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Il mercato complicato della Juventus

By 16 Agosto 2019
Mercato Juventus

Dopo il colpo de Ligt i bianconeri stanno sacrificando giocatori potenzialmente utili per l’impossibilità di piazzare tutti gli esuberi, che diventano all’improvviso risorse da riscoprire per necessità

«Posso fermarvi un attimo?» Siamo nel post partita di Atletico Madrid-Juventus, un’amichevole estiva patinata come tutte le altre, con due big che si scontrano senza che ci sia realmente nulla in palio. Un test che i bianconeri hanno perso ma senza trasmettere segnali da strapparsi i capelli, anzi: una prestazione tutto sommato positiva, un Douglas Costa che fa sperare per il meglio dopo una stagione da comprimario.

Maurizio Sarri chiede un attimo di tregua ai giornalisti, perché vuole far passare un concetto. Sta per parlare di mercato fuori dai denti, una rarità per una società di altissimo profilo come la Juventus: «A volte, quando vi leggo, mi meraviglio, leggendo di scelte di Sarri o di Paratici. Ma avete idea della rosa della Juventus? Dobbiamo fare sei tagli per la lista Champions e nessuno l’ha mai detto». Forse, in quel momento, Sarri non si accorge nemmeno del segnale che sta lanciando.

Dopo anni di dominio incontrastato, di un’immagine di solidità inscalfibile, la Juventus si sta ricoprendo insolitamente debole. Lo è sul mercato, dove sta sacrificando giocatori potenzialmente utili per l’impossibilità di piazzare tutti gli esuberi, che diventano all’improvviso risorse da riscoprire per necessità.

«Magari abbiamo soluzioni in testa ma se il mercato non ci viene incontro è anche inutile averle», aggiunge con la gravità richiesta dalla soluzione. Per la prima volta, la Juve pare tornata sullo stesso pianeta delle altre: non dal punto di vista dell’organico, che rimane talmente ampio e di qualità da dare una marea di alternative a Sarri, ma da quello della gestione del mercato.

Dybala, la lista Champions, i sacrifici

Il post partita con l’Atletico, un’amichevole come le altre in un’estate come le altre, ha finito per dire più di quello che era lecito aspettarsi. In casa Juve tiene banco il tema Paulo Dybala, a un passo dal Manchester United, a un passo dal Tottenham, a un passo dall’Inter e tanti passi estraneo al progetto bianconero. Ma Sarri, nel suo slancio di sincerità, ci ha fatto capire che nel suo, di progetto, l’argentino sarebbe un asset da valorizzare.

«Penso che Paulo abbia le caratteristiche e il numero di gol per fare il centravanti, uno tecnicamente bravo di solito riesce a fare tanti ruoli. Con la squadra in condizione bisogna vedere quanto riusciamo a riempire l’area», ha proseguito Sarri. Teniamolo da parte, questo concetto di riempire l’area, perché potrebbe rivelarsi decisivo per la scelta di una mezz’ala o di un’altra. Dybala, in sostanza, sarebbe il “nove” ideale per il modo di vedere il calcio dell’allenatore, pronto a portare a termine un altro esperimento in stile Mertens, con la differenza di poter maneggiare un attaccante che ha già fatto la prima punta anche se in un contesto diversissimo da quello della Juve (Palermo), mentre il belga mai si era spinto in un ruolo così centrale.

La seconda domanda dei giornalisti scardina la fortezza juventina e spalanca scenari inesplorati: non è la dirigenza a poter scegliere fino in fondo, neanche una dirigenza scafata e di livello come quella bianconera. A Sarri viene chiesto se ha parlato con Dybala, che ora piace anche al PSG in caso di addio di Neymar: «Io posso anche parlarci, ma il mercato va in una certa direzione e quello che dico io conta zero. Sei giocatori vanno tagliati e dipende dal mercato. Io vorrei tenerli tutti, ma il problema è che abbiamo un solo giocatore cresciuto nel club, e la nostra rosa in Champions sarà di 22 giocatori».

È il mercato che va in una certa direzione, è la Juve che deve assecondarlo. La Juventus che quindi molla in fretta e furia Moise Kean, uno dei prospetti più interessanti del calcio italiano, perché allo stesso tempo fatica a trovare un acquirente per Mario Mandzukic, che apparentemente fa a sportellate con l’idea di gioco di Sarri; la Juventus che per mettere le mani su Luca Pellegrini, senz’alcun dubbio il prototipo di terzino sinistro del futuro, sull’altare delle plusvalenze sacrifica Leonardo Spinazzola, che magari non sarà l’esterno del 2030, ma poteva essere tranquillamente quello del 2020 e se, come sembra, il terzino scuola Roma sarà ceduto in prestito al Cagliari, Alex Sandro si troverà senza riserve di ruolo, a meno di un ulteriore intervento sul mercato che al momento sembra difficile da ipotizzare; la Juventus che, pur con tutte le giustificazioni del caso, sotto forma dei circa 30 milioni di conguaglio versati dal Manchester City, rinuncia a un esterno di enorme qualità come Cancelo per portare a Torino Danilo, forse un filo più ligio in fase difensiva rispetto al portoghese ma decisamente meno creativo.

Il ballo dei centrocampisti
Avevamo chiesto di tenere presente quel discorso di riempire l’area, un concetto molto caro a Sarri: liberare lo spazio che teoricamente spetta al centravanti per far sì che qualcun altro, meno marcabile, vada ad occuparlo. In questo senso, l’arrivo a parametro zero di Aaron Ramsey aveva la sua logica: il gallese sa come e quando arrivare in area di rigore e potrebbe sposarsi a meraviglia con il calcio dell’ex tecnico di Napoli e Chelsea.

Ramsey si andava ad aggiungere a un centrocampo con Pjanic, regista designato, Matuidi, Khedira, Emre Can e Bentancur, tutti in lotta per un posto da titolare. All’equazione, quasi all’improvviso, si è aggiunto Adrien Rabiot, sicuramente un centrocampista associativo che può diventare importante per Sarri ma che, limitandosi a fare la conta, provoca almeno un esubero. Un acquisto fatto più per cogliere l’occasione del momento che le reali necessità di organico: prendere il talento disponibile e poi inserirlo in un contesto, invece di pensare al contesto prima di inserire il talento.

Per tutti, l’uomo da scartare era Sami Khedira: classe 1987, quindi non più giovanissimo, e soprattutto tendente all’infortunio. Ma non erano stati fatti fino in fondo i conti con la capacità cerebrale del centrocampista tedesco, forse il migliore per letture dell’intera mediana bianconera. Khedira sa nascondersi per spuntare dove serve, quando serve.

Due anni fa, in sole 26 presenze in campionato, mise assieme nove gol, frutto della sua spaventosa intelligenza tattica, visto che il passo non è più quello dei vent’anni. E allora, d’un tratto, il peso da scartare sembra essere diventato Blaise Matuidi, ’87 come Khedira, certamente più integro del tedesco e allo stesso tempo meno incasellabile nel gioco di Sarri. O forse, semplicemente, più piazzabile sul mercato. Ma c’è sempre qualcuno più appetibile di un altro, e non ci stupiremmo se anche Bentancur, il più giovane della pattuglia, finisse sul mercato, o addirittura Emre Can, sempre per tornare a parlare di quelle plusvalenze che ormai sembrano l’unica ragione di vita delle grandi del calcio italiano.

Quale numero 9?
Superata la soglia psicologica e non solo di Ferragosto, la Juventus non ha ancora risolto il dilemma sul centravanti. Sarri vuole che Ronaldo parta da sinistra, e sulla destra c’è abbondanza, tra Douglas Costa, Bernardeschi e Cuadrado. I due centravanti a disposizione, al momento, sono Gonzalo Higuain e Mario Mandzukic. Il primo non sembra avere la minima intenzione di lasciare Torino dopo averlo già fatto l’estate scorsa, direzione Milano, e a gennaio, verso Londra sponda Chelsea, quando nemmeno Sarri riuscì a scuoterlo dal torpore.

Mercato Juventus

Ora è di nuovo nelle mani del tecnico che lo proiettò a quota 36 gol in campionato a Napoli, eppure per la Juve continua a sembrare un macigno da scaricare: più che per questioni tecniche, per ragioni di ingaggio, ammortamenti e quant’altro. Tra le tante qualità di Mario Mandzukic, invece, non sembra esserci quella di calarsi nei panni del tipo di centravanti gradito a Sarri: il croato potrebbe tornare al Bayern e non c’è dubbio che il suo nome sia uno di quelli inclusi nei sei da scartare, insieme a uno dei centrocampisti già citati, a Perin, presumibilmente a Dybala e a un centrale difensivo tra Demiral e Rugani, con quest’ultimo ampiamente favorito per la cessione.

Quello che non torna è la continua tensione, un rapimento mistico e sensuale, tra Mauro Icardi e la Juventus. L’argentino ha l’atteggiamento di chi ha in tasca una promessa da parte dei bianconeri, come i giovani che prima di un draft Nba rinunciano ai workout con le altre franchigie ben sapendo di avere una chiamata garantita. Male si sposerebbe con la volontà di svuotare l’area per lasciarla libera a centrocampisti e Cristiano Ronaldo, eppure Icardi ha dalla sua una caratteristica che potrebbe diventare cruciale per la Juve del futuro: nessuno, come lui, riesce ad allungare le squadre avversarie con i suoi continui movimenti in profondità. Invece di liberare lo spazio in avanti, Icardi riuscirebbe a sguarnire quello alle sue spalle, permettendo a Ronaldo di agire quasi da seconda punta e alla Juventus di fraseggiare con maggiore tranquillità tra le linee. Un modo diverso di creare libertà, dando comunque un riferimento costante ai palloni fatti recapitare in area di rigore.

Sta alla Juventus, in questi quindici giorni roventi, allontanare quest’immagine di improvvisa umanità per tornare alla versione fredda, algida e spietata che ha caratterizzato gli anni di dominio dell’era Conte-Allegri. Anche se in molti, per il bene della lotta scudetto, sperano nella continua umanizzazione della corazzata bianconera.

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