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Le presentazioni dei calciatori possono diventare un danno d’immagine?

By 22 Febbraio 2020

Look improponibili, palleggi sbagliati, gaffe davanti ai giornalisti. Ecco le peggiori presentazioni di un calciatore alla stampa prima di Braithwaite

Febbraio volge ormai al termine, il cielo, sporadicamente, già mostra i primi timidi segni dell’incombente primavera. Eppure il calciomercato non si è ancora fermato, non in Spagna, dove una regola assurda e piuttosto ingiusta (è infatti possibile tesserare un calciatore al di fuori di una finestra di mercato per sostituire un giocatore indisponibile per infortunio per oltre sei mesi) ha permesso al Barcellona di scippare letteralmente Martin Braithwaite al Leganés. Sorvolando sulla vicenda e le fondatissime polemiche che l’hanno accompagnata, Braithwaite si è presentato al Camp Nou nel tradizionale stile spagnolo. Un pallone e via a mostrare le proprie doti tecniche.

Anche se sul canale Youtube ufficiale del Barça si trova un montato in cui Braithwaite dimostra di sapersi difendere piuttosto bene, in rete hanno già iniziato a circolare le scene tagliate. Si tratta, in particolare, di una sequenza in cui l’attaccante danese tenta a fallisce per due volte di fila una bicicletta incespicando sul pallone. E allora la mente vola a tutte quelle volte che un club voleva farsi bello con un nuovo acquisto e invece è andata a finire in maniera decisamente diversa.

 

Antonio Cassano (Real Madrid)

Quando nel gennaio del 2006 passò al Real Madrid, Antonio Cassano aveva già litigato con tutti. Aveva fatto perdere la pazienza a Totti, che a Roma lo aveva accolto come un fratellino piccolo, e aveva sfiancato la dirigenza giallorossa rifiutando ogni offerta di rinnovo. In cinque anni in giallorosso aveva fatto vedere giocate spettacolari, gol, assist, e quel pizzico abbondante di follia che lo avrebbe contraddistinto per tutta la carriera.

Le cassanate, autentico marchio registrato, lo seguirono anche a Madrid, dove si presentò in pieno gennaio con un elegantissimo e sobrissimo cappotto di montone scamosciato a coste, con colletto, risvolti dei taschini e bordi in pelliccia. Accolto dal Buitre con la camiseta blanca numero 19, Fantantonio posò per le foto di rito così, sorridente, col capello alla Brad Pitt dei primi tempi. Il successo non lo aveva imborghesito, lo avrebbe però, da lì poco, parecchio ingrassato.

 

Pablo Daniel Osvaldo (Juventus)

A proposito di look bizzarri, chi si ricorda di quella volta che Pablo Daniel Osvaldo, forse per passare inosservato, decise di presentarsi alla prima giornata da juventino vestito da cosplayer di Johnny Depp? Cappotto lungo con bavero peloso, camicia a quadrettoni grunge, maglia della salute grigia, collanina col simbolo della pace giusto un po’ meno grande dell’orologio di Flava Flav dei Public Enemy, occhialini tondi e bombetta in testa. Un perfetto look hipster, giusto un filo sopra le righe.

 

Gokhan Inler (Napoli)

Hic sunt leones. Il set è la nave da crociera Msc Splendida, le comparse sono i giornalisti in attesa. Aurelio De Laurentiis è sceneggiatore, regista e interprete. Prende la parola: “L’ho mandato via, doveva firmare un’ultima carta ma non ha voluto. Io sono coerente. Non sarà un giocatore del Napoli”. Parla di Gokhan Inler, svizzero che nei quattro anni precedenti ha giocato, anche piuttosto bene, nel centrocampo dell’Udinese.

Il Napoli l’ha seguito a lungo e l’ha acquistato per 8,8 milioni di euro, facendogli firmare un quinquennale. Le parole di De Laurentiis lasciano di stucco i presenti. Poi la telecamera si sposta, inquadra un uomo dal fisico atletico vestito con la maglia azzurra. Il volto è coperto da una maschera di leone. Sulle spalle ha il numero 88. A quel punto è tutto chiaro, la sala capisce ed esplode in un applauso prima ancora che l’uomo sveli la sua identità. Gokhan Inler non se n’è andato, è lì, ed è appena stato presentato nel modo più bizzarro possibile. Anche perché quella maschera che ha indossato è di quelle dozzinali che si trovano nei negozi di giocattoli sotto carnevale. Da un produttore cinematografico, sugli effetti speciali e il trucco, era lecito attendersi qualcosa di più.

 

Santiago Cazorla (Villarreal)

Per accogliere il figliol prodigo che torna a casa dopo aver sperperato la sua parte di eredità, racconta il Vangelo di Luca, un uomo della Galilea decise di sacrificare il vitello più grasso. Vila-Real, però, evidentemente non è zona di allevamenti bovini. Così, per salutare il ritorno di Santiago Cazorla, si sono inventati qualcosa di diverso.

Sul campo del Madrigal il centrocampista, reduce dagli sfortunatissimi anni all’Arsenal, non c’è. Una voce annuncia “vuelve la magia”, torna la magia. Dal tunnel degli spogliatoi entra un uomo in gilet e maniche di camicia. Ha i capelli a spazzola arancioni e no, non è Santi. È un mago, però, quindi in qualche modo ne è collega. Si chiama Yunke, fa alcuni numeri, si fa chiudere in una cassa di legno e riappare sopra il suo coperchio avvolto in un lenzuolo nero. Poi scopre un cilindro di plexiglass con sopra il logo del Villarreal. Lo fa riempire di vapore e quando la nebbia si dirada, al suo interno compare lui, Santi Cazorla. Originale, sì, ma forse un po’ troppo kitsch. Anche perché il tutto dura oltre un’ora.

 

Adriano (Roma)

Quando approda alla Roma, Adriano Leite Ribeiro ha solo 28 anni, eppure sembra aver già vissuto almeno tre vite. È stato un menino da rua nella Rocinha, Imperatore all’Inter, campione in declino al São Paulo e Flamengo. La Roma è una nuova grande occasione per ripartire.

Rossella Sensi lo presenta al pubblico allo Stadio Flaminio. Adriano sorride e mostra una sciarpa giallorossa con sopra scritto “Mo’ te gonfio”. Appare visibilmente in sovrappeso e bisognoso di una dieta e di una preparazione atletica a tappe forzate. Per gli inguaribili romantici che l’hanno amato e sempre lo ameranno, quel “Mo’ te gonfio” è rivolto alle difese avversarie e alla rete, che in realtà, in otto presenze complessive, non gonfierà mai.

 

Theo Hernandez (Real Madrid)

Una volta, quello dei palleggi in campo nel giorno della presentazione, era un rito sacro a cui ogni giocatore doveva prestarsi. Memorabili quelli di Maradona al San Paolo, o quelli di Denilson al Benito Villamarín. Il guaio è che non proprio tutti sono dei grandi palleggiatori e coi tempi che corrono i fondamentali sembrano sempre meno diffusi tra i calciatori.

Pensate al povero Theo Hernandez, arrivato al Real Madrid e subito messo alla berlina per un paio di tocchi goffi e una ancora più imbarazzante (e imbarazzata) conclusione della brevissima performance. Uno, due, tre, palla per terra, sorriso abbozzato, mano destra a battere sul petto in corrispondenza dello scudetto. Quasi a voler far finta che nulla di quanto visto prima dalle migliaia di tifosi giunti al Bernabéu sia mai accaduto. Ci fosse stato il Mago Yunke, probabilmente Theo lo avrebbe pregato di farlo sparire.

 

Danilo (Real Madrid)

Che poi c’è pure chi ha fatto peggio. Danilo, per esempio, si presentò in camiseta blanca con una serie di palleggi. Ginocchio destro, ginocchio sinistro, due tocchi col collo destro e poi la palla che si ferma. Lui, però, non vuole arrendersi, non vuole farla finire per terra. Un riflesso condizionato lo porta a chinarsi e allungare la mano per provare a fermarla a mezz’aria, fallendo anche in quest’ultimo disperato tentativo che fa tanto giardinetti pubblici.

Sconfitto, Danilo va incontro al pallone, lo solleva col destro e se lo accomoda tra le mani. La resa è esplicita, il saluto coi pollici in alto e il bacio sullo stemma del club appaiono forzati e innaturali. Ma la cosa più curiosa è che da quel momento in poi, Danilo non molla più la palla. Prima la tiene ferma sotto il piede, poi, da inginocchiato, con la mano. Non la lascia mai, nemmeno quando deve cambiare posizione, sente il bisogno fisico di averla a stretto contatto con se stesso, quasi come se potesse scappargli ancora una volta, a tradimento.

 

Dembelé (Barcellona)

Detto (tanto) del Real Madrid, per par condicio non si può non citare pure il Barcellona. Nell’estate del 2017, spiazzata dal passaggio di Neymar al Paris Saint Germain, i blaugrana investono una marea di soldi per prelevare Ousmane Dembélé dal Borussia Dortmund.

L’ala francese è giovane e in Bundesliga ha fatto vedere ottime cose, gioca sia a destra che a sinistra, è sostanzialmente ambidestro ed è velocissimo. Forse non è un fenomeno ma ha sicuramente qualità tecniche ben al di sopra della media. Così i tifosi catalani vanno al Camp Nou per vederlo palleggiare per la prima volta.

Ousmane comincia bene, ne fa parecchi più di quanti siano riusciti a completarne Theo e Danilo a Madrid, mostra qualche trick col petto e un giro del mondo col piede sinistro. Poi però la palla gli rimbalza male sul collo destro, lui goffamente allunga comunque la gamba sinistra mancando il pallone di qualche centimetro e tirando fuori un movimento che sembra più un passo di can can. Allora prova a rimediare con una bicicletta, ma la palla alzata dal tacco gli sbatte sulle natiche e cade a terra. Nemmeno a quel punto si arrende, imperterrito riprende a palleggiare e dopo una decina di tocchi cicca ancora la palla col destro. Ok, è venuta l’ora di fermarsi.

 

Robinho (Manchester City)

(Photo by Ryan Pierse/Getty Images)

Lo sceicco Mansour ha appena acquistato il Manchester City e ha deciso di investire da subito per provare a vincere la Premier. Così non ha badato a spese per aggiudicarsi sul mercato l’asta scatenatasi intorno a Robinho, in uscita dal Real Madrid dopo la sua migliore stagione in Spagna. Ha speso 32,5 milioni di sterline e si aspetta grandi cose. Peccato che l’inizio non sia dei migliori.

Robinho si presenta in sala stampa e dichiara: “Il Chelsea ha fatto un’offerta importante e io l’ho accettata”. Il Chelsea? Ma come? Sì, il Chelsea aveva persino messo in vendita la maglia col suo nome prima ancora della conclusione della trattativa. Poi il Real ha fatto saltare tutto ed è arrivato il Manchester City. E qualcuno, in tutto questo trambusto, deve essersi dimenticato di notificare a Robinho il cambio di destinazione.

 

Emmanuel Adebayor (Crystal Palace)

(Photo by Clive Rose/Getty Images)

Peggio, decisamente peggio di Robinho, è riuscito a fare Emmanuel Adebayor. A 32 anni, ormai avviato sul viale del tramonto di una carriera forse mai del tutto coerente con le aspettative e il suo potenziale, l’attaccante togolese firma per il Crystal Palace. Un altro giro di giostra, di almeno sei mesi, in Premier, poi si vedrà.

Emmanuel si presenta ai giornalisti e ai tifosi in sala stampa. E alle domande che gli fanno sul suo nuovo club risponde con una sorprendente onestà intellettuale. Forse pure un po’ troppa. “Non conosco molte cose della squadra. Per questo motivo farò certamente delle ricerche su Google, così da saperne di più”, dice candidamente, come se nulla fosse. E sì che in Inghilterra ci ha vissuto per 10 anni, e che peraltro ha passato gli ultimi 4 mesi disoccupato, senza una squadra e con un sacco di tempo libero per documentarsi su Google.

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