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Le mille facce di Luis Alberto

By 10 Dicembre 2019

Mezzala, regista, trequartista o seconda punta. Tutto nell’arco di una sola partita. Così lo spagnolo sta ridefinendo il ruolo di centrocampista

Minuto 69 di Lazio-Juventus. La palla esce rapida dall’area di rigore dei biancocelesti, costretti ancora a difendersi come qualche minuto prima, quando Dybala ha sparato addosso a Strakosha un pallone che poteva scegliere se piazzare sul primo palo, sul secondo o sui piedi di Cristiano Ronaldo per il più semplice dei gol del vantaggio. Quello stesso pallone ora è tra i piedi di Luis Alberto, che parte in un break nella zona centrale e arrivato a metà campo fa partire il suo solito tracciante da sinistra verso destra a premiare lo scatto di Lazzari. Cuadrado interviene male, è giallo, anzi rosso. La Juve è in 10.

Luis Alberto aveva già realizzato un assist nel primo tempo per l’1-1 di Luiz Felipe e cinque minuti dopo avrebbe lanciato Sergej Milinkovic-Savic per il 2-1, ma è quest’assist, che non appare nei tabellini del match, a cambiare forse più di ogni altra giocata la direzione dell’incontro. È un’altra partita mostruosa per lo spagnolo, che conta 11 assist in 15 presenze, 3,1 passaggi chiave a partita su un totale di 60,5 tentati, l’86% di precisione. In Serie A non esiste uno specialista dell’ultimo passaggio come lui, nessuno tiene il suo passo in tutta Europa. E più fa segnare un compagno (spesso e volentieri è Ciro Immobile, ma mica sempre e solo lui) più sembra prenderci gusto.

Luis Alberto

LaPresse

Con la Juve Luis Alberto cambia la partita due volte: quando i bianconeri sono avanti 1-0 e lui si inventa il cross per la testa di Luiz Felipe e quando sull’1-1, in cinque minuti, costruisce superiorità numerica e vantaggio. Lo fa come gli capita sempre, all’improvviso e in modo fulmineo, del tutto imprevedibile, rapido di pensiero ed esecuzione. Il lancio per il gol di Milinkovic-Savic racconta della sua visione di gioco e della capacità di premiare i movimenti in profondità dei compagni in qualsiasi zona del campo si trovi, con qualunque parte del piede calci. L’assist per l’1-1 dimostra la sua abilità nel dribbling, perché Bernardeschi le prova veramente tutte per mandarlo sul sinistro e verso il fondo, ma lui è così rapido nel cambio di direzione con l’esterno destro da riuscire comunque a prendersi il vertice dell’area passando proprio dal piede migliore dell’avversario davanti a lui.

Luis Alberto è il giocatore chiave della Lazio, molto più di quanto non lo sia Ciro Immobile. Perché i 17 gol in 15 giornate del centravanti napoletano sembrano la logica conseguenza del lavoro che lo spagnolo svolge tra le linee dopo essere tornato quello di due anni fa ed essersi persino superato, come ha dichiarato lui stesso in un’intervista a Marca: «Non sono mai stato a questo livello, nemmeno quando mi convocò la Spagna per la prima volta. All’epoca non avevo la stessa sicurezza di oggi in ogni partita. Non mi sentivo tanto protagonista né avevo questa fiducia nei miei mezzi».

(Photo by Marco Rosi/Getty Images)

Una crescita mentale, dunque, e anche, almeno in parte, tattica. Oggi Luis Alberto è più libero che mai di muoversi sul campo, parte dalla posizione di mezzala sinistra ma va di fatto a giocare tra le linee, interpretando ciò che di più vicino al concetto classico di trequartista si possa trovare oggi nel calcio italiano. È una situazione diversa da quella di due anni fa, quando era costretto a dividersi la terra di mezzo con Sergej Milinkovic-Savic e spesso finiva per essere costretto a svolgere funzioni di seconda punta accanto a Immobile. Oggi, con l’arretramento del serbo e il passaggio in pianta stabile alle due punte (con Correa o Caicedo al fianco di Immobile), Luis Alberto è libero da compiti tattici specifici e può fare ciò che gli riesce meglio: cambiare le partite con le sue giocate.

Giocate che tre anni fa, all’arrivo in Serie A, sembrava non possedere. Giocava poco, lo faceva male, senza convinzione, chiuso da Keita e Felipe Anderson, confinato ai margini del progetto e del campo, nella convinzione che il suo ruolo fosse quello dell’esterno offensivo. Nove partite, di cui appena quattro da titolare, un gol e due assist nel finale di stagione. In mezzo persino la depressione e la tentazione di mollare tutto. Non la Lazio, non l’Italia, ma il calcio proprio. Perché Luis Alberto cominciava a dubitare di essere una di quelle promesse che non si realizzano mai, già sedotto e abbandonato dal Barcellona prima (nonostante avesse chiuso la stagione con la squadra B da giocatore più impiegato, con 11 gol e 18 assist) e dal Liverpool poi.

(Photo by Paolo Bruno/Getty Images)

La continuità è sempre stato il problema di Luis Alberto, che anche da quando è in Italia alterna una stagione estremamente positiva a una decisamente negativa. La svolta, comunque, è arrivata due anni fa, quando Simone Inzaghi ha deciso di farlo giocare comunque, ritenendo un problema decisamente secondario la porzione di campo in cui piazzarlo. Luis Alberto cominciò il campionato da regista, per sostituire Biglia, e si spostò sulla trequarti con l’arrivo di Lucas Leiva. Avrebbe chiuso l’anno con 11 gol e 14 assist, il giocatore più migliorato del campionato: “Ora rischio di più, provo cose che prima non avevo il coraggio di poter fare”, spiegò. Ancora una volta, una questione mentale prima che tattica e tecnica. “Dicono che sono il miglior giocatore della A? Sicuramente lo scorso anno ero il peggiore”, disse a Marca.

L’anno scorso, poi, un nuovo picco basso. Quattro gol e cinque assist, concentrati perlopiù in un finale di stagione in crescendo. Oggi Luis Alberto la spiega così: «Non ho potuto fare il precampionato per colpa della pubalgia e dei problemi agli adduttori. Ero rotto. Ho cominciato al 20% e ho giocato quasi tutto l’anno infortunato». Ma il dubbio che la stagione precedente fosse stata figlia del caso si è senza dubbio insinuato tra tifosi e addetti ai lavori: “La gente non sapeva cosa stavo passando e ho dovuto convivere con le critiche”.

Luis Alberto

(Photo by Marco Rosi/Getty Images)

Sospetti spazzati via quest’anno, a colpi di assist, con quel destro che calcia benissimo, da fermo o in movimento, d’interno o d’esterno. Forse manca qualche gol, ma il numero degli assist è così impressionante da far passare in secondo piano il calo delle finalizzazioni personali. Luis Alberto ha trovato la sua dimensione, ha bisogno di libertà e di sentirsi al centro del progetto. Mezzala, regista, trequartista o seconda punta. Meglio ancora se può essere tutto questo nell’arco di una sola stagione o di una sola partita. Come al Barça B e al Deportivo, come ora in una Lazio che è impossibile immaginare senza lui, il miglior assist-man d’Europa.

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