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Le partite che hanno cambiato le nostre vite

By 6 Aprile 2020

Quindici giornalisti e scrittori raccontano la partita della loro vita

Non solo vittorie sfavillanti e trofei alzati al cielo. Perché, a volte, a farti innamorare del calcio può essere anche una sconfitta bruciante o un pareggio senza tiri in porta. Perché quello che succede in campo è soltanto una parte del tutto, un perno intorno al quale girano e si intrecciano le storie personali di ogni tifoso. Così abbiamo chiesto a quindici giornalisti e scrittori di QuattroTreTre di raccontarci la partita della loro vita. E questo è il risultato.

Cristiano Carriero

Inter – Bayern Monaco 1-3, ottavi di finale di Coppa UEFA, 7 dicembre 1988.

Innamorarsi con una sconfitta. Può funzionare, se è la prima vera sconfitta, se è la prima volta che accade quello che in letteratura è l’inaspettato, nel calcio il “clamoroso”, che è un termine che mi piace meno, ma fa parte del lessico che abbiamo ereditato dalla cultura sportiva di fine anni ’80. Ed è proprio alla fine degli anni ’80 che è ambientato questo ricordo.

Eravamo rimasti al box to box, pardòn alla cavalcata o galoppata che dir si voglia di Nicola Berti a Monaco di Baviera. C’erano tutti gli ingredienti per innamorarsi. La maglia dell’Inter più bella di sempre, quella bianca con le trame nere e azzurre e lo sponsor Misura, i pantaloncini e i calzettoni neri. Lui, il numero 8, che va dritto per dritto verso la porta di Aumann, mio padre milanista ma tifoso delle italiane in Coppa che batte i pugni sul tavolo, il sottofondo con la telecronaca di Bruno Pizzul che dice: “Berti, Bertiii, Bertiiii, tiro e goool”, la neve sulla pista d’atletica dell’Olympiastadion, la faccia delusa del più tedesco di tutti, Klaus Augenthaler (segnatevi questo nome), gli italiani di Germania che si commuovono.

Come si può non capire, in quel preciso istante, quante emozioni e quante storie ci sono dietro ad una sola azione di una partita di calcio? Due settimane dopo l’Inter il ritorno, a San Siro. È la vigilia dell’Immacolata, lo ricordo bene perché a casa mia all’epoca si mangiavano i panzerotti con tutta la famiglia. È la mia partita: mercoledì di Coppa con festa a scuola il giorno dopo. La televisione è accesa su Rai1, mio padre fa zapping per seguire anche le altre. La Roma è stata spazzata via dalla Dinamo Dresda di Ulf Kristen, il Napoli strappa un pareggio antico a Bordeaux e passa il turno, l’Inter prima in classifica – quella che vincerà il campionato dei record – subisce tre gol in sette minuti. Uno, è proprio del centrale Augenthaler, il tedesco più tedesco di tutti.

La partita è maledetta perché si fa male Brehme, un ex, e poco dopo Matteoli, mentre è già assente Ramon Diaz. Aldo Serena, in stato di grazia, segna il gol dell’1 a 3, ma nel secondo tempo ricordo solo il nome di Aumann e la consapevolezza che l’inaspettato può accadere davvero. L’Inter perde 3 a 1 in casa, e se fino ad allora non avevo pienamente capito il giochino dei gol che valgono il doppio in trasferta, quella sera lo apprendo per sempre. Avevo 9 anni, e se avessi avuto un taccuino per annotarmi le cose avrei sicuramente scritto “Oggi, 7 dicembre 1988, si consuma la mia prima grande delusione calcistica. Da oggi non sono più un semplice appassionato, sono un tifoso. Frustrazione, incredulità, senso di appartenenza ad una comunità”. Quella delusione passerà in fretta, il gol di Berti a Monaco – beh – quello resterà per sempre.

 

 

Alec Cordolcini

Germania Ovest-Colombia 1-1, Milano, 19 giugno 1990

© Delmati/LaPresse

A livello calcistico, da ragazzino ero un hipster inconsapevole. Non avrebbe potuto essere altrimenti, visto che il termine non apparteneva ancora al linguaggio comune. Mi appassionavano le storie di periferia e i tipi irregolari, giocavo a calcio simulando match tra squadre del Lussemburgo e stravedevo per Jan Jongbloed, conosciuto sulle pagine del Guerin Sportivo, all’epoca una delle pochissime fonti di informazioni sul calcio internazionale. Quando il Milan incrociò il Nacional Medellin in Coppa Intercontinentale, fu per me naturale innamorarmi di René Higuita. Il pensiero che sei mesi dopo quella finale avrebbe giocato a una sessantina di chilometri da casa mia era troppo invitante per non tentare di trasformarlo in realtà.

Ogni ragazzo appassionato di calcio dovrebbe avere la possibilità di vivere un Mondiale nel proprio paese. Perché, a quell’età, davvero non ha prezzo. Germania-Colombia, a San Siro, è stata la mia prima partita live di un Mondiale. Ci andai con mio padre e un paio di amici interisti, Angelo e Giovanni, quindi lì per la Germania Ovest di Lothar Matthäus e Jürgen Klinsmann. Funzionava così in quegli anni a Milano e province limitrofe: eri milanista e quindi tifavi Olanda (e tutti gli altri a Euro 88 simpatizzavano per l’URSS), eri interista e la tua seconda maglia non poteva che essere quella della Mannschaft. Maglia che i miei amici non esitarono ad acquistare fuori dallo stadio, mentre il piccolo hipster che ne cercava una della Colombia dovette accontentarsi di un capello – una specie di coppola gialla, rossa e blu – e una mega bandiera.

Il meglio della partita fu concentrato all’inizio e alla fine. Nel riscaldamento Higuita parò due tiri con il colpo dello scorpione. In un caso, vista la potenza del tiro, sembrò di assistere alla versione in carne e ossa di un episodio di Capitan Tsubasa, che noi ovviamente conoscevano tutti come Holly e Benji. Poi iniziò la partita, flemmatica come il passo in campo di Carlos Valderrama. In realtà gli uomini del Pacho Maturana giocarono un grande match a livello tattico, ingabbiando per buona parte della gara l’undici schierato da Beckenbauer, ma questo lo capii anni dopo riguardando la partita, perché a 14 anni si viaggia su altre lunghezze d’onda. Ricordo la delusione nel vedere il colpo sul primo palo, sotto l’incrocio, piazzato da Pierre Littbarski a un minuto dalla fine. E il tuo Higuita? – disse ridendo Giovanni. E il capellone Valderrama? – gli diede corda Angelo. Dovetti attendere quattro minuti. Nel campo visivo di Valderrama si materializzò uno spazio che solo chi è nato con il radar in testa, e piedi sufficientemente dolci per assecondarne gli impulsi, poteva notare, e lui lo sfruttò per lanciare Freddy Rincon solo davanti a Bodo Illngner. Il futuro napoletano infilò il portiere sotto le gambe: 1-1 e tutti felici agli ottavi. Nella curva vestita di bianco (tutti tedeschi, o forse interisti) comparve una piccola macchia di tricolore cafetero.

Ho ripensato a Higuita proprio in questi giorni, per il suo tweet che invitava la popolazione colombiana a non uscire di casa per il rischio Covid-19. “Se ti dicono non uscire, non uscire!!”, recitava la scritta sotto la foto che lo vedeva perdere palla contro Roger Milla a causa di un dribbling di troppo, per un errore che costò alla Colombia l’eliminazione da Italia 90. Ieri come oggi, un personaggio mai banale. Come il calcio che amo.

 

 

Federico Corona

Inter – Sampdoria 3-2, 9 gennaio 2005

©Marco Lussoso / LaPresse

Di quel giorno ricordo molto bene il freddo. Secco, affilato, penetrante, un freddo che è solo di San Siro. Chiunque sia di Milano e frequenti lo stadio lo conosce bene, sa che il freddo di San Siro non è lo stesso che c’è fuori, anche se nessuno, ne sono certo, riuscirebbe a spiegarne il motivo. Il 9 gennaio del 2005 ha fatto un gran freddo per 88 minuti. La Sampdoria, in una partita grigia e sporca come il cielo sopra San Siro, era riuscita prima a passare in vantaggio con Tonetto e poi a raddoppiare con Kutuzov.

In curva, dove da ragazzino mi capitava di “vedere” le partite, la temperatura subiva sbalzi vertiginosi a distanza di pochi metri, con i semplici tifosi come me tristi e congelati, e i capi col megafono che ribollivano in minacce reiterate a chiunque smettesse di cantare per sostenere la squadra orribile che sul campo stava subendo inerte i blucerchiati. Intirizzito e sconsolato, decido di andarmene. Una cosa che non avevo mai fatto prima e che anzi avevo sempre condannato ferocemente.

Approfitto della distrazione del tiranno col megafono, mi divincolo tra masse di corpi ibernati e riesco ad abbandonare la curva, lasciandomi alle spalle il rumore sordo di quel cupo spettacolo. Mentre scendevo velocemente le scale del secondo anello, bramoso di evadere definitivamente da quella situazione, sento l’urlo timido tipico dei gol inutili fuoriuscire dalla pancia dello stadio come un pasto mal digerito. Improvvisamente dentro di me divampa un fuoco, acceso dalla vergogna per essermene andato e alimentato dalla speranza di una rimonta.

Rientro dal primo anello verde, il settore dietro la porta in cui l’Inter conclude l’epica rimonta segnando altri due gol nei cinque minuti finali. Mi sentivo un traditore, eppure esultavo come se non lo fossi. Una sensazione bella e allo stesso tempo terribile, che non ho mai dimenticato. Da allora non ho mai più abbandonato lo stadio prima della fine, e mi sono sempre coperto bene.

 

 

Marco Gaetani

Lazio – Milan 3-1, finale di Coppa Italia, 29 aprile 1998.

Quando vidi la botta di Demetrio Albertini infilarsi nell’angolo basso alla destra di Marchegiani, con una linea di visuale inusualmente nitida per chi era abituato a sporgersi col collo in mezzo a un mare di teste, ricordo di aver pensato che fosse finita. Il boato sordo del settore ospiti è quanto di più lacerante si possa ascoltare nella sterminata cattedrale meglio nota con il nome di Olimpico di Roma, una coltellata in pieno petto che arriva da una distanza mal contata di 150 metri in linea d’aria, voci compatte di gente che festeggia quando tu vorresti essere ovunque, fuorché lì.

Era il 29 aprile del 1998, facevo la quinta elementare, ero abbonato con mia madre da due anni in Distinti Ovest, lo spicchio tra la Nord e la Monte Mario. La prima Lazio di Sven Goran Eriksson, fiaccata in campionato da una rincorsa folle, esauritasi il 5 aprile con la sconfitta interna contro la Juventus dopo 16 risultati utili consecutivi, aveva ancora due cartucce da giocarsi. La finale di andata di Coppa Italia si era giocata tre giorni dopo quel ko, e ne era arrivato un altro con lo stesso punteggio: 1-0, gol di George Weah a punire uno di quei momenti in cui Marchegiani restava a metà del guado, indeciso sull’uscire o meno.

Una sconfitta tutto sommato rimediabile, e da lì a una settimana c’era stata la seconda cartuccia: semifinale di ritorno di Coppa Uefa, all’Olimpico, lo 0-0 contro l’Atletico Madrid a regalare il pass per Parigi dopo lo 0-1 del Vicente Calderon, gol di Vladimir “Mezzasquadra” Jugovic, autore di una stagione in cui era stato toccato dal Signore. Purtroppo, però, non ai livelli dell’artista identificato all’anagrafe come Luis Nazário de Lima, che nel pantano di Mosca, nella semifinale con lo Spartak, aveva ridisegnato il concetto di leggerezza su scarpe da calcio.

Quella, però, è un’altra storia. Era il 29 aprile, dicevamo, e una rasoiata di Albertini all’alba del secondo tempo aveva portato tutti, me compreso, a pensare che la Coppa Italia sarebbe finita nella bacheca del Milan. Diciannove minuti dopo quel pensiero, mi ritrovai almeno cinque file più in basso rispetto alla mia, trascinato da un assembramento trasformatosi in valanga a dir poco impensabile ora che siamo in piena epoca di distanziamento sociale. Il gol del 3-1 l’aveva segnato Alessandro Nesta, che di confidenza con le porte avversarie ne aveva pochina. Ma in quei 19 minuti era successo altro.

L’uomo copertina di quella rimonta improbabile fu Guerino Gottardi da Berna, classe 1970, portato a Roma da Zeman per farne uno dei suoi terzini miracolati e divenuto con Eriksson, in quell’annata così strana, un amuleto da calare a gara in corso. Dentro al 50’, a segno al 55’, steso da Maldini al confine dell’area, forse più fuori che dentro, al 57’, con Jugovic in gol dal dischetto per il momentaneo 2-1, poi impreziosito dal tocco sotto porta di Nesta, mentre Seba Rossi provava il colpo disperato del braccio alzato per invocare un fuorigioco al quale neanche lui credeva più di tanto.

Non fu la partita in sé a cambiarmi la vita, quanto quello che successe da lì a qualche mese, quando tra le proposte per il tema dell’esame di quinta elementare trovai anche una frase che suonava all’incirca “Racconta un evento sportivo al quale hai assistito”. Senza pensarci troppo, scrissi di quella finale tra campioni trasformata da un outsider. Quando mi venne riconsegnato il tema, l’esaminatrice – termine forse improprio – disse, rivolta alla mia insegnante, che avrei avuto un futuro come cronista sportivo. L’ho presa in parola, e chissà se è stata davvero la scelta giusta.

 

 

Luigi Guelpa

Danimarca – Uruguay 6-1, 8 giugno 1986

Non è stato un fulmine a ciel sereno, ma un uragano. Nella notte (in Italia) dell’8 giugno 1986, a Nezahualcoyotl (Messico), la Danimarca decise, con largo anticipo sul Barcellona di Guardiola, di regalare un antipasto del tiki-taka. Con un palleggio alimentato da piedi educati, e un fraseggio da flipper impazzito, rifilò 6 gol all’Uruguay di Francescoli. Fu una toccata e fuga (22 anni prima di Pep e 12 dopo Michels), ma di una lucentezza straordinaria. Era la Danimarca di Elkiaer, Laudrup e Bergreen, già protagonisti nel campionato italiano, ma era anche e soprattutto la Danish Dinamite del mediano Lerby, della mezzala Arnesen, dell’eterno centrale Morten Olsen e del folletto imprendibile Jesper Olsen.

Tutti elementi tecnicamente impeccabili, giocatori che impartirono una severa punizione alla Celeste. La squadra di Omar Borras boccheggiava, per l’altura e la fatica nel correre dietro ad avversari in moto perpetuo. Ricordo nitidamente le entrate criminali dell’incontrista Miguel Bossio (uno dei miei idoli nel Valencia), la maglia zuppa di sudore di Eduardo Acevedo, difensore generoso ma impotente nel frenare Elkjaer e Laudrup, così come rivedo lo sguardo rassegnato del portiere Fernando Alvez, che avremmo ritrovato quattro anni dopo sulla nostra strada a Roma (gol di Schillaci e Serena), ogni volta che doveva raccogliere il pallone in fondo alla rete. Francescoli da parte sua fece quello che poteva, bullizzato da Ivan Nielsen, uno che in trincea non faceva sconti.

La Danimarca illuse tifosi e addetti ai lavori, raccogliendo nobili accostamenti con l’Arancia Meccanica di Cruyff, ma si sciolse come neve al sole (dopo aver battuto Uruguay, Scozia e Germania Ovest) contro la Spagna di Butragueno negli ottavi di finale. I vichinghi finirono ben presto la benzina: furono precursori del tiki-taka commettendo però l’errore di non calibrare gli sforzi, pagando dazio (1 a 5) con le Furie Rosse. Il 6 a 1 con l’Uruguay (all’epoca avevo 15 anni) mi è rimasto impresso nella mente. In rare occasioni ho visto una squadra giocare con tale eleganza e tecnica. Una rarità che è passata alla storia.

 

 

Gabriele Lippi

Barcellona – Siviglia 2-0, 11 settembre 2004

(Ph by Luis Bagu/Getty Images).

La partita che mi ha cambiato la vita si è giocata l’11 settembre 2004 ed è stata la mia prima volta dal vivo al Camp Nou. Era il mio secondo viaggio a Barcellona, ma lo considero come il primo perché la volta precedente ero andato in gita scolastica. E no, non è proprio come viaggiare autonomi. Quella volta capitai in città, con la mia ragazza di allora, proprio mentre la stagione di Liga stava iniziando.

Era il Barça di Ronaldinho, non potevo perdere l’occasione di vederlo dal vivo. Guardai il calendario e vidi che al Camp Nou, nel terzo anniversario della caduta delle Torri Gemelle, si sarebbe giocata una partita contro il Siviglia. Non era male quel Siviglia. Ci giocavano Dani Alves e Adriano, un giovanissimo Jesus Navas e il povero Antonio Puerta, in attacco la Bestia Julio Baptista. Ma soprattutto ci giocava lui, Dario Silva, l’attaccante casinista che avevo amato a Cagliari. Dovevo andare allo stadio, dovevo convincere lei. Per la verità non fu difficile quanto mi sarei aspettato. Chiariamolo: di calcio non le ne era mai fregato nulla, però un po’ di curiosità, forse, ce l’aveva. O più probabilmente lo faceva per me.

Scoprii alla vigilia che Ronaldinho non avrebbe giocato per infortunio, e pure Dario Silva non l’avrei potuto rivedere, dal momento che non era stato convocato. La partita fu una delle tante che capitano in una stagione, non particolarmente memorabile, banale persino nel punteggio: 2-0 per il Barcellona. In compenso prendemmo un sacco d’acqua, dritta sopra le nostre teste, visto che avevamo preso due posti in zona gol norte, piena piccionaia sopra il terzo anello, più vicini al cielo che al campo, per la modica cifra di 40 euro cada uno.

Ci divertì però vedere che in campo, sulla fascia destra del Barça, giocavano due giocatori coi nostri nomi abbreviati: Gabri e Giuly. Il secondo segnò pure uno dei due gol del Barça, l’altro lo fece Henrik Larsson. Non sono andato a rivederli ma li ricordo esattamente come i prototipi dei gol di quei due giocatori: un rasoterra da destra attaccando la profondità per Giuly, un tocco di rapina sotto porta per Larsson. Di certo fu in quel viaggio che mi innamorai di Barcellona e iniziai a innamorarmi del Barcellona, ben prima che arrivasse Guardiola, nemmeno all’apice del ciclo di Rijkaard. In una partita forse banale, più bagnata che bella, eppure così piena di fascino. Ah, se vi capita, andate a rivedere gli highlight di quella partita e fatemi sapere se la mia memoria ci ha preso o se invece sono stato mandato fuori strada da tutti i bias e gli stereotipi che mi sono costruito negli anni su Giuly e Larsson.

 

Lorenzo Longhi

Juventus-Fiorentina 3-2, 4 dicembre 1994

Prodromi. Suggerimento accolto con entusiasmo: una partita? Come no. E invece no, perché in nomination ne andrebbero diverse, perché scegliere l’originalità a tutti i costi è puro onanismo, perché la prima a cui pensi non ha i tutti i crismi previsti dal tuo scartometro – Argentina-Camerun, Italia 90: è il primo atto di un Mondiale attesissimo e dunque aspettative non mancano; in campo va il Migliore, il gol iconico c’è e il risultato shock pure, ma paga i fallacci sistematici di Kana-Biyik e compagni e un ritmo tutt’altro che eccelso – e allora quella che resta è forse la più banale del lotto. E sia: 4 dicembre 1994, Juventus-Fiorentina 3-2. Non m’ha cambiato la vita, ma ha ciò che cerco: abbondanza, generosità.

In assoluto è una insignificante dodicesima giornata, il cielo è di un grigio ignobile, ma la rivalità accende due squadre a viso aperto. Da una parte un Toldo formidabile, un Batistuta nel suo anno migliore, Rui Costa, addirittura un Marcio Santos non da censura, dall’altro Sousa che pennella, Vialli che ruggisce, l’Orlando operaio che incide, e le panchine – chi vi resta seduto – confermano che per tutti c’è speranza: Rampulla, Tognon e Grabbi, Scalabrelli, Luppi e Sottil. Gode la Juve, ma la partita è talmente intensa che meriterebbero entrambe: un tempo per parte, reti splendenti – certo Del Piero e quel tocco raffinato da tramandare ai posteri (molto più della zazzera riccia, improponibile anche allora), ma vogliamo parlare della perfetta esecuzione in controbalzo di Angelo Carbone per lo 0-2? – che valgono un imprevedibile ingresso fra le gare da ricordare. Insomma: non conta quasi niente, ma ha tutto.

Anche qualcosa di più: riletta in questo preciso momento storico in cui la regola è il distanziamento sociale, sono commoventi le esultanze. Estatiche, sentite, di gruppo, ben lontane dall’estetica moderna in cui il festeggiamento brevettato rivela l’egotismo di questo o quel fuoriclasse. Baiano, ad esempio, dopo lo 0-1 s’invola ad abbracciare Ranieri. Ci vanno tutti, l’abbraccio diventa un’ammucchiata e tale si rivela anche la gioia dopo la rete di Carbone, sommerso all’angolo dai compagni infagottati nei loro giacconi oversize. Vialli, dopo ognuno dei gol, si trova addosso sempre almeno un compagno pronto a celebrarlo ma lo scansa in trance da rimonta – distanziamento da furore agonistico – salvo poi essere il primo a gettarsi su Del Piero, seguito da tutti gli altri, al 3-2. A ben guardare, più che un festeggiamento coerente con una fredda dodicesima di campionato, la catarsi pare maggiormente adatta ad una rete decisiva in finale di Champions League. Il che è abbastanza ironico, trattandosi di Juventus.

 

Diego Mariottini

Lazio-L.R. Vicenza, 21 giugno 1987, 1-0

Eravamo tutti quelli che l’Olimpico poteva contenere. Una preghiera collettiva perché non finisse in quel modo. In quasi un secolo lo stellone lassù ci aveva aiutato parecchie volte, ma stavolta serviva altro. Battendo il Vicenza la Lazio avrebbe fatto almeno gli spareggi salvezza. Altrimenti serie C, la morte. Una storia calcistica fra le più antiche sarebbe finita, forse per sempre. Colpa di un giocatore che si vendeva le partite all’insaputa degli altri. Per questo eravamo tanti, così tanti che una monetina lanciata sugli spalti non sarebbe mai arrivata a terra. La fede non vuole logica, tutto in 90 minuti. 21 giugno 1987, squadre in campo. Vincere sarebbe il primo sorriso in un’annata tremenda. E come sorridere, partire da -9 è quasi una concessione da parte della giustizia sportiva, perché la sentenza di primo grado aveva costretto la Lazio a disputare il campionato successivo in serie C. Con 9 punti in più la squadra potrebbe ambire alla promozione. Così invece…

In settimana arriva una notizia e sembra una di quelle buone: il portiere titolare del Vicenza, Mattiazzo, è indisponibile. Prenderà il suo posto Dal Bianco, mai sentito. La Lazio si getta all’assalto. C’è un problema: anche il Vicenza deve salvarsi e un pareggio basterebbe. Sarà pure uno sconosciuto ma alle conclusioni degli avversari Del Bianco sa contrapporre riflessi miracolosi. Ci prova Acerbis, ci prova Caso, ci prova Fiorini. È un tiro a segno ma lo sconosciuto c’è sempre. Con il passare dei minuti, la speranza di un intero stadio lascia quasi il posto allo sconforto, alla rassegnazione di essere davvero alla fine di una storia durata 87 anni.

Ma qual è il confine fra destino e giustizia? Minuto 83. La Lazio spende le residue affrante energie. Cross dalla trequarti di Acerbis, respinge la difesa del Vicenza ma non riesce a liberare. In posizione centrale recupera palla Esposito che cede a Podavini. Il terzino fa due passi e dai 20 metri tenta la conclusione. Ne viene fuori un tiro sbilenco che però si trasforma in un assist in area per Fiorini. Il centravanti arriva per primo, arpiona il pallone ed elude l’intervento del diretto marcatore facendolo scivolare in avanti. Dal Bianco accenna all’uscita ma sul tocco in allungo di Fiorini non può nulla. È un vento di follia e di disperazione a spingere quel pallone in fondo alla rete.

Gesti di isteria generale, uomini di una certa età che piangono come bambini. Bambini che vedono i loro genitori impazzire e rimangono quasi increduli. La corsa di Fiorini sotto la Nord, travolto dall’abbraccio di tifosi e compagni. Immagini indimenticabili, come indimenticabile resta il gol di Fabio Poli nello spareggio vinto a Napoli contro il Campobasso. La rete che il 5 luglio mette la parola fine a un incubo durato quasi 11 mesi. Sono partite come queste a cambiare la vita, a cambiare una storia individuale e collettiva. Tutto ciò che verrà, beh…è figlio di quel pomeriggio d’estate in un decennio bello per tutti tranne che per chi ama la Lazio.

 

 

Marco Marsullo

Brasile – Italia 0-0 (3-2 d.c.r.), 17 luglio 1994

Quando penso alla frase: partita che mi ha cambiato la vita, io penso a una sera d’estate del 1994. Nel freezer avevo un sacco di gelati di una sottomarca che mio padre aveva portato a casa in stock da qualche parte, non ricordo bene perché e per come, ma forse li aveva avuti da qualche amico che glieli aveva regalati. Fatto sta che, durante il secondo tempo di quella partita, io ne mangiai uno. Non c’entra niente con l’esito di quella sera, che diventò notte – notte specie per me che avevo nove anni e dopo le ventitré era il ventre, inoltrato, delle tenebre – ma è un dettaglio che mi porto nella pancia. Più di quel gelato che, a dirla tutta, era anche molto buono, pure che non era di una marca molto famosa.

La partita in questione si giocava, a ora di pranzo, negli Stati Uniti d’America. Era la finale del Campionato del Mondo di calcio USA ’94. Italia – Brasile. Come dire: il grande classico di Calvino, il pollo con le patate, il Festival di Sanremo. Una cosa già vista, con risultati diversi, ma che scaldava il cuore di tutto il pianeta per la sua riconoscibilità. Era il primo Mondiale che seguivo, io bimbo appassionato di nove anni, che scoprivo la fedeltà alla maglia azzurra in un impeto, spontaneo e folle, d’amore, in quell’estate torrida che ci vide soffrire il caldo italiano, quello americano (vedendo i calciatori che morivano annegati nel sudore per le esigenze televisive europee) e i patimenti di Baresi, Signori e Roberto Baggio. Quello di Baresi, con il menisco rotto e il recupero lampo proprio per quella finalissima. Quello di Signori, schierato ala tornante (a lui tutta la nostra solidarietà ancora oggi). Quello di Baggio che decise di svegliarsi all’ultimo secondo utile dell’ultima partita utile, quella con la Nigeria. Prima di trascinarci per tutta la manifestazione come il fuoriclasse che è sempre stato.

E fu proprio Roberto Baggio a mettere il punto finale a quel Mondiale. Sapete tutti come. Quella partita per me fu un crocevia. Emozione e dolore. Stupore e patimento. L’inizio del percorso accidentato della mia fede azzurra culminato poi nel Mondiale tedesco del 2006, passato attraverso le prove del fuoco di Francia ’98 ed Euro 2000. Anche qui, sapete tutti com’è andata. Italia – Brasile al Rose Bowl di Pasadena, città bollente della California, vicino Los Angeles, per me fu lo scoppio della maestosità. Era tutto enorme. I colori vivi più di me. L’inno della Fifa con i calciatori brasiliani che si tenevano per mano entrando, in fila indiana. Noi più composti, europei, bardati nelle tute della Diadora (altro che Nike, Adidas e via dicendo, scusate lo sfogo). Pagliuca che bacia il palo fortunato. Massaro che calcia centrale su Taffarel. Sacchi che consola Baresi. I rigori. La fine. Lo striscione dei brasiliani per Senna, mio mito assoluto che se ne andava solo pochi mesi prima in quello schianto brutto di Imola. Andai a dormire con uno strano peso sul cuore, la pancia in subbuglio, il silenzio della mia cameretta a farmi da ninna nanna scomoda. Quella sensazione, ho imparato poi negli anni, aveva un nome. Amore. Amore per il calcio. Folle, disarmante, amore per il calcio. E chi se lo è scordato più.

 

Davide Morganti

Napoli – Perugia 0-1, 26 aprile 1981

Talvolta capita che ci siano partite di calcio che appartengono al dolore e quel dolore invece di allontanarti dallo sport e dalla tua squadra resta come forza e resistenza, come amore definitivo; la partita del dolore, la prima di tante, è dell’aprile 1981, con mio padre ci recammo allo stadio San Paolo per vedere il Napoli giocare contro un ormai retrocesso Perugia, ci andammo sereni perché sembrava una partita facile, semplice, la squadra di Rino Marchesi era al vertice con la Juve e la Roma a poche giornate dalla fine; sedemmo in curva A in attesa di assistere a una vittoria semplice, quasi ordinaria, così ordinaria che mio fratello Mimmo non volle venire; dopo l’autogol del varesino Ferrario al primo minuto nessuno disse nulla, il portiere Castellini batté le mani per incitare il Napoli a reagire, in curva ci furono sorrisi, frasi che annunciavano pronte riscosse, nessuno temeva la sconfitta, era teologicamente impossibile, ci si mise in attesa della goleada.

Non potevamo perdere: avevamo Krol, calciatore di eleganza e classe purissima, Mario Guidetti, mediano potente e geometrico che a me piaceva tantissimo, oltre al glorioso Luciano Marangon, terzino sinistro che quando andò via mi fece soffrire molto perché la sua tecnica, la sua corsa, la sua folle anarchia erano quello che per me, mancino di fascia, ancora adesso restano l’idea definitiva. Prendemmo tre pali, assalti continui, Nello Malizia, il portiere del Perugia, parò ogni tiro, ancora ricordo i suoi tuffi, le sue spericolate uscite nel mucchio, i calciatori in area di rigore sembravano centinaia; all’inizio la curva restò calma, vuoi vedere che non segniamo?

Un sogno, se deve morire, vuole farlo nella gloria non nella polvere. I minuti passavano, il nostro centravanti Claudio Pellegrini, calciatore che detestavo per quanto fosse impacciato e goffo, andò a sbattere contro un palo con il pallone dopo aver superato Malizia dichiarando la sua pochezza calcistica. Mentre i minuti passavano quella partita diventò la sintesi di quello che sarebbe stato il mio destino di tifoso: tanta speranza, tanta passione, tanta attesa solo per amore e non per titoli, che quel triste pomeriggio mi fu chiaro sarebbero arrivati pochissime volte.

Quando l’arbitro fischiò ricordo il silenzio della curva che andava via, lasciando sulle gradinate centinaia anzi migliaia di fogli di carta di giornale, anche loro avevano, come noi, un’aria triste e stanca e quel senso di greca ineluttabilità nella rassegnata sporcizia dello stadio. Sembrava impossibile perdere, invece perdemmo. Un autogol – quello che oggi quasi non esiste più in nome di una regola ridicola che altera in modo disonesto le realizzazioni di un calciatore, falsando i record e le statistiche – è un seppuku involontario così atroce, goffo, ridicolo, tragico che ti pare assurdo possa modificare qualcosa; anche lui, Ferrario, eccellente difensore, ne rimase travolto come tutti noi, vittima non certo carnefice, sono cose che capitano, si dice in questi casi mentre il petto ti brucia. Da quel giorno qualcosa è accaduto, molto altro no.

Gianluca Morozzi

Bologna-Empoli 0-0, 10 marzo 1985

Foto LaPresse – Massimo Paolone

Era un Bologna-Milan serale del dicembre 2018, una partita brutta oltre ogni dire. Gli zero a zero brutti sono come le famiglie felici di Tolstoj, tutti simili tra loro. Era la fine del 2018, c’era un traballante Inzaghi ancora per poco in panchina, Faceva freddo, c’era la nebbia. Due squadre orribili – non era ancora arrivato Mihajlovic a trasformare quell’orrore in un’armata senza paura – avevano annoiato anche i seggiolini del Dall’Ara, uscendo dopo novanta inutili minuti in una bordata di fischi. Ne avevo viste mille, di partitazze scialbe e insipide così. A partire dalla prima.

Era il 10 marzo 1985. Il giorno dopo avrei compiuto quattordici anni, e come regalo mio padre mi aveva portato per la prima volta allo stadio. Ero tifoso da un anno e mezzo: avevo vissuto per radio un vittorioso campionato di serie C e le prime 23, poco esaltanti partite di quel traballante campionato. Il Bologna allenato da Bruno Pace lottava per salvarsi, in trasferta aveva segnato un solo gol ed era reduce da due sconfitte per quattro a zero a Pisa e a Bari.

Il Dall’Ara, che si chiamava così solo da un anno (prima era stato Littoriale, poi Comunale) era molto più basso di adesso: non c’erano i seggiolini se non in tribuna, solo i gradoni di cemento, non c’erano i tornelli e tutte le impalcature costruite per i mondiali del ’90. C’era l’Omino del Billy, che si chiamava così perché vendeva la bevanda chiamata, appunto, Billy, e l’altoparlante mandava la canzone dell’Acqua Cerelia e un misterioso sponsor Nicoletti presentava la formazione: Zinetti Ferri Bombardi Luppi Logozzo Romano Marronaro Zerpelloni Frutti Greco Marocchi.

Ero bardato come uno yeti in quella giornata di fine inverno ancora fredda. E mio padre mi aveva portato nei distinti laterali, per sicurezza: per la curva ci sarebbe stato tempo. Mentre salivo quei gradoni e mi andavo a collocare sull’ultima fila in alto a destra della Torre di Maratona, intanto che guardavo lo stadio che avevo visto fin lì solo in foto e in tv –oh, quella è la tribuna, esiste davvero, quella è la curva Andrea Costa, esiste davvero, quella è la curva San Luca, esiste davvero-, mi ero fatto una domanda. Come avrei esultato per il gol? Come si esultava, al momento del gol, in uno stadio? Abbracciando i vicini di posto? Inginocchiandosi con i pugni al cielo? Correndo avanti e indietro per gli spalti? Facendo dei piccoli saltelli a pugni chiusi, come il geometra Calboni? Ci pensavo inebriato da quell’odore di erba misto a sigarette misto all’odore di cemento dei gradoni…

A metà del primo tempo, il fantasista Pino Greco era scattato in area. Aveva ricevuto il pallone sul sinistro, il suo piede preferito. Aveva tirato. Il portiere si era mosso appena. La rete si era gonfiata. Gonfiata dal pallone. Gol. Pino Greco aveva fatto gol! Avevo reagito al gol di Pino greco con compostezza e classe: ovvero, mi ero messo a saltellare sul posto agitando i pugni, producendo un suono tipo Eeeeh!, eeeeeh!, eeeeh!, per un tempo classificabile in un minuto, un minuto e mezzo.

Finito l’ossigeno, avevo notato un piccolo, piccolissimo dettaglio. Nessuno, intorno a me, stava esultando. Nessuno, sul campo, stava esultando. Pino Greco non stava esultando, i suoi compagni non stavano esultando.

Mi ero girato verso mio padre. “Fuorigioco” aveva detto lui. Aggiungendo “Di mezzo metro almeno. Annullato giustamente”.

La mia esultanza solitaria era stato l’unico momento di emozione di quel Bologna-Empoli tristissimo. Che si era spento lentamente in una fischieria collettiva, fino al deprimente zero a zero conclusivo.

Dopo ero sceso per i gradini di cemento guardando spiritato nel vuoto, e accanto a me c’era un grassone con un cappellino rossoblù che doveva aver visto le annate di Beppe Savoldi, e il grassone smoccolava Ma basta, hanno finito di prendermi in giro, io straccio l’abbonamento, tanto si torna in serie C. Ma io, spiritato, mi ero girato verso mio padre e avevo detto “Babbo, ci veniamo, vero, a vedere Bologna-Perugia?”

E poi in serie C non c’eravamo andati, perché con il secondo gol in trasferta di tutto l’anno avevamo vinto a Varese proprio alla fine e ci eravamo salvati.

Foto Massimo Paolone/LaPresse

In quel Bologna-Milan del dicembre 2018 io e i miei compagni di sofferenza scendevamo i gradini della curva dicendo “Bisogna cambiare allenatore finché siamo in tempo, Inzaghi non può farcela, poveretto”, e un signore baffuto dallo sguardo spiritato si era girato per commentare secco e spietato “Ma puoi prendere anche Dio, dove vuoi che andiamo con Helander e Mattiello? In serie B, andiamo”. E invece non c’eravamo andati, in serie B. Anzi, c’eravamo divertiti come da anni non ci capitava.

Ma accanto a noi, sulle scale, scendeva un ragazzino con suo padre. Aveva la maglia di Santander e lo sguardo di chi aveva appena visto la sua primissima partita. Stava dicendo “Papà, ci veniamo alla prossima con la Lazio, vero?” Perché anche una rimessa laterale vigorosa ti sembra esaltante, se è la prima volta che la vedi. Anche uno zero a zero senza un tiro in porta.

Perché quanto senti quell’odore di erba e sigarette, e di nebbia, e di seggiolini di plastica, sei prigioniero dello stadio per sempre.

 

Alessandro Ruta

Olympique Marsiglia-Milan 1-0 , finale Coppa Campioni, 26 maggio 1993

(Photo by Beate Mueller/Bongarts/Getty Images)

Sono milanista, non lo nascondo. Non ho nemmeno le fette sugli occhi, però. Negli ultimi 15 anni, da quando ho cominciato a lavorare nel mondo del giornalismo sportivo, l’ho leggermente smussato, questo aspetto, pur mantenendo una solida fede, spesso sfociata nell’autoironia o in un atteggiamento del tipo “oltre il calcio c’è di più”.

Sono milanista da sempre: merito di mio nonno materno, soprattutto, che mi ha “instradato”. E sono nato nel 1982, quando il Milan era in B. In compenso i miei primi ricordi dal punto di vista del tifoso sono stati solo felici: una vittoria dopo l’altra, scudetti, la Steaua, il Benfica, tanti trionfi da celebrare, vantandosene un po’, manco fossi sceso in campo io, a scuola.

Già, a quei tempi il calcio era diverso anche alle elementari, o alle medie. Si diventava amici dei più grandi, che magari provavano a bullizzarti, semplicemente dicendo “Sono del (squadra a piacere)”. E quindi ti difendevano, si faceva crocchio discutendo degli ultimi risultati leggendo la Gazzetta o le riviste che allora affollavano le edicole. E permettetemi la doppia lacrimuccia, vista la crisi di queste ultime due.

Essere milanista, in sostanza, era addirittura figo. Anche perché non si perdeva mai, tranne l’imbarazzante scena di Marsiglia: dal 1988 al 1993 due scudetti, due Coppe Campioni, due Intercontinentali, e così via. Poi arrivò il Marsiglia, di nuovo, ma in finale di Coppa Campioni. Una partita molto strana, mi ricordo esattamente l’atmosfera, persino dalla televisione i colori erano diversi, più vivi: il colpo di testa di Massaro che esce di niente, un miracolo di Barthez (coi capelli!) su Van Basten, il gol di Boli nato da un calcio d’angolo che forse non c’era, e la tranquillità, la convinzione che prima o poi il Milan avrebbe rimontato perché non poteva perdere, non aveva mai perso, era la squadra imbattibile, anche in campionato era stata 58 volte di fila senza sconfitte.

Invece niente: sconfitta, 1-0. E uno strano magone, come quando scopri che Babbo Natale non esiste. Non sapevo due cose: la prima, che quella era stata l’ultima partita di Van Basten col Milan, la seconda che mio nonno, colui che mi aveva “reso tifoso rossonero” aveva già il brutto male che di lì a pochi mesi se lo sarebbe portato via.

 

Jvan Sica

Italia – Francia 0-2, 16 giugno 1986

La partita che mi ha cambiato la vita è la seconda che ricordo. La prima non è una partita vera e propria, è tutta la dolorosa parte iniziale di Juve-Liverpool dell’Heysel. Ero sulle gambe di mio padre ad attendere quella partita così importante. Vidi, percependo solo il dramma di quello che stava succedendo, ma soprattutto ascoltai la voce di Pizzul, giustamente funerea e cupa. Non iniziava mai e mio padre mi mandò a dormire, il giorno dopo dovevo andare a scuola.

La primissima partita invece di cui ricordo tutto è Italia-Francia, ottavi di finale di Messico 1986. Credo che mi era rimasta dentro la gioia per Spagna ’82, anche se il giorno della finale io compivo solo due anni. Non ricordo nulla del Mundial ma mi raccontano che ero al centro della festa del paese e non volevo smettere mai. Quando iniziai a vedere la partita contro i francesi quindi, ero sicuro che guardando il calcio si poteva solo gioire ed essere felici, esisteva solo la vittoria e la festa. I due gol di Platini e Stopyra mi scioccarono. Esisteva tanto altro.

Esisteva il dolore, il rammarico, la recriminazione, la rabbia, l’impossibilità di fronte ad un avversario più forte, la delusione, la frustrazione, la sconfitta. Capii tutto in quei 90 minuti alla fine dei quali mia madre dovette farmi una camomilla per calmarmi. Piangevo senza freni. Mio padre invece rideva sotto i baffi (all’epoca d’ordinanza). Avevo capito finalmente quello che era il calcio: per chi ne è appassionato vero un territorio con sempre nuovi paesaggi meravigliosi e lugubri, entrambi però sublimi perché grazie ad essi siamo capaci di scendere e buttare un occhio alle profondità della nostra anima.

Da quella partita in poi iniziai a seguire il calcio con una passione folle. La stagione successiva fu quella del Napoli 1986-87. Visto, ti dà e ti toglie.

 

Claudio Savelli

Chelsea – Inter 0-1, 16 marzo 2010

(Photo by Phil Cole/Getty Images)

Alla lettura delle formazioni mi si spalancarono gli occhi, la mente e il cuore. Ma è pazzo, pensai, oppure è un genio? L’Inter stava per scendere in campo a Stamford Bridge per il ritorno degli ottavi della Champions League che poi avrebbe vinto forte del 2-1 di San Siro, uno dei risultati positivi più pericolosi nei turni ad eliminazione diretta: non sai mai se difenderlo o andare all’assalto del gol del ko. Perché se lo subisci, cambia nettamente il peso dei punteggi: gli altri una rete fuori casa l’hanno già segnata.

José Mourinho schierò il 4-2-3-1. Non era la prima volta, già contro il Rubin Kazan azzardò l’assetto, ma all’andata contro il Chelsea era tornato al 4-3-1-2. Se ne parlava, ma in pochi pensavano che Mourinho avesse il coraggio di azzardare una formazione così, quando il risultato di partenza era favorevole. E invece: Pandev reinventato esterno, e Zanetti terzino sinistro che non solo tappava il buco lasciato da Chivu ma lanciava la cerniera Cambiasso-Motta, di cui nutrivo una grande passione, forse perché era sottovalutata dalla critica – gli underdog entrano sempre nel cuore.

Quella formazione cambiò la mia percezione dell’impatto di un allenatore sulla squadra, sulla stagione, oltre che su una singola partita. Nemmeno il Chelsea si aspettava un’Inter così: offensiva sulla carta ma equilibrata in campo perché  abile a rannicchiarsi e distendersi, a dominare gli spazi senza il pallone ma a muoversi anche quando il pallone era in possesso. Gol di Eto’o, 0-1 nel momento perfetto, qualificazione archiviata.

No, non definiamolo “catenaccio e contropiede”, suona francamente riduttivo. Era quello che mi aspettavo da Mourinho, pensavo a quell’assetto da qualche tempo, ne scrivevo, quasi senza accorgermene lo suggerivo, e alla lettura della formazione ebbi una strana sensazione: José mi ha letto, ascoltato? Ma va, non essere deficiente. Epperò che ebbrezza, vedere che quella formazione reggeva, e che non era solo una svolta tattica ma soprattutto mentale. O meglio, che attraverso una svolta tattica, Mourinho aveva spinto la squadra oltre se stessa. Definitivamente. Da quel momento riuscii a bilanciare il peso di un allenatore sulla squadra e che la differenza tra i grandi tecnici e i vincenti risiede anche nell’intuizione pazza, nella capacità di rendere logica una piccola follia. Quella stessa capacità che poi Mourinho ha perso, e lo aggiungo per onore del vero, per non sembrare di parte.

 

Boris Sollazzo

Genoa – Napoli 0-0, 10 giugno 2007

©Stefano D’Errico – LaPresse

 Tifo per il Napoli, quindi di partite che mi hanno cambiato la vita ne ho avute tante. Troppe: quando vinci poco, ti attacchi all’epica di singoli match per non pensare all’albo d’oro sguarnito.

“Il mio ricordo più bello? Le lacrime a Marassi nello spogliatoio dopo Genoa-Napoli. Quello in Serie B è stato un anno indimenticabile, per assurdo ho gioito di più quel giorno che la sera della Coppa Italia. Era la rinascita di un Napoli che oggi è quello che è”. Parola di capitano Paolo Cannavaro. Parole sante: solo chi ha la maglia azzurra cucita addosso può sapere che quello 0-0 rimarrà il momento più bello del nuovo Napoli: io ho goduto delle vittorie di Diego e di quelle dell’era De Laurentiis, ma quella partita in cui io e Cannavaro jr ci abbracciammo a fine partita (sì, fui tra gli invasori, confesso) rimane qualcosa di unico.

Partiamo dalla mattina. Trovai una città che mi accolse fraternamente. Capii quel giorno, in cui il Genoa aveva un solo risultato a disposizione, la vittoria, che eravamo davvero fratelli e lo siamo tutt’ora, anche se il gemellaggio per incomprensibili logiche ultras si è sciolto: la maggior parte dei biglietti per i tifosi azzurri erano stati reperiti da amici rossoblu. C’era solo una possibilità, quel giorno, perché festeggiassimo insieme: un pareggio e la mancata vittoria del Piacenza con la Triestina. Improbabile, soprattutto per due società “sfigate” come le nostre.

Ero tra i rossoblu e avevo una radiolina: l’unico tra 10.000 persone nella mia fetta di stadio. In quella bolgia sono io, dopo mezz’ora a dover dare la brutta notizia: sta vincendo il Piacenza, ha segnato Degano. La tensione si taglia con il coltello. In campo i 22 si danno battaglia: la paura fa da padrona, i rossoblu attaccano di più, ma come si fa a compiere il fratricidio calcistico più doloroso?

Proprio allora segna Allegretti. Punizione. Gli occhi mi si inumidiscono, non capisco più nulla, mi gira la testa, alzo le braccia, mi giro. Urlo solo “Triestina!”. Centinaia di persone piombano su di me, urlando. Ora le due squadre sorelle sono in A. Nel rettangolo di gioco si smette di giocare, hanno saputo. Per battere una punizione ci mettono anche quattro minuti. Tutti festeggiano, ma al Garilli espellono un triestino. Si soffre fino alla fine, ma io soffro in silenzio, non voglio far preoccupare i miei amici, quelli con la mia stessa casacca e gli alleati vestiti di due colori.

La partita non finisce mai. Anzi, le partite. Poi succede. E scopro cos’è la felicità: pura, selvaggia, ma soprattutto condivisa. “GenoaeNapoli! GenoaeNapoli!”. Era un coro ininterrotto, gioioso quello che invase quella città meravigliosa e mi commuovo ancora di più al pensiero di quella folla festante, ora che siamo tutti chiusi in casa. Era un carnevale senza carri, liberatorio. Camminavamo, tanto, Genova non aveva mai più visto tanta gente dal maledetto luglio 2001. Ci stavamo riprendendo la città. Era di nuovo nostra, ce l’avevano strappata. Lo vedevo nelle nostre facce. Lo sentivo dentro, e anche fuori. Poi a un certo punto, ci passiamo la voce “stanno, stiamo andando a Piazza Alimonda”. Lo facevano, lo facevamo senza nessuna volontà irriverente. Era quella la tappa finale, naturale, di una domenica pazza e irripetibile. Era inevitabile, l’ho capito solo dopo.

Dedicato alla famiglia Parodi, e a Edo in particolare: senza di te, non l’avrei conosciuti i tuoi genitori e tuo fratello, a cui voglio un bene pazzo.

 

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