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L’autocombustione di Pablo Daniel Osvaldo

By 20 Novembre 2019

Talento cristallino con un carattere tempestoso, l’attaccante argentino è stato idolo e allo stesso tempo croce dei suoi tifosi. Ecco perché uno dei giocatori più interessanti degli ultimi anni ha raccolto infinitamente meno di quanto avrebbe potuto

La neve di Bergamo fora dall’albergo aveva spento qualunque voce, soprattutto quelle del suo quartiere, Lanùs, lo stesso di Maradona, e lui, Pablo Daniel Osvaldo, in quella stanza si sentiva solo, senza nessuno, senza lingua, senza amici e di addormirsi non era proprio cosa, metter capa sul cuscino gli portava apucundria– è gennaio 2006, fa un freddo can, di quei can bastardi che sbrodano di notte il loro malumore d’aver per cuccia la gelida strada; l’Argentina, immeschinita dalla crisi di inizio millennio, sta cercando di uscire dallo strozzo economico grazie al presidentissimo Nestor Kirchner che i piccioli sta rimettendo nelle tasche stropicciate dei poveri – intanto la maman di Osvaldo, capocommessa in un supermercato, l’hanno mondata dal lavoro e lasciata a intrsitire in casa.

Le voci, mancavano le voci della strada a quella stanza e Osvaldo, in quei giorni luntan, ancora non era il murales su cui saranno disegnati i nomi dei figli, il corazon con la scritta Libertad, un angelo e una muchacha, una spada su una rondine, un vascello pirata, un teschio con una rosa, un collage di “The Wall” dei Pink Floyd. La neve stava ricoprendo la vecchia vita, quella con una fidanzata e un figlio avuto quando i brufoli ancora minuzzolano l’adolescenza, ma non gli stava sgamando la successiva.

 (Photo by Giuseppe Bellini/Getty Images)

A venti anni l’infanzia appare più lontana che a ottanta e Osvaldo era troppo distante da entrambi quell’inverno, nella stanza d’albergo mentre le lacrime scarligavano sugli zigomi. Gli alberghi sono crocevia tra libido, riposo e gastigo. All’hotel Centrale di Palermo passò gli ultimi anni della sua melanconica vita il grande scrittore Angelo Fiore, povero cristo che burattinava nel pigiama come fosse un sudario; nella pensione Annalena di Firenze, stanza numero 9, Eugenio Montale scarnazzava in amorosi sensi e consensi con la sua amante statunitense Irma Brandeis. Stanza numero 9, il cui terrazzo si affacciava sui giardini di Boboli, dove srotolavano le irragioni del corpo e Irma da quelle fugaci fruizioni divenne la Clizia della raccolta “Le occasioni”.

… E perciò che ti vedo
volgerti indietro dall’imbarcadero
del transatlantico che ti riporta
alla Nuova Inghilterra
oppure siamo insieme nella veranda
di “Annalena”
a spulciare le rime del venerabile
pruriginoso John Donne …

(Photo by Gabriele Maltinti/Getty Images)

All’ Hôtel d’Alsace di Parigi Oscar Wilde morì tra pene umane e frescura cattolica nella stanza numero 16, dopo averci passato anni infastiditi dal romorare querulo della borghesia. Osvaldo a Bergamo rimase solo sei mesi, pochissime partite e un gol appena. Voleva essere altrove, doveva essere altrove. Il calcio, lo dice lui stesso, è ordine, calma, è una geometria che lo tiene in clausura e l’accheta, almeno fino a quando ha il sogno del gol bellissimo, del dribbling indimenticabile e quando glielo rovinano (il sogno) reagisce male, diventa scomposto, nervoso, irascibile, offensivo, s’ingrulla di bile e va fuori de matto – è manesco con Lamela, aggressivo con Icardi, prepotente con Totti ma ha piede e tecnica che somigliano a certi brani di Borges.

Lui lanternina bellezza non solo dalle tante donne che ha ma nel gesto stesso che sta nel calcio: segna gol meravigliosi in rovesciata, a pallonetto, di testa, di piatto; a Osvaldo interessa più la bellezza che la vittoria, la bellezza “disinteressata senza la quale il vecchio mondo era incapace di intendersi, ma la quale ha preso congedo in punta di piedi dal moderno mondo degli interessi, per abbandonarlo alla sua cupidità e alla sua tristezza. Essa è la bellezza che non è più amata e custodita nemmeno dalla religione, ma che, come maschera strappata al suo volto, mette allo scoperto dei tratti che minacciano di riuscire incomprensibili agli uomini” lo scrive il più grande teologo cattolico del Novecento, Hans Urs von Balthasar dalla Svizzi.

Osvaldo

(Photo by Paolo Bruno/Getty Images)

Osvaldo non tollera il conformismo bovino dei calciatori, la pantagruelica ipocrisia del sistema calcio, in realtà la sua storta nera (presa per capriccio) è contro un mondo che beatifica il sancto Ego di Cristiano Ronaldo ossessionato dalla forza e dalla forma fisica, emblema di un calcio moderno liofilizzato che fa dei muscoli il genio, pur avendo povertà di dribbling, di inventiva e di talento (questi appartengono a Messi).

A trent’anni Osvaldo ha smesso di giocare, nel 2016: de brevitate vitae di un puntero fortissimo e irregolare. Dopo la gara di Copa Libertadores contro il Nacional di Montevideo il giovin signore, cazziato in maniera dura perché stava fumando davanti a tutti, si era allontanato senza aspettare la squadra e l’allenatore, che mal digerì la sbravata. Il Boca Juniores, incazzato niro, se ne sbarazzò secondo la morale gesuitica del fubbòllo dove puoi truccar partite, scommettere milioni, estrogenare carne umana, lappare arbitri ma fumare non si può, fa male!

Osvaldo

(Photo by Paolo Bruno/Getty Images)

In Inghilterra, sempre negli spogliatoi, che non hanno la riservatezza di una stanza d’albergo, quando il guasco argentino militava nel Southampton, prese a pugni il capitano Josè Fonte e a Roma, dove aveva trascorso i suoi migliori anni calcistici, smargiassò su twitter l’allenatore Andreazzoli (subentrato all’esonerato tecnico boemo) dopo aver perso la finale di Coppa Italia: “Facevi più bella figura se ammettevi di essere un incapace … vai a festeggiare con quelli della Lazio va”.

Calciatore a tratti sontuoso, innamorato del calcio come di una donna ma non al punto di sposarla, lontano dalla banalità delle interviste calcistiche, intabarrato dentro una feroce stizza, non s’intruglia per la gloria che dura meno della polvere; nel calcio, invece, bisogna starsene a far la mezzecadrega, il decerebrato, il soldatino scemo senza fucile per insaccocciare un botto di schei.

Osvaldo

(Photo by Dino Panato/Getty Images).

Osvaldo ha giocato in tantissime squadre, nell’Espanyol fece un malloppo di gol e il pomeriggio se ne andava per le strade di Barcellona, mascherato, a cantare per stare bene, divertirsi, per vedere da vicino la faccia delle persone che salgono sull’autobus. Italia, Portogallo, Inghilterra, Argentina, Spagna, a girar e a rigirar come dentro un letto scomodo, senza trovar mai la posizione giusta per assopirsi, pur avendo segnato quasi duecento gol.

Con la nazionale italiana quattordici partite, quattro gol. Basta, appartengono al passato, oggi esistono i Barrio Viejo, band blues rock e Dani Stone (ossia Osvaldo) alla voce; si formarono a Barcellona, ai tempi dell’Espanyol: Sergio Vall alla batteria, Augustin alla chitarra, Taissen al basso. Questa è la felicità, pensare musica, fare musica, dire musica e con il suo gruppo, senza infingimenti o desiderio della ribalta, Osvaldo canta con voce rude canzoni che hanno un ritmo piacevole ora come fiume lento ora come impetuose rapide; nel 2017 il primo album “Liberaciòn” con canzoni assai intriganti, in particolare “Desorden” e nel 2019 con “Un pais de buena gente”.

Osvaldo

(Photo by Maurizio Lagana/Getty Images)

E poi mica è il primo sportivo a fare musica. Il cestista Wayman Tisdale, ucciso dal cancro nel 2009, era un bravissimo bassista e Sciacca O’ Neill, oltre al basket, era già rapper dal 1993, gigantando strofe nei video col vocione da duemetriesedici. Osvaldo canta in locali bruniti dalla stanchezza e dai liquori, cappello e occhiali scuri e collane, voce roca e voglia di attraversare la vita come fosse la Route 66.

Davide Morganti

About Davide Morganti

Davide Morganti, professione insegnante, ha scritto romanzi per Avagliano, Fandango, Neri Pozza.

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