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Le maglie (e le tute) di Italia 90

By 20 Giugno 2020

Un viaggio fra maglie stupende che rappresentano l’ultimo baluardo del calcio vintage

Fa uno strano effetto rivedere quello spot trent’anni dopo: tutti quei campioni che si prestano a diventare testimonial di un’azienda italiana, i molti brand di abbigliamento sportivo concorrenti presenti nella stessa pubblicità. Il prequel del merchandising di oggi è stata la raccolta punti di Vinci Campione: si potevano vincere bandiere, cappellini, giacconi, tute ma soprattutto maglie, quelle dei campioni del Mondiale italiano. Quella più ambita era azzurra, ma seguivano a ruota Germania e Olanda, per la presenza nello spot di Matthaus e Gullit, il verdeoro del Brasile luccicava meno del solito, come fosse un presagio, di ciò che sarebbe successo, per i più radical chic c’era in catalogo una maglia che, da quella estate in poi, sarebbe diventata storica; anche se noi bambini di allora non potevamo immaginarlo. Nello spot la indossa lo juventino Zavarov, davanti ha la scritta CCCP. 

Le maglie dei Mondiali ’90 sono l’ultimo baluardo di un calcio vintage, quello senza i nomi dietro la schiena, con i numeri assegnati un po’ a caso, per cabala o per abitudine, quasi mai marketing. Ma quello italiano fu un Mondiale cromaticamente tra i più belli, ancora distante dai colori accesi e forse eccessivamente pop del 1994 e le tonalità più tenui, quasi naif, del Mondiale francese.

Capitan Carlos Valderrama con la maglia della Colombia (LaPresse).

Per intenderci oggi è raro vedere una combinazione di tre colori nello stesso completo: la maglia gialla della Romania con i pantaloncini blu e i calzettoni rossi, o la storica maglia verde del Camerun con i pantaloncini rossi e i calzettoni gialli. Ma anche l’ultima Cecoslovacchia giocava in rosso-bianco-blu e così la Colombia, la Jugoslavia, la Scozia. Vedremo qualcosa del genere, per l’ultima volta, nel Mondiale americano. Poi fantomatiche “ragioni televisive” tenderanno ad uniformare i completi, compresi quelli di Italia, Francia, Germania, Olanda, Inghilterra, con l’eccezione del Brasile che da sempre fa storia a sé.

L’Italia è marchiata Diadora e la maglia ha un gusto retrò già durante quel Mondiale. Non è la più bella di sempre (quella Nike del 1998, ma anche quella Robe di Kappa dello sfortunato torneo nippo-coreano sono più interessanti), lo sappiamo tutti che non è la più bella, ma è la nostra. Tutti la vogliono, chi può la compra. Originale o no, il modello si presta a imitazioni. È leggermente felpata e sul petto ha un logo circolare. Il marchio non si vede, non ce n’è bisogno: Diadora è l’Italia e quella maglia vuol dire una cosa sola: notti magiche. Di notte, a Roma, con quel vento che accarezza le bandiere e sotto i riflettori che illuminano uno stadio Olimpico mai così colorato – ogni spettatore ha un tricolore – diventa ancora più azzurra, quasi luccicante. Impallidisce a Napoli, nel giorno della semifinale con l’Argentina. C’è una luce diversa quella sera, e non è solo una sensazione a posteriori. Torna a spendere a Bari, per la finale terzo e quarto posto. Ma quella notte, al San Nicola, sembra di stare al luna park: c’è la ola, ci sono i tricolori, c’è la festa, ma come in un luna park, appunto, è tutto finto. La festa è altrove, dove manchiamo noi. 

Maradona e Ciro Ferrara ©Ravezzani/LaPresse

La Germania si presenta con la maglia più bella di sempre. Per la precisione si tratta della Germania Ovest, l’ultima Germania Ovest: la divisa la firma – manco a dirlo – l’Adidas. Sul petto un richiamo ai tre colori della bandiera, una trama diagonale che tornerà anche agli ultimi Mondiali seppur con una texture differente. I pantaloncini sono neri, i calzettoni bianchi. I tedeschi giocano tutta la competizione, finale compresa, con quel completo fatta eccezione per la semifinale contro gli inglesi che disputano a Milano con una altrettanto strepitosa maglia verde, più bella di quella utilizzata 4 anni prima nella finale contro gli argentini. E stavolta, in finale, è l’Argentina a indossare la seconda maglia, che è blu scura e ricorda quella della partita della mano de Dios e del barrilete cosmico. Ma stavolta non accade nulla di tutto questo. Solo un calcio di rigore molto dubbio, tra i più dubbi mai fischiati in una finale Mondiale in verità, che decide la partita a favore dei tedeschi. 

Tra le squadre dell’ex blocco sovietico spiccano la Cecoslovacchia che sfoggia una maglia Adidas futuristica (certamente più del paese che sta per disgregarsi), la Romania che ha due completi complementari uno giallo con bande rosse sulle spalle e uno rosso con bande gialle. È sempre Adidas a firmarle ed è una cosa che stupisce, dal momento che i rumeni arrivano in Italia con tanto entusiasmo ma con una bandiera con un buco al centro. Il regime di Ceausescu, l’unico represso con una esecuzione di piazza dopo un processo sommario, è caduto qualche mese prima.

La Germania in completo verde contro l’Inghilterra (che invece sfoggia una maglia più sobria disegnata da Umbro). Photo by Bongarts/Getty Images

Deve ancora cadere invece l’Unione Sovietica, motivo per cui Zavarov nello spot Ferrero indossa una maglia molto simile a quella dell’Europeo 1988 con la scritta CCCP, ma poi in campo i sovietici vanno con una maglia rossa poco distintiva e dimenticabile come il torneo che disputano. Indimenticabile, nello stesso girone, è invece la maglia del Camerun. Ancora Adidas, che firma praticamente quasi tutte le maglie del torneo – compresa quella degli Stati Uniti che però daranno il meglio 4 anni dopo a casa loro con una combo di maglie da museo – che veste i leoni con un verde a due tonalità che si alternano e le immancabili tre strisce bianche sia sulle spalle che sui pantaloncini rossi. Cromaticamente perfetto l’abbinamento con i Colombiani, gialli con trame blu sulle maniche, nella partita che vede Higuita sfidare Milla in un dribbling da roulette russa che sancisce l’eliminazione della squadra di Paco Maturana. 

La Spagna, una buona Spagna beffata da una grande Jugoslavia agli ottavi, veste invece Le Coq Sportif, l’Austria indossa una maglia di Puma (così come l’Uruguay) con trame nere su sfondo bianco, la Jugoslavia gioca in blu con inserti bianchi e rossi sui fianchi. Una maglia da ricordare se non altro perché è l’ultima in assoluto della nazionale unita. Umbro veste le britanniche – Inghilterra e Scozia perché l’Eire sceglie Adidas – e ci regala una delle maglie inglesi più belle di sempre. Rappresenta benissimo quella squadra. È moderna, avvincente, ha il carattere di Gascoigne e Waddle che qualche mese fa, in un video fatto su Instagram, l’ha confusa con la seconda maglia del Cagliari 1992, sempre firmata Umbro. La maglia è più bella della altre per l’attenzione ai dettagli: colletto, maniche, trame tono su tono che verranno riprese da molte squadre italiane negli anni successivi: Lazio, Parma, Napoli e appunto Cagliari. Umbro ci prova anche con la Scozia, ma con meno successo, anche perché il Mondiale degli scozzesi inizia malissimo, con una sconfitta contro il Costarica. Che veste Lotto, ed è l’unica. 

Per la finale l’Argentina indossa una maglia blu, mentre la Germania si presenta con la prima divisa, forse una delle più belle della storia del calcio (BONGARTS).

Il Brasile, ancora lontano da Nike, si fa vestire – male per i suoi standard, in realtà – da Topper e si fa matare da Caniggia e Maradona a Torino in una partita leggendaria dove in realtà i brasiliani sbagliano tutto quello che possono per poi essere beffati da una invenzione di Maradona per il biondo attaccante. È sbiadito anche l’arancio dell’Olanda, che fa una clamorosa involuzione stilistica rispetto alla divisa splendida di due anni prima all’Europeo vincente. La maglia arancione con trame a triangoli viene sostituita da una a tinta unita francamente dimenticabile. Un po’ come il Mondiale di Van Basten e Gullit arrivati stanchi ed eliminati agli ottavi proprio dai tedeschi, a San Siro, in una partita che è a tutti gli effetti una riproposizione del derby di Milano. A guardarle oggi, quelle maglie, ci si emoziona ancora. Quattro anni dopo arriveranno i nomi dietro le spalle, la Nike inizierà – anche per la concomitanza del Mondiale americano – a investire su squadre come il Brasile e l’Italia, poi Messico, Corea e a seguire molte altre. 

La maglia del Brasile firmata da Topper (Photo by Bongarts/Getty Images)

Di raccolte punti come Vinci Campione non ce ne saranno più. Troppi sponsor tecnici da mettere d’accordo, agenti, conflitti di interesse. Ma quel Mondiale italiano, stilisticamente il primo a mettere d’accordo le ambizioni di un Paese votato alla moda e quelle di uno sport che iniziava a lanciare i propri capi nel mondo dello streatwear, era un po’ magico anche per questo. Perché i campioni giocavano tutti qui, e perché in fondo ci sembrava davvero che fosse possibile incontrarli in uno spogliatoio e scambiarci la maglia con loro. 

One Comment

  • Dario ha detto:

    Ciao,
    Bellissimo articolo. Unica imprecisione…vinci campione venne proposto anche nel 1994 e, nonostante la pubblicità contenesse le maglie vecchie, con grande sorpresa inviarono proprio quelle del mondiale (mi arrivò la mitica Germania coi rombi).
    eccolo https://youtu.be/pEWJEQOzovI
    Ciao

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