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Le meteore che hanno contribuito a rendere grande l’Ajax

By 7 Aprile 2020

La storia del club di Amsterdam non è fatta solo di campioni dalla classe cristallina e di geni capaci di cambiare per sempre la filosofia del gioco. Ecco undici eroi per una notte che hanno contribuito, in maniera diversa, ai successi dell’Ajax

Nella saga tolkeniana de Il Signore degli Anelli, Tom Bombadil è un personaggio che ricopre un ruolo secondario, tanto da essere stato escluso sia dalla prima (monca) versione cinematografica di Ralph Bakshi del 1978, sia dalla trilogia di Peter Jackson degli anni 2000. Eppure, tra le pagine della Compagnia dell’Anello, il primo libro della saga, Tom Bombadil è un personaggio capace di lasciare il segno come pochi altri.

Un comprimario che non si dimentica. Nella storia di ogni grande club calcistico funziona allo stesso modo. Alle spalle di fuoriclasse e campioni che hanno fatto storia, c’è un esercito di comprimari tra i quali spiccano i Tom Bombadil della situazione. Secondari, minori, eppure indimenticabili, soprattutto per i tifosi, che nel migliore dei casi rappresentano i depositari più genuini della tradizione orale e mnemonica di una società.

Per il 120esimo compleanno dell’Ajax abbiamo quindi preferito evitare l’ennesimo racconto dei successi, dei miti e dell’eredità lasciata dal club di Amsterdam al calcio, concentrandoci sui Re per una notte, per dirla alla Martin Scorsese – anche se il titolo originare del film è il ben diverso King of Comedy. Giocatori che, nonostante il loro status di attori non protagonisti, quando non di pure e semplici meteore, sono legati a un momento importante nella storia dell’Ajax.

Dick van Dijk (1969-1972)

Doverosa premessa: stiamo parlando di un eccellente attaccante, il cui passaggio all’Ajax nel 1969 dal Psv fu nel contempo la sua fortuna e la sua sfortuna. Da un lato infatti entrò nel gruppo del Calcio Totale, dall’altro rimase sempre e solo uno del gruppo, non importava quanti gol segnasse. Perché se nel tuo ruolo gioca Joahn Cruijff, circondato da interpreti di qualità altrettanto elevata, il tuo destino di non protagonista è già scritto.

Anche se chiudi la prima stagione ajacide con 23 gol in 32 partite (quasi ordinaria amministrazione per uno che era stato capocannoniere della Eredivisie – con il Twente – segnando 30 reti, 3 delle quali rifilate proprio all’Ajax in un 5-1 che spinse la dirigenza di Amsterdam ad aprire il portafoglio). Anche se apri le marcature nella finale della prima Coppa Campioni vinta, 2-0 al Panathinaikos il primo giugno 1971. In qualsiasi altra squadra Van Dijk sarebbe stato una stella, ma in quell’Ajax era impossibile. Un giorno Van Dijk fu sostituito da un Cruijff appena tornato in forma dopo un infortunio. JC entrò in campo con il 14 sulla schiena. Il numero del Mito.

 

Rob de Wit (1984-1986)

Narrativa ucronica del calcio olandese: Rob de Wit finta di allargarsi sulla sinistra per disorientare Demianenko e invece rientra portandosi la palla sul destro, ma anziché tirare brucia con uno scatto Aleinikov ritrovandosi solo davanti a Dasaev, che infila con un tocco sotto. Olanda-URSS 3-0 e la festa di Euro 1988 è completa. Dribbling, velocità e stift (termine olandese utilizzato per indicare un pallonetto morbido, quasi uno scavetto) sono da sempre state le specialità della casa di questa ala sinistra che l’Ajax acquistò dall’Utrecht, ottenendo lungo due stagioni tutto ciò che ci si aspettava: gol, assist, giocate.

Fino all’estate del 1986, quando durante una vacanza in Spagna ebbe un’emorragia celebrale. Fu la fine della sua carriera nel professionismo. A 22 anni De Wit lasciò la maglia di esterno/ala sinistra a Rob Witschge nell’Ajax e a Erwin Koeman nell’Olanda, e in 18 mesi questi vinsero da titolari rispettivamente una Coppa delle Coppe e un Europeo.

 

Cees de Wolf (1965-1967)

4 partite complessive con l’Ajax e 3 gol, uno dei quali segnato nel suo primo e unico match di Coppa Campioni. Era la partita della nebbia (mistwedstrijd), simbolo della nascita del grande Ajax europeo, compagine che fino a quel momento vantava solo due partecipazioni alla principale coppa continentale, entrambe terminate prematuramente.

Si vedeva pochissimo all’Olympisch Stadion la sera del 7 dicembre 1966, quando un Ajax per la prima e unica volta nella sua storia in divisa totalmente bianca demolì 5-1 il Liverpool di Bill Shankly. Lasciato in soffitta il tradizionale (per l’epoca) 2-3-5, nel nuovo 4-2-4 di Rinus Michels De Wolf fu chiamato a sostituire l’infortunato Piet Keizer all’ala sinistra.

Proprio lui, dopo tre minuti, aprì le danze, successivamente imitato da Cruijff, Nuninga (2 volte) e Groot. Il successivo pari di Anfield portò gli ajacidi ai quarti di finale, dove furono eliminati dal Dukla Praga. Lì Michels capì chi e cosa avrebbe dovuto cambiare per completare la propria rivoluzione.

 

Tarik Oulida (1992-1995)

Ipotizzare una collaborazione tra Louis van Gaal e Johan Cruijff nella stanza dei bottoni dell’Ajax equivaleva a bestemmiare in chiesa, almeno così si diceva ad Amsterdam e dintorni. Troppo distante la visione di calcio dei due. Uno dei numerosi motivi di litigio fu Oulida. In lui Cruijff vedeva un’intelligenza calcistica superiore alla media e non tardò, da Barcellona, a benedirlo con un endorsement.

Van Gaal, che dell’Ajax era allenatore, non lo riteneva ancora sufficientemente maturo per adattarsi pienamente al suo sistema di gioco. Nell’anno della quarta Champions ajacide, Oulida salì in cattedra stendendo con una doppietta l’Aek Atene. Era l’ultima giornata di un gruppo già vinto, ma un piccolo mattoncino nella vittoria finale lo posò anche lui. Non riuscì però mai a diventare titolare, né ad avere una carriera allineata alle grandi aspettative generate (a 24 anni era già in Giappone), lasciando i suoi primi tifosi con una domanda modello sesso degli angeli: fu colpa di Van Gaal che non credette in lui o di Cruijff che lo sopravvalutò?

 

Jairo Riedewald (2013-2017)

(Photo by Dean Mouhtaropoulos/Getty Images)

Al suo debutto in campionato, il 13 dicembre 2013 contro il Roda, Riedewald fece quello che avrebbe dovuto fare il compagno che stava sostituendo, ovvero Bojan Krkic: segnare. Anche se lui era un difensore, al massimo un mediano “alla Rijkaard”, come le reimpostò successivamente Peter Bosz quando sostituì Frank de Boer.

Quel giorno però di gol Riedewald ne segnò addirittura due, entrambi con un tocco ravvicinato, entrambi nei minuti finali, trasformando una sconfitta in vittoria e regalando all’Ajax quel titolo di campione d’inverno che, mesi dopo, si sarebbe concretizzato in titolo nazionale vero e proprio. Il quarto consecutivo della gestione De Boer: un primato in casa Ajax, così come quello stabilito dal suo difensore, il cui exploit lo fece diventare, a 17 anni e 104 giorni, il più giovane esordiente ad aver segnato in Eredivisie. De Boer poi lo portò con sè al Crystal Palace, dopo che nel ruolo “alla Rijkaard” Bosz gli aveva preferito Lasse Schøne.

 

Gert Bals (1965-1970)

Membro del proto-Ajax Totale, quello che perse 4-1 la finale di Coppa Campioni contro il Milan, ma anche prototipo del portiere moderno, dotato di visione di gioco e abile a impostare l’azione con i piedi. Ugualmente forte però tra i pali, anche più di quel Jan Jongbloed che con la sua divisa giallo canarino e la sua particolare interpretazione del ruolo divenne una delle icone dell’Olanda di Michels.

Se l’Ajax arrivò a giocarsi la sua prima Coppa Campioni il 28 maggio 1969 al Bernabeu lo dovette in buona parte a lui, autore di una prestazione ai confini della realtà a Trnava, dove incassò due reti ma ne salvò almeno quattro, impedendo all’incredibile squadra cecoslovacca di Tomas Malatinsky (per ulteriori info su questo club persosi tra le pieghe della storia è consigliata la lettura de “Il Barca” di Sandro Modeo) di completare la rimonta dello 0-3 subìto ad Amsterdam all’andata. Invece finì 2-0, con Bals aggrappato alla traversa e l’Ajax in festa sotto di lui. Prima di Stuy, Menzo, Van der Sar e Onana c’è stato Bals. Alla faccia di Bill Shankly che, dopo il “mistwedstrijd” e il ritorno a Liverpool, disse che un portiere così con lui non avrebbe giocato nemmeno in terza squadra.

 

Abdelhak Nouri (2016-2017)

 (Photo by Dean Mouhtaropoulos/Getty Images)

De toekomst, il futuro. Di copertine con questo titolo il settimanale Voetbal International ne ha fatte parecchie, dedicandole di volta in volta all’Ajax, al Psv, al Feyenoord o alla nazionale olandese. L’ultima per gli ajacidi vedeva Matthijs de Ligt, Justin Kluivert, Donny van de Beek e Nouri. I primi tre hanno sfondato, mostrando l’assoluta qualità di una delle generazioni più recenti.

Al momento del servizio, Nouri faceva la spola tra Ajax e Jong Ajax, nella B olandese. Con i primi aveva già debuttato e segnato – in coppa su calcio piazzato contro il Willem II, scegliendo il numero 34 perché avrebbe voluto aiutare l’Ajax ha vincere il suo 34esimo titolo nazionale. Con la Primavera invece stava conducendo una stagione da 10 reti e 11 assist, che gli sarebbero valsi il premio di miglior giocatore della Eerste Divisie 2016-17. L’8 luglio 2017 Nouri è stato colpito da un ictus durante un’amichevole contro il Werder Brema, subendo danni cerebrali gravi e permanenti. Si è risvegliato dal coma ed è’ tornato a casa pochi giorni fa, dopo 2 anni e 8 mesi.

 

Ton Blanker (1979-1980)

Di lui dicevano che non riduceva il calcio a una questione di ruoli, bensì di spazi. Un piccolo Cruijff destinato a qualcosa di grande. Bastava attendere. Nemmeno due femori fratturati in un incidente motociclistico lo avevano fermato: meno di un anno dopo era già in campo con le giovanili dell’Ajax. Fino al logico ascensore in prima squadra, dove alla sua prima esperienza in Coppa Campioni segnò 7 gol in 3 partite, primato olandese tuttora imbattuto nel rapporto presenze-reti.

Ma ben presto i compagni avrebbero preferito prenderlo a pugni piuttosto che passargli il pallone, tale era la supponenza e la condotta anarchica del nostro. Quando a fine stagione la dirigenza gli comunicò che intendeva ricostruire la squadra partendo da lui, Blanker rispose rifiutando il nuovo contratto e firmando per il Vitoria Guimaraes. Mentalmente, però, era già un ex giocatore. Anni dopo la polizia trovò armi e cocaina nel bagagliaio della sua auto e Blanker finì in prigione

 

Marcio Santos (1995-1997)

Ben Radford/ALLSPORT

Un flop Mondiale, viste le aspettative generate nell’estate 1995 dall’arrivo del difensore laureatosi campione del mondo un anno prima negli Stati Uniti. Un disastro non tanto per il rapporto qualità-prezzo, quanto per la disparità tra attese e risultati. Ad Amsterdam Marcio Santos è stato la personificazione della saudade brasiliana, soffrendo a livello fisico (il clima), comunicativo (il linguaggio), sociale (l’alimentazione, le consuetudini) e sportivo (la concorrenza di Frank de Boer).

Un corto circuito esploso il 22 dicembre 1996 quando in Ajax-Psv Eindhoven entrò in campo, semi-congelato nonché impacciato a causa dei guanti da portiere indossati per ripararsi le mani dal freddo, sbagliò il tempo su una rimessa laterale e stese Luc Nilis lanciato verso la porta. Cartellino rosso. La sua partita era durata 19 secondi: l’espulsione più veloce di sempre nella Eredivisie

 

Jan de Natris (1914-1921, 1923-1926, 1928-1930)

Fondato da un gruppo di studenti, la matrice iniziale dell’Ajax era indubbiamente altolocata, quando non elitaria. De Natris invece arrivava dal basso, ma non le mandava a dire a nessuno. Giocò nell’Ajax in tre periodi diversi, perché le prime due volte se ne era andato dopo litigi furibondi con la dirigenza. Era però un giocatore unico per l’epoca: ambidestro, robusto ma velocissimo sulla fascia, segnava e faceva segnare con la stessa facilità.

Vinse da protagonista i primi due titoli nella storia del club senza mai giocare le finali. Il primo anno si addormentò sul treno diretto a Tilburg e non arrivò in tempo per la partita, beccandosi dieci centesimi (di fiorino) di multa dalla società. Il secondo invece era semplicemente squalificato. Perse anche il bronzo alle Olimpiadi di Anversa del 1920 per intemperanze varie sulla strada per il Belgio, finendo fuori squadra per decisione dell’ufficiale della Federcalcio olandese.

 

Jeroen Verhoeven (2009-2012)

(Photo by Anoek de Groot/EuroFootball/Getty Images)

“Oooooh Pizza!”. Quando Verhoeven si ritrovò a giocare con il Volendam all’Amsterdam Arena, ogni volta che rinviava il pallone da fondo campo doveva sorbirsi questo coro da parte dei tifosi dell’Ajax, compiaciuti nell’ironizzare sulla sua stazza. In effetti, con i suoi 103 chili e il suo metro e 96 di altezza, in abiti borghesi Verhoeven sembrava più un buttafuori che non un portiere pro.

Un giorno però si prese la sua rivincita, firmando un triennale proprio con l’Ajax. Era il terzo portiere dietro a Maarten Stekelenburg e Kenneth Vermeer, eppure una stagione gli capitò di giocare in campionato, in coppa e in Europa. Lo fece alla Verhoeven, senza vistosi errori né particolari picchi, da professionista serio. Le spalle larghe gli erano servite soprattutto per farsi scivolare addosso i cori, magicamente cessati una volta indossata la casacca biancorossa.

 

 

 

 

 

 

 

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