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Le risse più assurde fra compagni di squadra

By 2 Febbraio 2020

Quella al Bayern Monaco fra Goretzka e Boateng è solo ultimo capitolo del libro infinito delle liti tra compagni di squadra

Per motivi che soltanto gli addetti ai lavori, siano essi giocatori o allenatori, sanno spiegare fino in fondo, non è infrequente scoprire che una rissa tra compagni di squadra venga interpretata come il segnale di uno spogliatoio vivo, carico di motivazioni. Picchiarsi, insomma, diventa quasi un indice di salute del gruppo: c’è sangue caldo nelle vene di due giocatori dello stesso club che si scontrano fino a venire alle mani, e forse è meglio sfogare la tensione in mezzo al fuoco amico che contro gli avversari.

L’esempio riportato con maggiore assiduità, in casi del genere, è quello della mitica Lazio scudettata di Tommaso Maestrelli, teoricamente lacerata da uno spogliatoio letteralmente diviso in due – i clan erano così forti e radicati da cambiarsi in ambienti diversi nel campo di allenamento di Tor di Quinto – e in realtà insospettabilmente cementata in campo, quando le ostilità interne si appianavano per andare a caccia dell’obiettivo comune.

Se dobbiamo partire da questo assunto, il Bayern Monaco è destinato a grandi cose nella seconda parte di stagione, alla luce della maxi rissa esplosa tra Goretzka e Boateng, ultimo capitolo del libro infinito delle liti tra compagni di squadra. Ne abbiamo raccolte alcune, certamente famose, ma che non sempre finiscono nelle classifiche delle risse storiche: non ci sarà quindi il solito racconto trito e ritrito di Ibrahimovic contro Onyewu, o del duello tra Balotelli e Micah Richards. Non sono forse le più memorabili, anche perché c’è ben poco di memorabile in una rissa, ma ci aiutano a capire quanto sia difficile, a volte, vivere in un gruppo stritolato dalla pressione.

 

Roberto Mancini vs Fernando Couto, febbraio 1999

LaPresse.

Partiamo da una storia che aiuta a coltivare il mito delle grandi squadre alle prese con grandi risse: nel febbraio 1999 la Lazio è più sana che mai, lotta per il tricolore in campionato (lo perderà in volata contro il Milan) ed è ancora in corsa in Coppa delle Coppe. L’allenatore è una persona mite, pacata, imperturbabile: Sven Goran Eriksson. È un giorno qualunque in una seduta di allenamento qualunque, conclusa con la solita partitella che dovrebbe portare tutti in doccia felici e contenti.

Per Fernando Couto, però, il concetto di amichevole non esiste. Figuriamoci quello di solidarietà tra compagni di squadra o connazionali. Sergio Conceiçao scarica il pallone, con la sfera già lontana il difensore portoghese cerca di abbattere l’altro lusitano con la gamba alta da dietro, anche se senza colpirlo. L’ala si arrabbia, dice qualcosa, i due si spintonano. Interviene quindi Roberto Mancini, il “capitano senza fascia” di quella Lazio, l’emanazione di Eriksson in campo. Affronta Couto a brutto muso, con l’indice alto. Fernandone non si preoccupa più di tanto: prima una spinta, poi la mano sul collo.

Eriksson assiste alla scena da lontano, come quei genitori ormai rassegnati alle bizze del figlio un po’ troppo vivace. I compagni di squadra dividono i due contendenti, Mancini sbraita: «Sono sei mesi che questo fa così». Fernando Couto ha una crisi di pianto, si scusa con tutti, lascia Formello in lacrime: «Sono nervoso, non so cosa mi stia succedendo». Il problema, per la Lazio, è che i giornalisti presenti alla seduta di allenamento hanno visto tutto, e la notizia si fa valanga nel giro di pochi minuti.

Eriksson minimizza, a chilometri di distanza viene interpellato Giorgio Chinaglia, che del gruppo di Maestrelli era il leader tecnico ed emotivo. Giorgione se la ride: «Allora è proprio l’anno buono. Rispetto a quello che accadeva a Tor di Quinto sono sciocchezze, Maestrelli si copriva gli occhi per non vedere le conseguenze. Non ci prestavamo neppure lo shampoo». Nel giro di un anno e mezzo, la Lazio vincerà Coppa delle Coppe, Supercoppa Europea, Coppa Italia, scudetto e Supercoppa Italiana.

 

Pablo Osvaldo vs Erik Lamela, novembre 2011

Photo by Paolo Bruno/Getty Images)

Sarà che a Roma basta uno spiffero per far sì che tutti sappiano tutto, ma nella Città eterna neanche quello che accade negli spogliatoi riesce a rimanere nascosto. Dobbiamo in realtà spostarci a Udine, nella pancia del Friuli, per andare a esplorare il mistero senza fine della prima Roma americana, affidata a Luis Enrique. Un allenatore che voleva rendere il club giallorosso un modello comportamentale prima che di gioco, e che ha fallito nella sua missione di educatore per colpa dell’ormai famigerato “ambiente romano”, entità mitologica che divora calciatori e allenatori come fossero caramelle.

La Roma perde 2-0 a Udine, segnano Totò Di Natale e Mauricio Isla. È una sconfitta che ci sta, contro una squadra granitica, che in quegli anni lotta stabilmente per un posto in Champions League. In campo si è vista qualche ruggine tra Pablo Osvaldo, focoso centravanti romanista, ed Erik Lamela, talentino arrivato dall’Argentina con grandi ambizioni. Nulla di grave, se non fosse per il seguito.

L’ex attaccante della Fiorentina, tutt’altro che “leader by example”, si sente in diritto di rimproverare il connazionale: «Sono più grande di te, e qui non siamo al River Plate. Quando ti parlo mi devi rispondere». Lamela mostra un coraggio inaspettato: «Ma chiudi la bocca e falla finita, non sei mica Maradona». “El Coco” condisce il tutto scagliando via una bottiglietta. Osvaldo gradisce il giusto, si scaglia contro Lamela e inizia a prenderlo a pugni. La Roma decide di non seppellire l’accaduto ma di renderlo pubblico, multando Osvaldo, escludendolo dalla sfida successiva contro la Fiorentina e mettendolo nei guai con Cesare Prandelli, commissario tecnico della Nazionale, all’epoca dei fatti particolarmente legato al codice etico imposto nel club azzurro.

«C’è stata una grande mancanza di rispetto di Osvaldo verso un compagno e, su richiesta dell’allenatore, il giocatore verrà sanzionato», è la chiosa di Baldini, portavoce della volontà di Luis Enrique. La stagione finirà male, con la squadra settima, fuori dalle coppe, e l’asturiano costretto a rassegnare le dimissioni per preservare la propria salute mentale: le immagini della conferenza stampa di addio di Luis Enrique mostrano un uomo stravolto da mesi di pressioni. Lascerà una frase ai posteri: «Questo è un bel posto, ma è un posto che ha bisogno di aiuto. Spero che il prossimo allenatore non debba soffrire quello che ho sofferto io».

 

Lee Bowyer vs Kieron Dyer, aprile 2005

Risse fra compagni

 (Photo by Laurence Griffiths/Getty Images)

È uno spogliatoio bello carico, quello del Newcastle 2004-05. Una stagione nata sotto grandi auspici, al sesto anno di permanenza in panchina di Bobby Robson e con il grande colpo da affiancare ad Alan Shearer: Patrick Kluivert, prelevato dal Barcellona. Ad aprile, però, di tutto questo non è rimasto nulla: la squadra è decima, in panchina c’è Graeme Souness, i gol di Kluivert si contano sulle dita di una mano.

Il Newcastle sta perdendo anche contro l’Aston Villa, portato in vantaggio in avvio di gara da un gol di Juan Pablo Angel, centravanti di culto del club “claret and blue”. I MagPies restano in dieci per il tentativo di Steven Taylor, peraltro ben riuscito, di sostituirsi a Given per negare il raddoppio a Vassell. Una parata splendida, se non fosse che Taylor è un difensore, che cerca di rotolarsi a terra tenendosi l’addome nella vana missione di ingannare l’arbitro. Rosso e rigore, Barry raddoppia, poi un altro penalty e ancora una trasformazione del buon vecchio Gareth.

A 10’ dalla fine, a centrocampo succede qualcosa. Lee Bowyer si lamenta con il compagno di squadra e di reparto, Kieron Dyer, di non avergli passato il pallone. La risposta è lapidaria: «Non ti passo il pallone perché, fondamentalmente, fai schifo». Tutte le vene e le arterie di Bowyer si tappano nello stesso momento. Mentre la palla è da tutt’altra parte, i due iniziano a picchiarsi in campo. È una scena surreale, Barry porta via Bowyer che ha la maglia totalmente strappata sul petto, poi è Shearer a rimproverare e tranquillizzare l’ex Leeds.

I due vengono espulsi, ciliegina sulla torta di una sconfitta già abbastanza netta. Souness cercherà di riportare la calma convocando una conferenza stampa con entrambi, a buoi ampiamente scappati dalla stalla. A distanza di anni, Bowyer ricorda ancora con un po’ di imbarazzo l’episodio: «Si è trattato di un momento di pazzia, cose che capitano ai vincenti. Quando giochi a calcio, devi essere così: scendere in campo e voler vincere, sempre. Talvolta si eccede, ed è quello che accadde quel giorno. Se fossimo stati in vantaggio noi per 3-0, non sarebbe successo. Kieron è un bravo ragazzo, ci incontriamo ancora, beviamo una birra insieme e ridiamo per quello che abbiamo combinato».

 

Craig Bellamy vs John Arne Riise, febbraio 2007

Risse fra compagni

 (Photo by Stu Forster/Getty Images)

Barringtons Golf and Spa Hotel, Vale do Lobo, Algarve. Sembrerebbe un bel posto. Il Liverpool di Rafa Benitez sta ricaricando le pile in vista dell’ottavo di finale di Champions League contro il Barcellona, non proprio una sfida semplice. Il tecnico ha optato per un training camp di cinque giorni in Portogallo per rigenerare i suoi: stare insieme può cementare un gruppo che sogna grandi imprese.

Si passa una serata al Monty’s Restaurant and Bar, c’è anche il karaoke. Craig Bellamy vede la spiaggia in sottofondo, la birra ormai finita, prende il microfono. Vuole cantare, l’attaccante gallese del Liverpool. Inizia a intonare qualcosa, poi vede uno dei suoi compagni di squadra e urla: «Riise is gonna sing!». Il buon John Arne, roccioso terzino norvegese, di cantare non ha voglia. La cosa va avanti per più di qualche minuto: Bellamy insiste, molesto come solo un ubriaco sa essere, e Riise declina. Prima gentilmente, poi nettamente, infine in maniera più dura: «Shut the fuck up or I’m gonna smash you», e pensiamo non serva traduzione.

Riise torna in camera, pensa che sia tutto finito, si accomoda a letto. Gli appare il fantasma di Bellamy da lì a qualche istante. Il gallese è sbronzo marcio, agita una mazza da golf. «Bastardo, nessuno mi ha mai mancato così di rispetto davanti ai ragazzi», e inizia a mirare le gambe di un terrorizzato Riise. I primi colpi vanno a vuoto, poi va a segno sul fianco. Il norvegese si difende con i cuscini mentre Bellamy è un ninja con la mazza da golf al posto dei nunchaku.

Riise prova a ferire il compagno sull’orgoglio, invitandolo a un duello a mani nude. Bellamy scende a più miti consigli e rimanda l’agone al giorno successivo, dando appuntamento al compagno di squadra. Il club evita il secondo round e rifila 90.000 euro di multa a Bellamy, che scende comunque in campo da titolare al Camp Nou. Il Liverpool vince 2-1 in terra catalana, piegando il Barcellona con le reti, ovviamente, di Bellamy e Riise. Craig, sbruffone come non mai, insacca il momentaneo 1-1 sfruttando una papera di Victor Valdes, corre a favore di fotografi ed esulta mimando un colpo da perfetto golfista.

 

John Hartson vs Eyal Berkovic, gennaio 1999

Risse fra compagni

 (Photo by Stu Forster/Getty Images)

Torniamo nel rovente inizio del 1999, lo stesso del duello Mancini-Couto, per chiudere la nostra amorevole carrellata. Sul terreno di gioco, Eyal Berkovic e John Hartson sono una bella coppia, con il primo al servizio del secondo, un centravanti grezzo ma efficace, che fa della fisicità il suo punto di forza. Durante un allenamento agli ordini di Harry Redknapp, manager del West Ham, i due si ritrovano contro.

Un’entrata eccessiva, Berkovic rimane a terra, Hartson lo tira su con la grazia di un traslocatore. L’israeliano non apprezza e lo fa capire al compagno, rifilandogli un cazzotto sulla coscia più di stizza che di rabbia furiosa. Per il centravanti, gallese come Hartson, non c’è problema: sinistro – piede, non pugno – sui denti, un colpo da ko. Nel video, si può ammirare Berkovic che crolla a terra come il celebre “uomo colpito da una pallonata all’inguine” dei Simpson. Redknapp multa immediatamente Hartson, togliendogli due settimane di stipendio, ma è chiaro che uno dei due ormai è di troppo: non il povero Berkovic, bensì l’attaccante, ceduto in fretta e furia al Wimbledon, prima di prendere tre giornate di squalifica e una multa aggiuntiva di 20.000 sterline da parte della Football Association.

Lapidario il commento di Berkovic: «Se al posto della mia testa ci fosse stato un pallone, sarebbe finito dritto sotto l’incrocio dei pali». Per Hartson, quell’incidente resta il più grande rimpianto di una vita sull’ottovolante, in cui ha dovuto combattere il demone del gioco d’azzardo e un cancro ai testicoli: «Avevo vent’anni, ero impetuoso e turbolento, probabilmente anche un po’ arrabbiato. Ero stato ceduto dall’Arsenal poco prima che vincesse il double. Berkovic era un bravo ragazzo, non so ancora spiegarmi perché reagii in quel modo. Mi ritrovai sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo, i giornalisti bussavano alla porta dei miei genitori in Galles. Fu molto imbarazzante per la mia famiglia e la cosa ancora mi turba».

Marco Gaetani

About Marco Gaetani

Romano, classe '87. Per Repubblica.it si occupa prevalentemente di calcio, basket e ciclismo, per Ultimo Uomo rovista nella storia dello sport. Nelle rare notti insonni, guarda vecchi servizi della Domenica Sportiva.

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