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Le ferite di Gaetano D’Agostino

By 1 Aprile 2021

Storia di un talento che dopo aver accarezzato il sogno di giocare con Juventus e Real Madrid si è ritrovato fermo in provincia

È il dieci novembre del duemiladieci, sono trascorse le dieci di sera e la Roma sta regolando la Fiorentina con un comodo tre a uno che non lascia trasparire disgrazie: siamo al novantesimo, al sussulto finale, e dai trenta metri viene fischiata una punizione più utile ai fotografi che ai tre punti. A pochi metri dalla palla c’è l’educazione del piede di Adrian Mutu, ferma in attesa dell’autorizzazione arbitrale. Quello che succede al fischio si allontana di molto dal prevedibile: a scagliarsi – con rabbia – su quella palla non è il dieci del rumeno, ma un ventuno che scarica una sassata a scendere che Julio Sergio, il portiere avversario, subisce in una ferrea contemplazione senza tuffo. Tabellino variato, partita ugualmente persa dai gigliati, gesto perfetto, contesto assolutamente sbagliato.

Non è il campo infatti ad esser fuori luogo – terreno utile negli anni passati con Zeman e Capello a una certa educazione al rispetto concretizzata a suon di palloni gonfiati, raccolti e lavati prima e dopo ogni allenamento coi grandi della squadra giallorossa – ma il tempo, la maglia e la storia, quella con il carattere minuscolo giacché la grande, quella dei sogni e degli almanacchi, troppo impegnata con le sue glorie, Gaetano D’Agostino lo sfiora soltanto.

(Photo by Rick Stewart/Getty Images)

Bisogna fare qualche passo indietro per inquadrare il momento, per capire esattamente come il desiderio sia rimasto negli occhi e nella testa indebolendo braccia, gambe e piedi. È opportuno lasciare l’autunno, arretrare di un anno e ingabbiarsi in un’estate, quella del duemilanove, che calcisticamente sfocia nella Confederations Cup, prova generale del mondiale prossimo da vivere coi galloni dei giusti sul petto. D’Agostino è appena entrato nel cuore dei fantacalcisti di professione con undici marcature in campionato che contemplano al loro interno ben quattro punizioni. A dire il vero le stesse penne dei critici iniziano ad essere prolisse e generose, chiamate a riconoscere l’evidenza in un campionato che vede per quel ruolo in Pirlo la misura di Dio, lasciando agli altri la possibilità di giocarsi gradini molto più bassi del podio.

Anche l’età è la giusta, siamo al giro dei ventisette in un tempo più esigente – e sono passati solo dieci anni – nel quale il talento andava mostrato prima e confermato poi in plurime e certificate occasioni. Perfino il ruolo, nella sua innovativa complessità, incontra le necessità comuni: il numero ventuno friulano appartiene a quella risma di personaggi chiamati ad arretrare il proprio raggio di venti metri, riconversione di un mestiere antico, quello del trequartista, destinato oggi a smistare palloni all’inizio dell’azione per farla partire con i giusti tempi e giri. Intuizione, nel suo caso, di un altro dimenticato del calcio, Alberto Malesani, e frutto di una fortunosa squalifica, quella di un Muntari proprietario della zona del campo.

 

(Photo by New Press/Getty Images)

Il pivot, il play basso: è questo il nuovo predicato – gente di cervello rapido e misura precisa – in una bottega, quella friulana, da sempre costosa e organizzata: i Sanchez, i Quagliarella, gli Handanovic non sembrano passare lì per caso. Nessuna delle grandi vuole trovarsi in difetto, ciascuna è alla ricerca del suo faro – vero o presunto – da piazzare come provvidenza davanti alla difesa in un’operazione che accontenti tutti in cui, prendendo in prestito le parole di La Capria, uno metteva i soldi, l’altro la fantasia. In questo bilancino i piedi educati sono pochi, tra questi riconoscibilissimi quelli del nostro.

L’illusione inizia da Torino: la prima settimana di luglio è iniziata da poco e la Vecchia Signora, in evidente cantiere rifondativo aperto, vede in D’Agostino una possibilità di resa intavolando una delle innumerevoli trattative con i Pozzo infarcite di comproprietà, scambi e porzioni d’acquisto. Sembra che presto le richieste non collimino, tra chiacchiere numerose (mezzo Giovinco, Marchisio o chissà cosa) e mancanza di concretezza: l’epilogo brasiliano, la follia Melo (troppo facile parlare col senno di poi, ma neppure con quello di prima l’operazione sembrava potersi ascrivere alla voce saggezza) è conoscenza di tutti. L’imprevisto è ancora alle spalle, pronto a piombare nel pieno di una stanza divenuta per il regista custodia e rifugio: troppa agitazione per staccare la spina e accettare le vacanze, troppa adrenalina per entrare in quel gruppo di gioco che, alle dipendenze di Lippi, sta facendo le sue giuste prove del mondiale futuro.

L’attesa insostenibile, per riprendere un’altra indicazione Lacapriana, viene infiammata da un numero sconosciuto: finisce la cronaca, inizia il romanzo. Ernesto Bronzetti dall’altra parte della linea parla di pre-contratti già pronti, di un Real Madrid, sempre propenso all’acquisto nella prima parte del mercato e miniera d’esuberi alla sua conclusione, che, con De Rossi e Alonso lontani, ha trovato per ammissione dei direttori sportivo e generale in D’agostino le qualità necessarie al proprio gioco. Un palermitano a Madrid: fantasie da santo patrono, svolta totale della carriera, entrata canonica fissa nel giro della nazionale maggiore, contratti e sponsorizzazioni varie: questo è il passo, questo il futuro.

(Photo by Massimo Cebrelli/Getty Images)

Bisogna solo resistere, trovare i modi di aspettare l’apposizione di firme e la vestizione di maglie ufficiali: venticinque milioni è il prezzo, il sogno inizia al saldo degli stessi. Le giornate però iniziano ad accumularsi, l’attesa diventa fede e puntata massima – perché il calcio, come la vita inquadrata da Morganti, nun tene creanza, e il rifiuto del Napoli, nel mezzo, oggi suona come castigo delittuoso in un gioco perverso da lascia o raddoppia entro il quale troppi venti, tutti insieme e da più direzioni, spogliano l’individuo invece di arricchirlo, di vita e di esperienze.

In Spagna Xabi Alonso ci finisce per davvero, le altre porte si serrano di scatto, con la “vita che ti abbandona nel momento decisivo” e con la carriera, ai ventotto, che è già ricordo di ciò che avrebbe potuto essere e non è stato: a Gaetano D’Agostino, come al De Luca di Ferito a morte, resta il fastidio, il fischio che rimanda necessariamente allo sgretolarsi fisico e morale di sé (non riusciamo a ritenere casuali gli infortuni dell’annata successiva) o di quella proiezione del sé che si trasforma da futuro in condizionale.

(Photo by Gabriele Maltinti/Getty Images)

Arriva a prelevarlo dall’Udinese una Fiorentina in pieno smottamento: la marcatura all’esordio, un controbalzo meraviglioso contro il Napoli, fa ben sperare, ma il ginocchio non tiene e la malinconia implode. Non cambia il piede e neppure il destino, con una comproprietà ingestibile tra le due squadre che si risolve nella barbarie estrema delle buste, una corsa alla svendita di proprietà indivise: Gaetano D’Agostino, quello dei venticinque milioni, della metà Marchisio più Giovinco, del posto da organizzatore della manovra madrilena, viene aggiudicato per poco più di centomila euro da un’Udinese che non ha intenzioni di reintegrarlo, e siamo certi che la sorte, in quel giugno del duemilaundici, sia stata nuovamente codarda e traditrice, dimentica delle sue già gravi colpe passate.

Dopo arriva il Siena, il Pescara, con le classifiche galleggianti a vista cadetteria, con i centrocampi difficili da tenere in ordine e con l’estate del duemilanove ormai dimenticata dai più. Resta però un colpo, una capacità balistica fuori dal comune, certificata, nel marzo del duemilatredici in una delle tante sconfitte – contro l’Atalanta, questa volta – che porteranno gli abruzzesi al saluto del campionato maggiore: una palla arriva selvatica a Beppe Sculli che la gira fuori dall’area. Lo stop e il tiro nell’angolo lo conosciamo tutti, marchio di fabbrica, urlo desolante gettato nelle orecchie dei sordi. Non possiamo non salutare il centrocampista palermitano con una riflessione amara che La Capria lascia nelle pagine del suo capolavoro:

“Si fa presto a dire: Quello è eccezionale! Cominciamo a capire, intanto, che cosa significa”.

Lo avevano capito tutti, D’Agostino: è che non ne hanno tratto le dovute conclusioni.

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