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L’azzurro sbiadito di Amauri

By 6 Settembre 2020

Dieci anni fa, dopo un lungo tira e molla burocratico, l’esordio dell’attaccante della Juve con la Nazionale. Atteso come un salvatore della patria, giocherà solo 59 minuti in un’amichevole contro la Costa d’Avorio

Johannesburg, 24 giugno 2010: minuto 94 di Slovacchia-Italia, siamo sotto 3-2 ed eliminati dal Mondiale in Sud Africa. Simone Pepe sbaglia un gol incredibile, un tiro al volo da distanza ravvicinata, l’ultima occasione per raddrizzare la partita e qualificarci agli ottavi di finale. Si chiude in maniera traumatica la seconda esperienza di Marcello Lippi sulla panchina della Nazionale: il commissario tecnico si assume ogni responsabilità del fallimento mentre la Gazzetta dello Sport titola con un eloquente “Tutto nero”, il lato B del “Tutto vero” di quattro anni prima, quando invece eravamo diventati campioni del mondo.

È anche la fine di un ciclo, un crollo così necessità di una rifondazione totale. Pochi giorni dopo infatti arriva Cesare Prandelli e, come si legge da altri titoli, riparte dall’ABC, dalle iniziali dei tre attaccanti scartati da Lippi per il Mondiale e diventati subito pietra angolare: A come Amauri, B come Balotelli, C come Cassano. E se gli ultimi due con l’ex commissario tecnico non si sono mai presi soprattutto come carattere, il problema per Amauri erano stati gli intoppi burocratici, con il benedetto passaporto italiano arrivato troppo tardi per entrare nel gruppo azzurro e, quindi, per le convocazioni per il Sudafrica, a maggio inoltrato. Adesso, però, con Prandelli e il nuovo corso il centravanti all’epoca della Juve sembra poter diventare fondamentale per la Nazionale.

(Photo by Claudio Villa/Getty Images)

 

Ricambio

Sono appena nove i superstiti della spedizione sudafricana nelle prime convocazioni del tecnico di Orzinuovi. Davanti viene confermato solo Quagliarella, che era stato uno dei pochi a salvarsi al Mondiale. Amauri viene chiamato per la prima volta in occasione dell’amichevole del 10 agosto contro la Costa D’Avorio, un’altra squadra che in Sudafrica aveva deluso. È l’ennesimo oriundo nella storia della Nazionale, l’ultimo prima di lui era stato Mauro Camoranesi. “Chiamiamoli piuttosto nuovi italiani”, ci tiene a precisare Prandelli, che non ama quella parola, oriundi, e che già immagina di ampliare le convocazioni ad altri “nuovi italiani” come Ledesma, Taddei e Thiago Motta. Peraltro Amauri italiano lo è davvero, quantomeno di passaporto. “Pago le tasse in questo Paese da dieci anni, ne ho pagate più che dove sono nato”, si lamenta, mentre alcuni esponenti della Lega Nord lo liquidano come “uno scarto”.

Amauri Carvalho de Oliveira in effetti è nato in Brasile, nel 1980, e un anno e mezzo prima aveva rischiato di vestire verdeoro: Dunga, infatti, l’aveva convocato per un’amichevole proprio contro l’Italia a Londra, all’ultimo momento, in sostituzione dell’infortunato Luis Fabiano ma la Juventus si era messa di mezzo. “Troppo tardi, non ve lo possiamo concedere”. Nulla di irregolare o losco, i bianconeri avevano tutto il diritto di non lasciare il loro giocatore a Dunga, dato che erano scaduti i termini temporali per convocare calciatori che non fossero tesserati per squadre del campionato brasiliano.

(Photo by Claudio Villa/Getty Images)

Sotto sotto però si vedeva come quella decisione della Juve fosse una sorta di “palla buttata in tribuna” per prendere tempo e aspettare che Amauri prendesse il passaporto italiano, come poi sarebbe successo un anno e mezzo dopo. Mamma Janete poi è chiarissima: “Mio figlio all’Italia deve tutto, se Luis Fabiano non si fosse infortunato non sarebbe stato convocato”. L’Amauri del 2009, però, è molto diverso da quello del 2010. Per non parlare di quello ancora anteriore, che aveva lasciato tutti a bocca aperta con le maglie del Chievo e del Palermo: un attaccante moderno, forte fisicamente e con una tecnica da brasiliano (d’altronde era nato lì), capace in pochi minuti di decidere una partita con due gol diversissimi tra loro, come questi due alla Fiorentina. Un colpo di testa quasi da fuori area e una serpentina in mezzo agli avversari, compreso un tunnel a Reginaldo, e rasoterra chirurgico: roba davvero da palati fini.

L’autunno-inverno del 2006 è forse il momento di massimo fulgore di Amauri, in cui arriva a toccare vette di vera onnipotenza tecnica. Sembra di vedere un mix tra un ariete alla Luca Toni, che ha sostituito al Palermo, e un fantasista alla Ronaldinho, con tanto di giochi di gambe e finte. Un momento che si spezza il 23 dicembre del 2006, quando il centravanti si schianta contro il portiere del Siena, Alex Manninger, e si rompe il legamento crociato del ginocchio. Il Palermo, che fin lì sta addirittura lottando per il primo posto in campionato con l’Inter, si sgonfia e finirà quinto.
L’anno dopo segnerà 15 gol in una stagione intera, guadagnandosi il trasferimento alla Juventus, che per lui sborsa oltre 22 milioni di euro. È la consacrazione definitiva, i bianconeri sono tornati da poco in Serie A dopo lo scandalo di Calciopoli e come centravanti puntano fortissimo su Amauri, un’investitura comunque non indifferente nonostante in rosa ci sia ancora un colosso come Trezeguet.

Foto: Jonathan Moscrop – LaPresse

Da Viareggio a Londra

Quando la mamma di Amauri afferma che il suo figliolo doveva tutto all’Italia non si sbaglia. La maniera in cui il brasiliano assaggia il nostro Paese, nonché la leva che lo convince a rimanere, è quasi da racconto epico o da narrativa di viaggio: quando ha 19 anni, nel gennaio del 2000, viene chiamato al Torneo di Viareggio, massimo torneo giovanile d’Europa, per partecipare con una selezione brasiliana. Amauri è tesserato per il Santa Catarina, un club di seconda divisione, ma in quell’edizione della Coppa Carnevale dà spettacolo, impressionando gli osservatori specie quando segna una doppietta alla Pistoiese. A calcio gioca sostanzialmente per hobby, quando non lavora come muratore o in un supermercato.

Lo prende il Bellinzona, in Svizzera, ma gioca poco per via di qualche infortunio. L’allenatore della squadra svizzera non lo conferma e Amauri rimane senza squadra e senza futuro. “Mi spedirono in Belgio a fare un provino ma in pratica rimasi prigioniero in un albergo una settimana – ricorderà –. Così tornai in Italia ed andai a Torino, dove per due mesi ho vissuto praticamente da clandestino. Non avevo il biglietto di ritorno per il Brasile e tutte le mie speranze erano svanite nel nulla”. Finchè non arriva il Parma, che l’aveva notato al Torneo di Viareggio: lo tessera e lo gira in prestito al Napoli, dove comincia giocando con la Primavera e poi passa in prima squadra assieme al suo idolo Edmundo, lanciato da Emiliano Mondonico.

©Francesco Pecoraro – LaPresse

Gli azzurri avrebbero bisogno di ben altro per salvarsi, e infatti arriva un penultimo posto che significa Serie B. Amauri in compenso si è già sbloccato, contro il Verona segna il suo primo gol in Serie A nel 2-0 del Napoli all’Hellas. Esulta levandosi la maglia, incredulo: il giorno dopo i giornali lo premiano (c’è un 6,5 della Gazzetta dello Sport, “Una prodezza che evita le ansie del finale di partita”). Napoli gli regala la prima gioia da calciatore e, come città, gli farà conoscere la ragazza che diventerà sua moglie, Cynthia.

E adesso, il 10 agosto del 2010, nove anni dopo, eccolo con un’altra maglia azzurra, quella della Nazionale italiana. A Londra, sul campo del West Ham, ad Upton Park, è il più atteso del nuovo corso di Prandelli, che schiera tutti assieme Amauri, Balotelli, Cassano (battezzato come il nuovo leader della squadra dal commissario tecnico) e Pepe, in una formazione ultra-offensiva. Dall’altra parte non c’è Drogba, ma in attacco giostrano due che anni dopo vedremo anche da noi: Gervinho, che nel primo tempo si divora un gol davvero “alla Gervinho” e che mostra l’iconica fascetta anti-pelata, e Seydou Doumbia. In panchina c’è uno che la Serie A l’aveva già assaggiata, François Zahoui, ex meteora dell’Ascoli.

Foto Alfredo Falcone – LaPresse

L’attaccante della Juve si sbatte, fornisce col petto un bel pallone a Balotelli, ma il tiro di Mario finisce fuori, poi di testa su cross di Cassano manda il pallone alto. Si cerca, il tridente offensivo, però l’occasione migliore capita a Marco Motta, che centra il palo con un destro dal limite dell’area. Al 55° minuto, la doccia fredda: il gol della Costa d’Avorio. C’è un cross da destra di Demel e Yaya Touré sovrasta Chiellini per l’1-0, un risultato che non cambierà più.

Amauri non ha nemmeno il tempo di contribuire al tentativo di rimonta, perché viene sostituito quattro minuti dopo da Borriello, così come Balotelli (anche lui al debutto in Azzurro) da Quagliarella. Tutto normale, tutto regolare in nome del turnover di questa amichevole agostana. Sotto la pioggia londinese il centravanti della Juve ha giocato una gara sufficiente, da non condannare soprattutto per l’impegno che ci ha messo. Non ha cantato l’inno, ma pazienza. “Un’emozione incredibile, abbiamo perso ma loro hanno fatto solo un tiro in porta, ci è mancato solo il gol”, commentadopo la partita. Il tridente con Balotelli e Cassano, l’ABC? “Con loro giocare è bellissimo”, ribadisce Amauri. Le valutazioni? “Solo sponde e muscoli” si legge su Repubblica, mentre per la Gazzetta dello Sport “Non si capisce se sia poco cercato dai compagni o se sia lui a non farsi trovare. Apprezzabili i rientri in difesa sui calci piazzati. L’arbitro gli nega un rigore”. Comunque, non sufficiente.

Foto Federico Tardito – LaPresse

In teoria ci sarebbe tempo per rifarsi, ma quei 59 minuti rimarranno gli unici di Amauri con l’Italia. Tanta fatica per ottenere il passaporto, tante aspettative, e poi un pugno di mosche. Una grande illusione, un ballo di mezza estate finito subito come certe canzoni di una volta. Anche con la Juventus non è che vada meglio: anzi, sarà solo nei successivi mesi in prestito al Parma che ritroverà i colpi di una volta. In fondo nel 2010 ha già trent’anni, sicuramente non stagionato, ma di sicuro già formato e con pochi margini di miglioramento.

Adesso Amauri di anni ne ha quaranta e la sua quotidianità ci parla di un profilo Instagram pieno di vecchie foto di quando era in attività con tanto di post motivazionali. Il fisico è rimasto quello di prima, capelli lunghi, pizzetto appena accennato, alla voce nazionalità c’è scritto “brasiliano/italiano”, perché in effetti la mamma aveva ragione, e pazienza se suo figlio non è riuscito a trascinare l’Italia dopo il Mondiale sudafricano. Non è che quelli arrivati dopo, o che erano in campo a Londra con lui dieci anni fa, a parte il lampi di Balotelli e Cassano a Euro 2012, abbiamo combinato tanto meglio.

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