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Le mille facce di Ricardo La Volpe

By 20 Giugno 2019

Baffi folti e un carattere più che difficile. Ecco tutte le contraddizioni di El Bigotón, il tecnico inventore de “La salida”

Nella primavera del 2006, alla vigilia del Mondiale tedesco, Ricardo La Volpe ha come discepoli, e allo stesso tempo cavie del suo originale credo calcistico, i calciatori della Tri messicana.  Al momento della diramazione della lista dei convocati per la competizione,  El Bigotón, nomignolo che deve ai suoi iconici baffoni da sceriffo, spiazza tutti, scatenando un inevitabile vespaio di polemiche con uno dei suoi tanti coupe de théâtre: ha l’ardire di epurare un totem come Cuauhtémoc Blanco in favore del Chiquis José Rafael García Torres, suo pupillo ai tempi del Toluca, ma soprattutto marito di Sabrina, una delle figlie adorate.

Il leggendario numero dieci americanista, tagliato a sorpresa dalla spedizione iridata, affida la sua replica stizzita alla stampa, mettendo in dubbio la professionalità di La Volpe e catalogando la scelta come “questione familiare”. Nonostante la nomea da cavaliere senza macchia e senza paura, l’aria da protagonista di film western e una indole piuttosto naif, il Bigotón stempera i toni della discussione, limitandosi a fornire una motivazione tecnica: Garcia è l’unico interno di centrocampo di piede sinistro che io conosca”, si giustifica.

José Rafael Garcia, che non tollera un oltraggio del genere alla propria dignità, ha sempre rispedito al mittente ogni genere di insinuazione: “Nel 2002 l’allenatore era Aguirre, non ero sposato, e non conoscevo la mia attuale sposa. La verità è che sono tranquillo perché sempre esisterà la polemica di matrice familiare”. Una dichiarazione che in verità somiglia più ad un’arringa di un solerte principe del foro, con il quale Garcia fa comprendere di sentirsi a proprio agio nel ruolo di braccio destro del Grande Capo.

Ricardo La Volpe

Getty Images.

Tredici anni più tardi, quando lo scorso marzo La Volpe ha accettato la corte del Toluca, rientrando in Messico dopo l’avventura con i paperoni egiziani del Pyramids, il Chiquis Garcia era ancora li, al fianco del tecnico, suo suocero, pronto a difenderlo dalle critiche della stampa. Molti gli hanno dato del pensionato, data una carta d’identità non proprio verdissima, ma il Bigotón non si sente ancora tale. Anzi: “Posso allenare ancora per tre o quattro anni. Non mi sento un pensionato. A chi pensa questo, invece, posso portarlo a scuola di calcio”, ha risposto con il suo solito stile graffiante.

La Volpe, il messicano
Anche se non è sceso in campo nemmeno per un minuto nel trionfale mondiale casalingo del ’78, Ricardo Antonio La Volpe faceva parte di quell’Albiceleste capace di laurearsi campione del Mondo per la prima volta nella sua storia. A quel tempo, l’ ex perito commerciale di Buenos Aires indossava i guantoni per difendere la porta del San Lorenzo de Almagro, dopo aver badato per un quadriennio a quella del Banfield, società che lo aveva svezzato e fatto debuttare nel 1971. Sempre in quel periodo il Bigotón veste in modo stravagante e conduce uno stile di vita che poco si concilia con le esigenze accostabili ad un’atleta.

Tabagista incallito, tanto che in allenamento si diverte a neutralizzare le conclusioni dei compagni stringendo tra le mani una sigaretta fumante, ama lasciare le camicie scientemente sbottonate, quasi a volere esibire il petto villoso e virile, oltreché esaltare l’abbacinante luccichio delle catenine che sopra vi dondolano. Il baffo, ovviamente, è già scolpito su quel volto truce, ruvido, e spigoloso. Un anno dopo il mondiale, attratto da lauti guadagni, se ne va in Messico. Lo ingaggia l’Atlante, dove resta fino al 1982, prima di passare all’Oaxtepec, club nel quale chiude la carriera da calciatore appena due anni più tardi.

Cuauhtémoc Blanco (Getty Images).

Il paese di Pancho Villa diventerà la terra promessa del Bigotón, quasi una seconda patria, una nuova casa in cui ha trascinato anche la famiglia. “Non sono grato al Messico soltanto per la mia professione. Ho tenuto anche ristoranti e fabbriche. E’ questo il mio paese, in Argentina ci vado soltanto per le vacanze”. Questo sentimento di mexicanidad, espresso magnificamente nelle opere di Octavio Paz, secondo l’allenatore argentino lo avverti nascere dal profondo e non c’è bisogno di documenti per attestarlo. Per questo La Volpe ha ricevuto puntualmente diverse proposte di naturalizzazione, ma le ha sempre rispedite al mittente: “Quando ero tecnico della Tri, mi parlavano sempre di questo, e io rispondevo che non è un passaporto, un pezzo di carta, o un libretto a fare di me un messicano”. Perchè “lo mexicano está acá adentro”.

La salida lavolpiana
Dopo la primigenia esperienza sulla panchina dell’Oaxtepec, e un’altra subito dopo su quella del Puebla, nel 1986 scocca la scintilla con l’Atlante. Il Bigotón predilige un calcio propositivo, è allergico a trequartisti e lanci lunghi, e pretende il rispetto incondizionato dei ruoli. Come un’abile scacchista vuole avere il controllo di tutta la scacchiera e su ogni pedina. Su una cosa proprio non transige: “Il giorno in cui un calciatore mi verrà a dire come giocare, mi dedicherò al baseball”. Sul finire degli anni 80′ brevetta la sua invenzione più grande, donando al calcio un’innovazione tattica destinata ad essere emulata, studiata, raffinata e persino abusata in futuro da schiere di tecnici di ogni dove: la salida lavolpiana.

Il brodo primordiale della “salida” è piuttosto variegato, un sincretismo sospeso a metà tra la tattica sportiva, i giochi di ruolo e la strategia militare: ci sono elementi cari a Carl von Clausewitz e spruzzate di un menottismo incamerato ai tempi del Mundial, prima di essere rimodulato a propria immagine e somiglianza. Siamo nella metà degli anni 80′ e nell’iperuranio lavolpiano galleggiano idee e pensieri calcisticamente rivoluzionari: risalire il campo attraverso una fitta ragnatela di passaggi, senza mai affidarsi all’aleatorietà di una palla regalata alle nuvole, è l’idea di fondo. L’organizzazione spuria lavolpiana prevede tre terzini srotolati a coprire tutta l’ampiezza della terza linea, due laterali factotum, sempre pronti a stantuffare, cosi come a dare sostegno alla retroguardia, tre mediani di possesso e due attaccanti mobili.

Il tutto mirato alla costante e spasmodica ricerca della superiorità posizionale in qualunque zolla del rettangolo verde, in modo da rendere fluida e armoniosa la manovra: il cosiddetto achique. Con due obiettivi strategici fondamentali: avere innanzitutto un’uscita ottimale della palla dal basso e poter garantire sempre un discreto set di soluzioni di gioco al portatore. In questo tourbillon di mosse sincronizzate e dogmi tattici inalienabili, la cui unica variante può essere l’innesto di un mediano di contenimento, non c’è spazio per l’enganche, l’uomo che nell’immaginario collettivo è il depositario del talento, quello, come si suol dire, “in grado di accendere la fantasia della gente”.

Uno dei primissimi laboratori della salida lavolpiana è l’Atlas di Guadalajara, una squadra con cui La Volpe non ha vinto mai nulla, perdendo una memorabile finale di Liguilla proprio con il Toluca, ma a cui ha fatto giocare un calcio celestiale nella seconda metà degli anni Novanta: “L’Atlas aveva una filosofia e un modo di giocare perfettamente distinguibili. Non ci importava chi erano gli avversari, né chi scendeva in campo, ma solo il nostro modo di giocare”, ha spiegato nel lontano 1999, riassumendo tutto il suo credo in poche frasi. In questa squadra cominciava ad albeggiare il talento di Rafael Márquez, il Gran Capitán, una delle primissime cavie del tecnico argentino, pioniere specie con il Tri di quel tipico movimento ad abbassarsi in mezzo ai difensori diventato velocemente un trademark eminentemente lavolpiano: “La Volpe mi ha insegnato moltissimo. È stata una persona speciale per me e forse l’allenatore più influente di tutta la mia carriera”, ha ricordato l’ex iconico difensore di Barcellona, Monaco e Verona, ritiratosi appena un anno fa.

Per certi versi la salida lavolpiana può essere considerata come un dogma laico: ci si crede, o meno. Juan Carlos Osorio, ex allenatore del Messico attuale commissario tecnico della nazionale paraguayana, e Pep Guardiola, uno che non ha mica bisogno di presentazioni, sono due dei proseliti più illustri. Fieramente iscritti alla Escuela Lavolpista, sono incaricati della missione, quasi mistica, di perpetuare l’idea, seppur declinata nella sue forme più o meno integraliste: “La Volpe es mi papà” ha candidamente confessato in un’intervista il Profe Osorio, mentre nel 2006, su articolo pubblicato da El Pais, e titolato “Salir de Novios”, il guru del Manchester City ne aveva elogiato apertamente i principi.

Con questa filosofia di gioco come stella cometa, La Volpe porta Los Potros de Hierro – nel frattempo sedotti, abbandonati per concedersi divagazioni per la verità infruttuose con Chivas e Queretaro, e nuovamente riabbracciati – a conquistare il torneo 1992-93, che resterà pure il suo unico titolo in bacheca fino al 2002, quando trionferà nell’Apertura da condottiero del Toluca.

Nemici e scaramanzia
Nell’immediato post mondiale nippocoreano, quello in cui il Messico è sbattuto fuori dagli odiati dirimpettai yankees, La Volpe sostituisce il Vasco Aguirre, venendo nominato nuovo timonel della Tri. In quel momento il baffuto entrenador sta cavalcando l’onda del successo, reduce da un quadriennio di buoni risultati all’Atlas. Ma c’è chi proprio quella investitura fatica a digerirla. È Hugo Sanchez, momunento del calcio nazionale, e icona azteca a tutti i livelli, a criticare aspramente la decisione della Federazione, non lesinando stoccate al nuovo DT: “é envidioso”, manda a dire il Bigotón al più accanito di una folta schiera di nemici che comprende calciatori, tecnici e giornalisti di ogni ordine e grado. La millenaria rivalità tra i due affonda le radici nel passato da calciatori di entrambi.

Getty Images.

Ci sono, insomma, vecchi conti aperti da regolare. Durante una gara, Hugol aveva umiliato La Volpe, infilandolo con una tanto spettacolare quanto ardita chilena, come chiamano la rovesciata in America Latina. Profondamente irritato, il portiere aveva lanciato il guanto di sfida all’attaccante, promettendo che una cosa del genere non si sarebbe mai più ripetuta: “Non ci riproverà“. Puntualmente, alla prima occasione utile Sanchez, se ne infischia di apparire presuntuoso e sbeffeggia di nuovo il Bigotón, trafitto da una rovesciata che è né più, né meno, la copia esatta della prima. Tra finte tregue, e silenziosi armistizi verbali, le schermaglie tra i due non si placheranno mai. Nemmeno quando, solo un anno più tardi, La Volpe porterà il Messico alla conquista della Gold Cup, l’Europeo in salsa centro-nord americana, superando in finale il Brasile U23 di Kakà e Robinho ai supplementari grazie ad un’indimenticabile golden goal di Daniel Osorno nella bolgia dell’Azteca: “Io, per vincere la Gold Cup, ho dovuto battere due volte il Brasile. Qualche genio lo sistemò nel nostro gruppo!”, rivendica con fierezza ancora oggi, come a voler dare un valore superiore alla Gold Cup 2003,  vinta da lui, rispetto a quelle conquistate dai suoi colleghi.

Evidentemente, però, il carattere scontroso, il “rostro de piedra”, e il suo rifiuto del politically correct fungono da magnete per le antipatie dei vari addetti ai lavori. A tal proposito, c’è un  episodio in cui La Volpe si accapiglia verbalmente con i giornalisti, eccessivamente petulanti e invadenti a detta del guru. Sono gli ultimi giorni di Maggio del 2006, e il Messico, dopo aver perso una gara amichevole in Francia con les Bleus, sta proseguendo in Olanda la sua marcia di avvicinamento al mondiale tedesco.

La Volpe, che soffre d’insonnia, se ne va al bar dell’hotel dove alloggia la Tri, venendo intercettato e concedendo un’incendiaria intervista ad un giornalista di Record, uno dei più popolari quotidiani sportivi messicani. Qualche giorno prima, sempre a mezzo stampa, il Kikin Fonseca, all’epoca intruppato nelle fila nel Cruz Azul, si era detto insoddisfatto delle scelte del tecnico argentino, lamentandosi per il mancato impiego nella partita con i transalpini. “Quando non giocava nei Pumas, Hugo Sánchez faceva giocare quattro stranieri al posto suo, eppure non ho ascoltato sue dichiarazioni”. Nelle sillabe pronunciate dal Bigotón, che innescano una specie di pandemonio in Messico, emerge tutto quell’ossessivo livore verso Hugol.

All’indomani, quando l’intervista viene resa pubblica, La Volpe va su tutte le furie, accusando il giornalista di aver manipolato le sue dichiarazioni originarie. Affida quella che pare essere una rettifica ad un giornalista uruguagio presente in sala. Ma prima di iniziare ogni tipo di discorso, si sfila Ia cerniera dei pantaloni, infilando la mano nelle mutande e iniziando ad agitare i propri genitali di fronte agli stupefatti giornalisti: “me la pelan”, che nel mondo sudamericano equivale ad un atto di umiliazione con una chiara allusione sessuale, è l’invito rivolto a tutti i presenti scelto dall’argentino per accompagnare un gesto così tanto assurdo quanto folkloristico.

LaPresse.

La Volpe, del resto, è sempre stato un tipo divisivo, con una vocazione naturale allo scontro e un gusto innato per la polemica. Ma alcune delle molteplici liti e gazzarre, dialettiche o meno, in cui si è ritrovato immerso e che hanno punteggiato la parabola lavolpiana, trascendono le convinzioni calcistiche, o il gossip più becero, e vanno ricondotte ad una sfera più intima e privata: quella ancestrale della scaramanzia. Tra i tanti ritiri scacciamalocchio presenti nel corollario lavolpiano, spifferato al mondo da due suoi ex allievi quali Félix Fernandez e Jesús el Cabrito Arellano, oltre a cose pittoresche, come visitare la stessa chiesa alle due di notte, arrivare allo stadio giusto in tempo per il fischio d’inizio, dormire rigorosamente con la testa rivolta verso Sud, o ancora sfregare apotropopaicamente testicoli di sculture sparse per il Messico, c’è anche il fatto, sicuramente più sgradevole e seccante, di evitare tassativamente contatti e saluti con il mondo esterno, specie con gli avversari, prima dell’incontro.

Ad esempio alla guida dei Jaguares del Chiapas, nel 2016, rispolvera una vecchia abitudine, facendo debuttare in Copa MX il diciassettenne nipote Mauro Ricardo Andrade, ma soprattutto fa parlare di sé per un grottesco litigio con l’amico ed ex fido scudiero Miguel el Piojo Herrera. Il movente, naturalmente, è il solito: “È mio amico, però ci sono cose che vanno rispettate. Non mi piace il saluto prima della partita: rischi di prendere la malaria”.

Orizzonti e futuro
Il ritorno alla comfort zone è un punto ricorrente della narrativa lavolpiana: dopo la parentesi coi Jagueres, per dire, è tornato al club América di Città del Messico, dove era ricordato più che altro per la manita incassa dalle Chivas di Guadalajara in un drammatico Clásico Nacional del Verano ’96.  L’essersi seduto nuovamente sulla panchina del Toluca, reduce da un’avventura non proprio esaltante in Egitto, è per La Volpe una sorta di balzo a ritroso nei meandri dello spazio-tempo ed ha proprio questo l’inconfondibile sapore: quello della tranquillità.

A 67 anni suonati, non è così azzardato pensare che quella di cui l’ha investito il Toluca, sia una delle ultime, grandi missioni che è chiamato a compiere. L’obiettivo è quello di riportare il titolo nella bacheca dei Diablos Rojos, a digiuno dall’ormai lontano Bicentenario 2010, anche se nell’ultimo semestre la squadra del cuore dell’ex presidente messicano Enrique Peña Neto non è riuscita a raggiungere nemmeno la Liguilla (fase playoff). Poi, forse, il tecnico argentino potrà dedicarsi alla famiglia, trascorrendo del tempo con i nipotini. Magari giocando alla PlayStation: ”Sono forte alla Play”, assicura. C’è da credergli.

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