a fine stagione, appunto, perché nelle ultime due partite a dirigere l’Atletico (quart’ultimo con Compostela, Racing Santander e Albacete) c’è Carlos Sanchez, ex preparatore dei portieri e allenatore della squadra B. Una vittoria sul Saragozza e un pareggio a Siviglia e i Colchoneros sono salvi.

Per la stagione 1995-96 il nuovo allenatore c’è già ed è Radomir Antic. Chi dà la propria disponibilità all’Atletico Madrid a quel tempo sa bene che finirà in un tritacarne, dovuto al presidente, Jesus Gil, che è un eufemismo definire vulcanico. Si è perso il conto dei tecnici che ha cacciato da quando è diventato massimo dirigente del club; e qualcuno ha anche risposto per le rime a certi atteggiamenti sopra le righe, come Cesar Menotti che gli ha dato del mafioso (“Una brutta copia di Al Capone”) e lo stesso Basile (“Parla di calcio e non sa nulla di calcio”).

Antic, invece, è un uomo tranquillo. Non ha pretese di mercato, anche perché le casse del club sono dissanguate da anni di acquisti e di cataste di allenatori stipendiati. Chiede un solo giocatore, uno che sa che potrebbe una chiave per il successo: è un fantasista che lui ha già avuto al Partizan e che è un genietto dei calci piazzati, si chiama Milinko Pantic e gioca al piccolo Panionios, in Grecia. “Se non potete prenderlo decurtatemi i soldi dallo stipendio”, supplica Antic, consapevole delle qualità del suo connazionale, tanto sconosciuto quanto decisivo nel corso della stagione.

Con le vittorie che per la prima volta valgono tre punti (una regola arrivata con un anno di ritardo rispetto all’Italia) c’è voglia di spettacolo e la qualità nella Liga non manca. Il Real schiera la supercoppia d’attacco Raul-Zamorano supportati da Michael Laudrup, il Barcellona di Cruijff ha perso Stoichkov, finito al Parma, e Romario, tornato in Brasile al Flamengo, ma li ha sostituiti con il portoghese Luis Figo e Meho Kodro, 48 gol nelle ultime due stagioni alla Real Sociedad.

L’Atletico a parte Pantic, che per il calcio spagnolo è una sorta di marziano, si è affidato ad acquisti mirati e poco costosi: il portiere Molina dall’Albacete e l’attaccante bulgaro Penev, scaricato dal Valencia e reduce da un’operazione per un tumore al testicolo, che gli è costata anche il Mondiale negli Usa. Per il resto è in gran parte la squadra dell’anno precedente, compreso un centrocampista argentino dal passato anche in Serie A al Pisa: è Diego Pablo Simeone, l’attuale allenatore dell’Atletico. Cessioni eccellenti? Forse solo quella di Abel Resino, il portiere che tutt’ora detiene il record nella Liga per quanto riguarda i minuti consecutivi senza subire gol: 1271. Se ne vanno anche Igor Dobrovolski e Adolfo “El Trèn” Valencia, due che hanno giocato anche in Italia, con Genoa e Reggiana.

 

Fieno in cascina

Dopo un precampionato sorprendente, l’Atletico inizia la sua corsa il 3 settembre 1995 contro la Real Sociedad in casa, al Vicente Calderòn. Segnano per primi i baschi con Karpin, poi è marea biancorossa: Pantic, doppietta di Penev e timbro di Simeone. Nomi e temi che torneranno spesso da qui in avanti, come il gol su punizione del serbo, una prova da trascinatore del bulgaro e la rete da palla inattiva.

Già dalla partita successiva si replica: doppietta di Penev, gol di Simeone e dell’altro centrocampista di grande qualità della rosa, uno che non se n’è andato nonostante le sirene di mercato. È José Luis Caminero, che nel nostro immaginario collettivo sarà sempre quello del gol all’Italia nella partita di quarti di finale del Mondiale 1994: ambidestro, andatura caracollante, continuità questa sconosciuta. Ma quell’anno non lo ferma nessuno, a partire dal Racing, che viene piallato 4-0 al Sardinero di Santander.

Coi primi passi falsi di Barcellona e Real Madrid l’Atletico è in testa a punteggio pieno e la prima pagina del quotidiano Marca dice tutto: “Impresionante”. Persino Gil, noto per le sue sparate, è prudente: “Bisogna stare tranquilli e non iniziare a mettere fuori il petto”. Il bello è che la cavalcata è appena iniziata: il primo pareggio è alla quinta giornata, la vetta solitaria già da quella successiva, scavalcando la sorpresa Espanyol nello scontro diretto 2-1. Gol di Pantic su punizione (tanto per cambiare) e del compagno di reparto di Penev, Kiko, che da giovane sembrava dover promettere molto e invece si è perso un po’, nonostante enormi qualità tecniche. La sua rete nasce tanto per cambiare da un corner di Pantic, poi sponda di Simeone e colpo di testa da due passi dell’attaccante.

È fuga vera, l’Atletico va in vetta e non si guarda più indietro. Arrivano anche vittorie meno roboanti, ma più pratiche: dietro c’è una difesa che nelle prime 12 giornate subisce appena 3 gol. Molina, Geli, Santi, Solozabal e Toni; questa è la nuova litania che recitano i tifosi colchoneros, cambiata rispetto all’anno precedente solo nel portiere e Santi Denia, arrivati in blocco dal retrocesso Albacete.

La prima sconfitta è alla giornata 13, nel derby: il Real Madrid vince 1-0 con gol di Raul, ma le polemiche non mancano vista l’espulsione di Caminero, viene sanzionato dal suo club per questa ingenuità. A chi gli chiede se l’Atletico sia in crisi, Antic risponde: “Non mi sembra, e poi la sconfitta è ingiusta, abbiamo avuto diverse occasioni”.

L’allenatore serbo ha ragione. Dalla settimana successiva è di nuovo fuga, grazie a un Barcellona che non ingrana e si impantana in pareggi in casa non preventivabili. Arriva anche la seconda sconfitta, contro il Betis, ma la leadership è sempre dell’Atletico. Specie dopo il 3-1 allo stesso Barça con doppietta di Penev e centro di Caminero. I catalani sono in crisi, alla fine di un ciclo irripetibile, tanto che prima della fine della stagione se ne andrà dopo otto anni di trionfi.

Anche il Real è in difficoltà, lontano ben 14 punti dai “cugini” quando si chiude il 1995. La classifica dice Espanyol secondo e Compostela quarto, all’insegna delle sorprese. Un Compostela che, al termine del girone d’andata, si isserà addirittura alle spalle dell’Atletico, a 7 punti dalla capolista. Poi c’è il Barcellona a 10 e il Real a 16: un vantaggio rassicurante, quasi da non credere.

La squadra di Santiago però non può essere una rivale credibile, però. Lo diventa, anche qui abbastanza a sorpresa, il Valencia di Mijatovic, che a suon di gol e vittorie si inerpicherà fino al secondo posto. L’Atletico intanto vola fino al +11 sulle dirette inseguitrici e può permettersi anche passi falsi in casa come quello contro il Siviglia alla quinta del girone di ritorno o contro il Valladolid alla giornata 30, per non parlare del derby perso 1-2. Anche qui, un’espulsione, come all’andata: stavolta tocca a Simeone.

Una sconfitta che riporta sotto il Barcellona, a -5, e il Valencia a -8. Sette giorni dopo scattano gli allarmi: pareggio a Oviedo e catalani che rosicchiano altri due punti. Lo scontro diretto del Camp Nou del 20 aprile del 1996 è come se fosse una finale. Il nervosismo è palpabile in casa Atletico, tanto che in una riunione della Liga il presidente Gil prende a sberle il suo collega del Compostela, José Maria Caneda a colpi di hijo de puta.

 

I dieci giorni decisivi

C’è un motivo per questo rallentamento dei rojiblancos in campionato: nel frattempo l’Atletico è arrivato in finale anche di Coppa del Re, giocando partite durissime come la semifinale contro il Valencia. Il 5-3 al Mestalla dell’andata rimontando da 0-2 entra da subito nella storia del club, ma per la gloria bisogna vincere la finale. E contro chi, il 10 aprile? Il Barcellona, sul neutro di Saragozza.

Anche questo, un match tesissimo. Si va ai supplementari, dove a risolvere la pratica è, con un colpo di testa non esattamente il suo punto di forza, Milinko Pantic. Primo trofeo stagionale in bacheca e a Madrid, sponda Atletico, si comincia a sognare un doblete mai realizzato in precedenza. La sfida della verità è, quindi, il 20 aprile al Camp Nou, quando gli uomini di Antic ipotecano anche il campionato. Finisce 3-1 per gli ospiti, ma è l’1-0 uno di quei gol che rimangono impressi nella mente di tutti, anche degli spettatori neutrali, perché il gesto tecnico che lo origina è un autentico colpo di genio. Lo opera Caminero, che lungo la linea laterale di sinistra, spalle alla porta, finta di andare verso il centro del campo e invece sterza dalla parte opposta: Miguel Angel Nadal, che sta controllando l’avversario, cade goffamente a terra e persino l’arbitro Prados Garcia deve scansarsi, sorpreso anche lui dalla magata del centrocampista, per non finirgli addosso. Caminero poi crossa al centro dove Roberto anticipa Sergi, ma tutto il merito è del numero 21.

Il Barcellona torna a -6, un distacco non più recuperabile dopo quello che viene definito “un festival rojiblanco”. Gli altri due gol sono di due gregari: il mediano Vizcaino (complice un erroraccio del portiere Carles Busquets, papà dell’attuale giocatore del Barça, Sergio) e l’argentino Biagini, prima riserva degli attaccanti, che durante la stagione ha acquisito sempre più peso. Per Antic non ci sono quasi più dubbi: “Abbiamo dimostrato di essere migliori di loro”. E pazienza se nella successiva giornata arriva un’altra sconfitta in casa contro il Valencia, allenato da quel Luis Aragones bandiera dell’Atletico Madrid e abile a rimestare le acque alla vigilia.

Il vantaggio è rassicurante e si consolida sui 4 punti rispetto ai valenciani. C’è spazio per l’ennesima polemica di Gil, quando i suoi battono il già retrocesso Salamanca con un gol di Kiko all’84’. “Voglio vedere i bonifici che hanno ricevuto, perché non è normale tutto questo”, esplode il presidente dopo la vittoria.

A 180′ dal termine di questo lunghissimo campionato, comunque, bastano tre punti per la certezza matematica del titolo. C’è l’Albacete in casa, al Calderòn. I manchegos, a differenza del Salamanca, sono in piena lotta per non scendere in Segunda: nessun problema, punizione di Pantic e colpo di testa di Simeone, poi Kiko su rinvio di Molina per il raddoppio e il trionfo. Dopo 19 anni l’Atletico è di nuovo campione di Spagna.

Difficile anche trovare un solo uomo-copertina per questa vittoria, perché tutti hanno dato il loro contributo. L’importanza di Antic, capace di rigenerare mentalmente un gruppo e un ambiente che stavano precipitando, è indubbia, così come gli acquisti, azzeccatissimi. Pantic diventerà un giocatore-feticcio, un vero idolo sulle rive del Manzanarre, ma la vera anima della squadra è incarnata da quel centrocampista argentino chiamato “Cholo” che non si è mai risparmiato e che ha segnato gol fondamentali: Diego Pablo Simeone. Diciotto anni dopo sarà lui da allenatore a riportare l’Atletico a vincere la Liga con una squadra forse meno spettacolare di quella di Antic, ma più conforme al proprio, di stile: battagliero, ruvido e scomodo. Vincerne un’altra, di Liga, avrebbe un sapore ancora più speciale. In Plaza de Canovas, sotto la statua di Nettuno, storico punto di celebrazione dei tifosi colchoneros, aspettano e sperano.

 

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