Feed

Le otto finali fratricide di Champions League

By 28 Maggio 2021

Come sono andate le altre finalissime fra due squadre dello stesso paese?

Sarà un monologo tutto inglese la finale della Champions League 2021 che andrà in scena domani sera tra Manchester City e Chelsea. Due squadre della Premier League si erano già giocate l’ultimo atto della “Coppa dalle grandi orecchie” due anni fa, quando il Liverpool ha superato il Tottenham, e nel 2008, quando il Manchester United si è imposto ai rigori sul Chelsea. In assoluto, è l’ottava volta che due formazioni dello stesso Paese si contendono la massima competizione europea per club: è accaduto in tre occasioni anche alla Spagna, in una all’Italia e alla Germania, sempre nella moderna Champions League. Anche nella vecchia Coppa dei Campioni, pur riservata alle sole vincitrici dei singoli campionati nazionali, si sarebbe potuto verificare l’evento di una finale “monocolore”: il detentore della Coppa infatti inizialmente lasciava libero un ulteriore posto a una squadra connazionale oppure, come oggi, si garantiva la partecipazione al torneo nella stagione successiva indipendentemente dal piazzamento in campionato. Nel 1959 una finale tutta spagnola tra Atletico e Real Madrid, detentore della coppa, non è stata possibile soltanto perché le due squadre si sono incrociate in semifinale, con il successo dei Blancos di Di Stefano, Gento e Puskas. L’evento si è ripetuto nella stagione successiva quando il Real ha surclassato il Barcellona, campione di Spagna, nuovamente al penultimo atto del torneo. Poi, fino al tramonto dello scorso secolo, non si è neanche andati vicino a una sfida “fratricida” nell’epilogo della Coppa dei Campioni/Champions League.

La prima storica finale di Champions tra due formazioni della stessa nazione è datata 24 maggio 2000, quando allo Stade de France si affrontano il Real Madrid di Vicente Del Bosque e il sorprendente Valencia di Hector Cuper, che nella stagione precedente aveva guidato il Maiorca alla finale di Coppa delle Coppe, persa contro la Lazio. Il tecnico argentino, subentrato nell’estate 1999 a Claudio Ranieri e nel 2001 sulla panchina dell’Inter, è sulla bocca di tutti per l’impresa dei suoi ragazzi, partiti addirittura dai preliminari. In quel Valencia la stella è capitan Mendieta, autore del gol decisivo nella semifinale contro il Barcellona di Van Gaal e poi votato per due volte miglior centrocampista della Champions. I meriti di Cuper, grande motivatore più che maestro di tattica, sembrano evidenti in un gruppo fatto di tanti calciatori bravi, ma privo di fuoriclasse: il portiere Cañizares, l’ex di Torino e Inter Angloma, l’ex capitano della Roma Carboni e l’ex vicentino Björklund sono alcuni dei perni di quella squadra che conta anche su Claudio Lopez, che di lì a poco passerà alla Lazio, e sui futuri interisti Farinos e Kily Gonzalez. Mentre il Deportivo La Coruña conquista la sua prima Liga della storia, la favola del Valencia si ferma sul più bello contro il Real Madrid, che vince quella finale per 3-0: sotto la direzione dell’arbitro italiano Braschi, i Blancos surclassano gli emozionati avversari, privi dell’esperto Carboni, grazie a un guizzo di testa di Morientes su cross di Salgado nel primo tempo, a un destro al volo di McManaman e a un’irresistibile galoppata di Raul nella ripresa. Sanchis solleva l’ottava Coppa dei Campioni/Champions dei Blancos, la cui intelaiatura è costituita, tra gli altri, dal 18enne portiere Casillas, dall’ex romanista Helguera, dall’ex interista Roberto Carlos e poi Redondo, Guti, Hierro e Anelka. Tra i rincalzi del Real campione d’Europa ci sono, inoltre, Eto’o, Seedorf e Karembeu.

MARCO ROSI LAPRESSE

Passano tre anni e il secondo “derby fratricida” in finale è a tinte tricolori, il 28 maggio 2003 all’Old Trafford di Manchester, dove il Milan di Ancelotti e la Juventus di Lippi si affrontano in un match thriller, pur non spettacolare. Al 9’ l’arbitro tedesco Merk annulla un gol di Shevchenko per fuorigioco di Rui Costa, che ostacola la visuale di Buffon, ma è l’unico momento della serata in cui il pallone gonfia la rete. Lo juventino Conte sfiora il colpaccio, ma la traversa gli nega la gioia del gol. Si va ai supplementari con la regola del “silver gol” (chi è in vantaggio all’intervallo tra i due extratime vince la coppa senza bisogno di andare oltre), l’equilibrio però non si spezza, nonostante i rossoneri siano penalizzati dall’infortunio del nuovo entrato Roque Junior, che resta in campo soltanto perché Ancelotti ha esaurito le sostituzioni. Ai rigori la tensione è altissima: Dida para subito la debole conclusione del bianconero Trezeguet, poi Buffon, al secondo giro, si supera su Seedorf. Quindi Dida è ancora bravissimo sul tiro centrale di Zalayeta, ma il portiere della Juve risponde parando su Kaladze. L’errore decisivo è di Montero, ipnotizzato dall’estremo difensore brasiliano del Milan. Le successive trasformazioni di Nesta, Del Piero e Shevchenko servono soltanto a confermare il verdetto: il Milan, guidato a centrocampo dal 24enne Pirlo, conquista la sua sesta “coppa dalle grandi orecchie”, di cui quattro vinte dal suo capitano Paolo Maldini.

©Marco Lussoso/LaPresse

Da Manchester 2003 al Manchester United che la sera del 21 maggio 2008, in un match concluso ben oltre la mezzanotte, si impone ai rigori nella terza finale fratricida della storia, allo Stadio Luzniki di Mosca, contro il Chelsea. Sulla panchina dei Red Devils siede il mitico Alex Ferguson mentre su quella dei Blues c’è il carneade israeliano Avram Grant, subentrato a inizio stagione a José Mourinho. Nel primo tempo Cristiano Ronaldo segna di testa per lo United, poi Lampard, a ridosso dell’intervallo, pareggia avventandosi su un rimpallo fortunoso. L’1-1 permane fino a tutti i supplementari: neanche l’espulsione di Drogba del Chelsea a quattro minuti dal 120’ spezza l’equilibrio. Dal dischetto i ragazzi di Grant si illudono per la parata di Cech su Ronaldo, che interrompe la sua rincorsa per cercare vanamente di innervosire il portiere avversario. Non sbaglia più nessuno e così, al decimo e ultimo penalty, Terry, capitano dei Blues, ha sui piedi la palla dell’apoteosi: Van der Sar è completamente spiazzato dalla conclusione del numero 28 del Chelsea, che però scivola malamente sul terreno di gioco, viscido per la pioggia, e calcia a lato. «Rivedo quel momento continuamente – racconterà Terry qualche giorno più tardi – ad ogni risveglio desidero che tutto ciò sia stato solo un incubo, ma purtroppo non è così». Si va ad oltranza: Anderson per lo United e Kalou per il Chelsea trasformano il loro rigore, poi il veterano Giggs non tradisce Ferguson così come, subito dopo, Van der Sar, che devia il penalty di Anelka regalando la Champions League ai Red Devils. Platini consegna congiuntamente a Rio Ferdinand, capitano con la fascia, e a Ryan Giggs, capitano morale della squadra, la terza Champions della storia del Manchester United.

LaPresse.

Trascorrono cinque anni e la Champions League diventa per la prima volta una questione tutta tedesca quando, il 25 maggio 2013, Bayern Monaco e Borussia Dortmund si affrontano a Wembley. I bavaresi del “grande vecchio” Jupp Heynckes, che l’anno prima hanno inopinatamente perso la coppa contro il Chelsea di Di Matteo, sono i favoriti della vigilia. I gialloneri, guidati dall’emergente Jürgen Klopp in panchina e dal bomber Lewandowski sul campo, vogliono però continuare a stupire l’Europa. La finale, diretta dal nostro Nicola Rizzoli, è spettacolare, con i portieri Neuer e Weindenfeller protagonisti. I gol arrivano tutti nella ripresa: il Bayern apre i giochi con Mandzukic, a conclusione di uno spettacolare scambio Ribery-Robben; il Borussia pareggia su rigore di Gundogan, concesso per fallo di Dante su Reus; poi, a un minuto dal 90’, quando l’incontro sembra destinato ai supplementari, un colpo di tacco di Ribery libera Robben, che sigla il gol della quinta Champions per il Bayern. Heynckes saluta tutti conquistando, in quella magica stagione, anche Bundesliga, coppa e supercoppa tedesca: neanche il suo quotatissimo erede, Pep Guardiola, riuscirà a eguagliarlo.

Foto Daniele Badolato / LaPresse

Un anno dopo la finale è, per la prima volta, un vero derby cittadino, tra Real Madrid e Atletico. Lo scenario, nella sfida del 24 maggio 2014 a Lisbona, è nuovamente quello dei grandi favoriti, i Blancos di Ancelotti, fronteggiati della sorpresa che vuol fare da “guastafeste”, i Colchoneros di Simeone. Il colpaccio del Cholo per poco non riesce: capitan Casillas sbaglia completamente l’uscita al 36’ del primo tempo e Godin lo castiga di testa. Poi l’Atletico si chiude a riccio per difendere il vantaggio e fronteggiare i tentativi di Cristiano Ronaldo, Bale e Benzema. Al terzo minuto di recupero però una perfetta incornata di Sergio Ramos, su angolo di Modric, porta il match ai supplementari. L’impresa svanita all’ultimo secondo fa crollare i ragazzi di Simeone, che vengono annichiliti dai gol di Bale di testa, Marcelo di sinistro e Ronaldo su rigore per un 4-1 fin troppo severo. Ancelotti regala la decima Champions al Real Madrid, mentre l’Atletico deve attendere soltanto due anni per la rivincita. Blancos e Colchoneros si ritrovano infatti in finale il 28 maggio 2016 al Meazza di Milano. Il pronostico, stavolta, è meno sbilanciato: il Real viene da una stagione tribolata, che ha visto Zidane catapultato in panchina al posto di Rafa Benitez, mentre l’Atletico di Simeone è ormai una realtà consolidata. Ramos, ancora lui, porta avanti il Real Madrid, poi Griezmann stampa sulla traversa il rigore del pareggio. Al 79’ è Carrasco a trovare il gol dell’1-1, su assist Juanfran, innescato da un magnifico cucchiaio di Gabi. I Colchoneros, stavolta, non pagano dazio ai supplementari e si arriva così ai tiri dal dischetto: segna Lucas Vazquez per il Real, poi Griezmann per l’Atletico, quindi Marcelo, Gabi, Bale, Saul e Ramos. L’errore decisivo è di Juanfran, che colpisce il palo, regalando a Ronaldo il rigore dell’undicesima Champions per il Real Madrid. «Ho avuto una visione – le parole quasi mistiche di CR7 dopo il trionfo di San Siro – ho visto che avrei realizzato il gol del successo. Così ho chiesto a Zidane di farmi tirare il quinto rigore perché avrei segnato il gol della vittoria».

LaPresse.

Madrid è ancora protagonista dell’ultima finale “fratricida” di Champions, stavolta solamente come sede del match conclusivo: il 1° giugno 2019 il Wanda Metropolitano ospita infatti il derby inglese tra Liverpool e Tottenham. I Reds, con Klopp in panchina, vogliono riscattare la finale persa dodici mesi prima contro il Real Madrid, quando il portiere Karius ha compromesso tutto con due papere clamorose. Stavolta, tra i pali del Liverpool, c’è l’ex romanista Alisson che non commette errori. Gli Spurs di Pochettino iniziano subito in salita per un rigore causato, dopo appena 26 secondi, da un fallo di mano di Sissoko su palla calciata da Mané: dal dischetto Salah trasforma. Alisson mette la firma sulla vittoria con tre parate decisive nel finale prima del raddoppio, all’87’, firmato da Origi con un perfetto diagonale rasoterra. Il Liverpool sale sul tetto d’Europa per la sesta volta e Klopp, al terzo tentativo, riesce finalmente a far sua la Champions League. Ora, quasi due anni dopo quella finale di Madrid, il Manchester City e il Chelsea si affrontano in un nuovo derby inglese per la Champions, a sigillo del dilagante strapotere delle formazioni di Premier League: Guardiola vuol tornare vincere la coppa più bella dopo dieci anni di digiuno, Tuchel invece cerca di trasformare in apoteosi una stagione, per lui, nata male.

 

Leave a Reply