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Le ombre dell’age-cheating sul Mondiale Under 17

By 28 Ottobre 2019

Il Senegal Under 17 ha battuto 4-1 gli Stati Uniti. Niente male per una squadra che è stata chiamata a sostituire la Guinea, squalificata dal Mondiale di categoria proprio per age cheating. Ma quanto è presente questa piaga in Africa?

Non è vero che gli anni hanno un peso relativo, che non contano quelli che sono riportati sulla carta di identità ma quelli che uno, in realtà dimostra. Perché in alcuni casi l’età conta eccome E, anzi, a volte può rappresentare un ostacolo per il raggiungimento dei propri obiettivi sportivi. Ne sanno qualcosa molti ragazzi africani, aspiranti calciatori, che si ritrovano a mentire sulla loro età e falsificare i propri documenti pur di ottenere dei vantaggi professionali.

Questo fenomeno prende il nome di age-cheating (dall’inglese “mentire sull’età”) ed è una piaga enormemente diffusa nel continente africano. D’altra parte, a farla riemergere, basta anche un sospetto, un’illazione non provata  o comunque smentita.

Si è tornati a parlare di age-cheating recentemente, in occasione dell’ultima edizione di Coppa d’Africa U17 disputata lo scorso aprile in Tanzania. Prima del torneo, sei calciatori avevano fallito il “test dell’età” (delle cui modalità parleremo più avanti) ed erano stati esclusi. Si trattava di tre camerunensi, due tanzaniani e un guineano.

Dopo la manifestazione, al guineano si sono aggiunti due connazionali, Aboubacar Conte e Ahmed Tidiane Keita. La CAF ha scoperto e accertato che nel 2017 i due, che figuravano come dei classe 2002 in Tanzania, avevano partecipato all’International Cup U16 in Giappone con un documento che alla voce anno di nascita recitava 2001.

Tobie Mimboe (Stu Forster/Allsport).

Il 18 maggio la CAF non ha potuto far altro che squalificare la Guinea, seconda classificata, estromettendola di conseguenza dal Mondiale di categoria. Ne ha approfittato il Senegal, anch’esso non esente da sospetti, prontamente smentiti dalla federazione. I Leoni della Teranga, così come l’Angola, sono alla loro prima partecipazione e insieme a Camerun e Nigeria rappresentano l’Africa al Mondiale brasiliano.

Per addentrarsi e capire il fenomeno dell’age-cheating bisogna osservare alcuni dati e porsi delle domande: mentire sull’età è una pratica sempre volontaria? È sempre il calciatore in prima persona a decidere di mentire sulla propria età? Perché questo fenomeno ha preso piede?

Partiamo dal rapporto dell’UNICEF del 2013 intitolato “Every child’s birth right: inequities and trends in birth registration”(Diritto alla nascita per ogni bambino: diseguaglianze e tendenze nella registrazione alla nascita) che sottolineava come nel 2012 circa il 40% dei bambini sotto ai cinque anni non veniva registrato alla nascita. Dati più attuali possiamo trovarli nel database dell’UNICEF aggiornato al mese di marzo del 2019 che prende in considerazione le stime effettuate in 161 paesi, arrivando a coprire l’84% della popolazione globale di bambini sotto i cinque anni.

C’è stato un miglioramento, ma la cifra resta significativa: secondo le indagini condotte dalla Demographic and Health Survey (DHS) e dalla Multiple Indicator Cluster Survey (MICS), congiuntamente ad altri studi, indagini e censimenti nazionali, circa il 27% dei bambini, ancora oggi, non viene registrato alla nascita; se prendiamo in esame tutta l’Africa Subsahariana la cifra sale al 46%, mentre se restringiamo il campo all’Africa centro-occidentale si tocca un preoccupante 53%. La situazione è fortunatamente, e nettamente, migliore nel Nordafrica che, accorpato al Medio Oriente, raggiunge il 92%.

Chancel Mbemba (Photo by Stu Forster/Getty Images)

Ora, prima di snocciolare alcuni dei casi succedutisi nel corso del tempo e i perché di tale pratica, è necessario soffermarsi sulle ragioni che spingono le famiglie a non registrare i propri figli. Sono molteplici e spaziano dall’aspetto culturale a quello economico.

Dalla Mauritania al Sudafrica in molte aree, in special modo rurali e isolate, sopravvivono retaggi culturali, lontani dalle formalità a cui siamo abituati in Occidente, che non considerano questo atto civile una priorità. Si verificano, inoltre, situazioni in cui le famiglie preferiscono non registrare i figli per paura di discriminazioni etniche o religiose e conseguenti ritorsioni.

In molti casi, però, la ragione principale è semplicemente la povertà (e la conseguente mancata istruzione) che vivono molte famiglie, che non conoscono le procedure di registrazione o che non possono permettersi di pagare per un certificato di nascita o di raggiungere l’ufficio anagrafe più vicino perché distante molti kilometri.

In tutti gli stati dell’Africa subsahariana, ad eccezione della Guinea Equatoriale, moltissime persone vivono ancora con un PIL pro capite annuo decisamente sotto la media mondiale di circa 10.500 dollari (dati FMI relativi al 2016). Dunque, la povertà è purtroppo la chiave che ci apre le porte della diffusione del fenomeno dell’age-cheating e risponde alle domande di cui sopra.

(Photo by Alexandre Schneider/Getty Images)

Se alcune volte il calciatore non è davvero a conoscenza della sua reale data di nascita e sceglie una data casuale o suggerita dai genitori, nella maggioranza dei casi egli, spesso in combutta con la famiglia, i tecnici e l’agente di turno, si approfitta di un sistema troppo spesso ancora inefficace a tutte le latitudini dell’Africa Subsahariana – non è raro che una famiglia che ha regolarmente registrato i propri figli non disponga poi di un effettivo certificato di nascita.

«In Sudafrica ciò che spinge molti aspiranti calciatori a mentire sull’età è la volontà di uscire da una situazione di povertà. Molti ragazzi che non ce l’hanno fatta, falsificano i documenti e ci riprovano», rivela Lorenz Kohler, giornalista sudafricano di Soccer Laduma.

«In molti centri, la gente può entrare nell’ufficio anagrafe, dichiarare una certa data di nascita e ottenere un nuovo certificato. Non c’è controllo», gli fa eco Oluwashina Okeleji, collaboratore nigeriano della BBC.

È da questo scenario che si sviluppano storie come quella di Tobie Mimboe, una vita spesa a giocare con la propria carta d’identità. Nel corso della sua carriera durata quindici anni, l’ex nazionale camerunense ha dichiarato tre date di nascita: è passato dal 1964, data utilizzata durante tutto il periodo trascorso in Sudamerica, al 1974 al momento del trasferimento in Turchia, per poi regredire al 1970 in occasione della Coppa d’Africa del 1998.

Il record, però, appartiene a Chancel Mbemba. Il difensore del Porto proviene dalla Repubblica Democratica del Congo, uno dei Paesi con il tasso di registrazione di nascite più basso del continente (28%), e avrebbe dichiarato ben quattro date di nascita in quattro momenti differenti della sua carriera (1988, 1991, 1990, 1994). Nel 2013 la FIFA ha condotto un’indagine sul congolese, il quale nel 2015 metterà fine alle polemicheaffermando di aver svolto il “test dell’età” che ha confermato che è nato nel 1994, anno di nascita dichiarato al suo arrivo in Europa all’Anderlecht nel 2011.

NIGERIA – AUGUST 03: FUSSBALL: Nationalmannschaft NIGERIA/NGR 03.08.96, Jubel IKPEBA und KANU (Photo by Ruediger Fessel/Bongarts/Getty Images)

Tornando a calciatori degli anni novanta, è impossibile non menzionare la rivelazione del ghanese Anthony Yeboah. Qualche anno dopo aver appeso le scarpe al chiodo, l’ex attaccante di Eintracht Francoforte, Leeds United e Amburgo ha candidamente ammesso di aver modificato la sua data di nascita. Curiosamente, Yeboah si era dichiarato più grande – era passato dal 1966 al 1964 – per poter entrare nel mondo del professionismo ghanese ed essere messo sotto contratto dall’Asante Kotoko.

Come dimenticare, inoltre, il caso Obafemi Martins, scoppiato nel 2005 dopo che sul sito della Federcalcio nigeriana era comparsa una data differente rispetto a quella di cui era a conoscenza l’Inter. La NFF segnalava 1 maggio 1978; i documenti di Martins, poi confermati, 28 ottobre 1984.

Se sette anni di differenza possono sembrare tanti, i venticinque anni in più attribuiti al camerunense classe 1996 della Lazio Joseph Minala o i nove e dodici anni di scarto “assegnati” rispettivamente a Nwankwo Kanu e Taribo West sono un’enormità.

Di West, l’ex presidente del Partizan Belgrado Žarko Žečevićdisse: “Quando è venuto da noi diceva di avere ventotto anni, solo dopo ho scoperto che ne aveva quaranta”. Sia Kanu che West facevano parte della meravigliosa Nigeria che vinse l’oro olimpico ad Atlanta nel 1996. Secondo numerose testimonianze locali, la rosa guidata dall’olandese Jo Bonfrere era composta per lo più da calciatori di età superiore a 23 anni.

I casi di age-cheating a livello giovanile sono incalcolabili e sono spesso assecondati dalla pressione che gli staff delle nazionali giovanili, obbligati a vincere, subiscono dalle federazioni o da fantomatici agenti in cerca di denaro e desiderosi di piazzare i loro assistiti in Europa.

Ne consegue che aleggiano sospetti in tutte le nazionali africane che sono state in grado di issarsi sul tetto del mondo nelle categorie U17 (inizialmente U16) e U20 prima del 2009: due volte il Ghana (1991 in Italia e 1993) e tre volte la Nigeria (1985, 1993 con Kanu capitano, 2007).

Il caso più eclatante e acclarato riguarda la Nigeria, precisamente la selezione U16 campione del mondo nel 1985, successivamente squalificata dal CIO prima dell’Olimpiade di Seul 1988 perché tre calciatori risultavano più vecchi di quanto dichiarato.

Si diceva delle nazionali laureatesi campioni del mondo prima del 2009: perché? Quello è l’anno in cui la FIFA ha compiuto un passo decisivo nella lotta all’age-cheating. In occasione dell’edizione del Mondiale U17 del 2009, disputatosi – ironia della sorte – in Nigeria, il massimo organismo calcistico mondiale ha introdotto il test di risonanza magnetica per verificare l’età dei calciatori.

Il test ha un tasso di efficienza del 99% sui ragazzi fino al diciassettesimo anno di età, come riportato al tempo dal medico della FIFA Jiří Dvořák. Ogni osso delle braccia e delle gambe, infatti, ha una placca che cresce gradualmente e quando questa placca completa la sua crescita – generalmente intorno ai 17-18 anni – non è più visibile.

(Photo by Mark Sandten/Bongarts/Getty Images).

Questo provvedimento ha spinto le federazioni africane partecipanti al Mondiale a effettuare dei test interni prima del torneo. I risultati sono stati imbarazzanti: moltissimi gambiani, campioni d’Africa nel 2009, hanno fallito il test; quindici, per l’esattezza, i nigeriani esclusi dalla nazionale.

Ciò che emerge dal quadro fin qui delineato è che la prospettiva di poter dominare fisicamente e atleticamente i pari età e avere così l’opportunità di veder progredire velocemente la propria carriera risulta troppo allettante per molti ragazzi alla ricerca di un futuro migliore.

D’altra parte, però, il rovescio della medaglia mostra una lunga lista di calciatori che, dopo aver stupito a un torneo internazionale di rilievo, si sono infilati nel tunnel di carriere mediocri e poco redditizie perché già troppo in là con l’età. Non è tutto: il lassismo, la connivenza e la complicità delle federazioni danneggiano gravemente anche lo sviluppo del calcio giovanile tout court, lasciandolo in balìa di interessi personali e visioni a breve termine.

La contromossa della FIFA, con l’introduzione del “test dell’età” da sottoporre a massimo quattro calciatori casuali per nazionale prima dei tornei U17, è stata doverosa e si sta rivelando efficace, ma non può evidentemente influire sulle cause di questo fenomeno.

La soluzione passa inevitabilmente da un maggior impegno sociopolitico nei Paesi coinvolti che permetta l’implementazione di migliori sistemi di registrazione delle nascite, unito a un maggior controllo, e soprattutto che sensibilizzi i cittadini sull’importanza che assumono i numeri quando in ballo ci sono regole e competizioni.

Alex Cizmic

About Alex Cizmic

Laureato in Mediazione Linguistica, parla quattro lingue e ne frequenta altrettante. Dal 1993 vive e apprende nel multietnico Hotel House di Porto Recanati. Si è formato con la famiglia di MondoFutbol.com e ha scritto un articolo per Panenka. Ora il calcio è il suo biglietto per l’Africa.

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