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Le tre vite di William “Fatty” Foulke

By 10 Giugno 2019
William Fatty Foulke

Rissoso e imprevedibile, il portiere è diventato leggendario grazie al suo peso che si avvicinava ai 150 chili. A lui, e soprattutto alla sua pigrizia, si deve l’invenzione dei raccattapalle (ma anche del clean sheet)

Quando Bonnie va a riprendere con la famiglia il figlio autistico in galera, la gente si ferma a guardarla perché è obesa, per camminare ha bisogno del bastone e del sostegno di una persona: si sentono risatine, si vedono sguardi disgustati, un uomo la fotografa addirittura; è una delle scene di “Buon compleanno Mr Grape” e l’attrice è Darlene Cates che prima di morire nel 2017 arriverà a pesare duecentocinquanta chili. Quei pochi metri di marciapiede sono la sua via crucis, la sua crudele passione, è un patimento che molti anni prima, nel 1922, racconterà con ironia in un ormai dimenticato romanzo lo scrittore Henri Beraud: “Il martirio dell’obeso”. Un grasso narratore anonimo racconta  della sua grottesca fuga in compagnia di una donna di cui si era invaghito, quando nella scena finale lei finalmente vorrà darsi a lui il poveraccio, che fino a quel momento si era compiaciuto di appartenere alla confraternita dei cento chili (“Vous me demandez si je fais partie des Cent kilos ? Oui, messieurs, et je m’en flatte. C’est une assemblée d’hommes sages, la dernière sans doute où l’on se réunit pour la joie de s’entre-regarder. Voilà un plaisir que les maigres ne connaissent pas ; ils vivent dans l’aigreur et dans la crainte.”), prova vergogna della propria nudità, del proprio corpo e va via.

Se guardate alcune foto di William “Fatty” Foulke tra i pali, con la sua grossa mole e i lunghi mutandoni fantozziani, vi chiederete come potesse parare un portiere di 150 chili per 1.93 di altezza. In campo era spericolato, rissoso, coraggioso, gli insulti del pubblico (“Who ate all the pies? You fat bastard! You fat bastard! You ate all the pies!”, “Chi si è mangiato tutte le torte? Tu grasso bastardo, ti sei mangiato tutte le torte”) pietre che lo lapidavano senza fargli male; lui, soprattutto nello Sheffield United, dove rimase dal 1894 al 1905, diventò una leggenda non tanto perché vinse due FA Cup e una First Division ma per il carattere irascibile e imprevedibile.

Era considerato una sorta di hooligan in campo, quando le regole non prevedevano espulsioni e ammonizioni: andava via dal terreno di gioco se la sua squadra subiva troppo gli avversari, litigava con tutti, beveva tantissimo oltre che mangiare in maniera smodata; nel 1902 l’arbitro Tom Kirkham concesse un gol dubbio al Southampton permettendogli di pareggiare in una finale di Coppa, Foulke, infuriato, uscì dalla doccia e nudo, senza alcun pudore come era invece successo al protagonista del romanzo di Beraud, provò ad aggredire lo sventurato che pare si sia nascosto in un armadio per scope mentre cinque persone riuscirono a fatica a fermare il portiere.

La finale, giocata la settimana successiva, si ripeté e lo Sheffield vinse, con lui a porta come se nulla fosse successo. Il viso corrucciato e indisponente di Foulke ricorda quello del bullo prepotente (l’attore Charles Reisner) che si batte con Charlot per strada spaccando un muretto, piegando un lampione e tramortendo un poliziotto nel film “Il monello”. Per il suo temperamento Foulke giocherà una sola partita in nazionale, nel 1897, contro il Galles. Il portiere, nato nel 1874 a Dawley, era uno che si lanciava senza timore sull’avversario quando non esisteva la carica e dunque gli attaccanti cercavano l’impatto anche violento se necessario, nonostante fosse grasso (ma aveva cominciato la carriera pesando 81 kg) era agile tra i pali e potente nelle uscite. Foulke parava molti rigori sfruttando la sua grossa mole, perché in quegli anni al portiere era concesso avanzare di almeno di cinque metri verso il dischetto – dopo due rigori parati nella stessa partita si decise che i portieri non potessero muoversi dalla linea di porta.

Foulke è anche l’inventore dei raccattapalle, infatti nel 1905, quando passò al Chelsea, forse per pigrizia, forse per la mole sempre più pesante, portò con sé due giovani che, fermi nei pressi dei pali, andavano a recuperare i palloni per lui. I raccattapalle, dunque, non sono nati per recuperare tempo ma per obesità. Foulke, da ragazzo, aveva lavorato come minatore nella Blackwell Colliery e giocava nella squadra aziendale, gli piaceva il cricket, lo aveva praticato poi era passato al football dove a un certo punto della sua carriera guadagnava tre sterline a settimana, cinquanta scellini per la vittoria esterna e cinque per pareggio o vittoria interna; ma lui i soldi li spendeva per mangiare e per bere – il 1916, anno della sua morte, non era così lontano, la sepoltura nel cimitero di Burngreave, Sheffield, non avrebbe accolto un caduto di guerra ma un caduto da bar, distrutto dall’alcool e dall’obesità, il fegato distrutto dalla cirrosi, secondo il principio di Beraud “Un uomo è giudicato nel suo modo di sfidare la morte”.

Foulke rilanciava con forza la palla, cosa rara in quel periodo perché era grezza, brutta, pesantissima – in un filmato del 1902 della società Mitchell e Kenyon (la prima a comprendere l’importanza dello sport, il sabato pomeriggio, per i lavoratori) si vede il portiere calciare con facilità verso il centrocampo, a far diventare leggero era dunque l’uomo più pesante in campo. Nel Chelsea Foulke rimase un solo anno, era troppo rissoso, beveva in maniera continua, passò allora al Bradford City dove, nel febbraio del 1907, dovendo giocare contro l’Accrington Stanley, avendo colori simili alla squadra avversaria, Foulke fu costretto a indossare un lenzuolo bianco (Clean sheet) – e da quel giorno, non avendo subito alcun gol, l’espressione in Inghilterra sta ancora a significare porta inviolata.

Ha segnato anche vari gol, nel febbraio del 1899, contro una delegazione sudafricana, vista la scarsa consistenza degli avversari si spinse in avanti riuscendo a segnare due gol: 6 a 2 per lo Sheffield. Ma Foulke beveva birra e beveva whisky, ingrassava come Ollio, diventava tragico come Roscoe Fat Arbuckle, star del cinema muto, e decise di morire secondo la strafottenza di John Belushi.  Willam Foulke, senza saperlo, ha avuto tre vite o quasi: la prima quando è nato con il cognome Foulk, per un errore all’anagrafe, la seconda il tempo che ha vissuto e la terza, infine, quando, dopo il decesso, venne registrato come Foulkes. Tre vite o quasi, come fosse una perché è stata una o forse un poco di più.

Davide Morganti

About Davide Morganti

Davide Morganti, professione insegnante, ha scritto romanzi per Avagliano, Fandango, Neri Pozza.

One Comment

  • Giancarlo Marinangeli ha detto:

    Che personaggio! Bello il racconto; mi chiedo come mai un tipo così, in Inghilterra, non avesse scelto il rugby. Forse perché lì bisognava correre e piegarsi…

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