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Le truffe più clamorose della storia del calcio

By 4 Giugno 2020

Club che si sono spacciati per altri club o addirittura per nazionali, ragazzi che si sono inventati una carriera inesistente, profili fake che hanno ingannato i giornalisti, bidoni di mercato e procuratori che hanno finto di essere grandi calciatori pronti a suggerire futuri talenti. Ecco le truffe più clamorose del mondo del calcio

 

Nella musica esiste The great rock’n roll swindle, il film-documentario sulla grande truffa del rock’n roll perpetrata dal gruppo punk dei Sex Pistols, abilmente manipolato dietro le quinte dal manager Malcolm McLaren. Non sapevano suonare granché bene, anzi, il loro secondo bassista Sid Vicious era proprio negato per lo strumento, tanto che spesso durante i concerti i suoi amplificatori erano staccati e dietro le quinte c’era un roadie che suonava in sua vece. Il gruppo sopperiva a queste carenze di base con una carica energetica senza eguali, unita a robusta dose di provocazioni, altamente efficaci nella puritana Inghilterra del ’76, e a un frontman di grandissimo impatto come John Lydon, il cui ghigno simboleggiava un perenne dito medio alzato contro la plumbea e greve cultura dominante dell’epoca.

Tutto questo è stato sufficiente ai Sex Pistols per entrare nella storia del rock, nonostante un solo album ufficiale pubblicato in carriera. Nel calcio non esiste un The great football swindle, una grande truffa. Ne esistono tante, di varia tipologia e natura. Alcune scherzose, altre goliardiche e/o provocatorie, altre ancora criminali. In questa sede tralasciamo volutamente le ultime, a causa delle complessità e della vastità della materia: dal doping, sportivo e amministrativo, alle partite truccate, dai passaporti contraffatti alle griglie arbitrali pilotate. Il campionario presentato di seguito si focalizza sull’aspetto ludico, ingenuo e artigianale della truffa, su un tipo di tarocco destinato a suscitare ilarità piuttosto che indignazione. Era un falso, ma tutto sommato ci siamo divertiti. Proprio come quando ascoltavamo i Sex Pistols.

Nel 1959 un fabbricante di sigarette di Eindhoven omaggiò la città di Amsterdam con una scultura raffigurante un ragazzino di strada quale simbolo di quella gioventù olandese, povera ma di buon cuore, alle prese con la difficile ricostruzione del paese dopo la Seconda Guerra Mondiale. Nessuno avrebbe potuto immaginare che poco meno di dieci anni dopo quella statua, sita in piazza Spui e soprannominata Het Lieverdje (Piccolo Monello), sarebbe diventata il simbolo della controcultura olandese che trovò la sua massima espressione nel movimento hippy anarco-ecologista dei Provo (dal francese provocateur), i cui incontri venivano organizzati proprio sotto l’Het Lieverdje.

Quando nel 1972 il neonato club Fc Amsterdam, società costituita dalla fusione di alcune squadre storiche (Dws, Baluw-Wit e, in seguito, anche De Volewijckers) della capitale, decise di adottare la sopraccitata scultura quale simbolo societario, non lo fece per caso; se l’Ajax di Johan Cruijff era il riflesso in campo calcistico della rivoluzione socio-culturale che stava mutando la società olandese, l’Fc Amsterdam ne rappresentava l’ala rivoluzionaria e ribelle, l’alternativa dell’alternativa, la controcultura all’ennesima potenza. Un radicalismo però mai violento, bensì guascone, bizzarro e chiassoso, ben rappresentato dalla figura di Jan Jongbloed, tabaccaio part-time, comunista, amante della birra, delle sigarette e del gentil sesso, portiere che parava a mani nude perché i guanti, a suo dire, non gli permettevano di bloccare bene la palla e che finì per disputare, quasi per caso, due finali mondiali. L’amministrazione comunale della città, che già sopportava a malapena i capelloni dell’Ajax, rifiutava qualsiasi contatto con i ragazzi del Fc; del resto, loro avevano scelto come madrina della squadra Phil Bloom, la fotomodella che sul finire degli anni Sessanta era apparsa per due volte nuda davanti alle telecamere dell’emittente VPRO causando uno scandalo nazionale seguito da un’interrogazione in Parlamento.

Nel 1979 questa banda di anarcoidi si rese protagonista di una truffa ai danni di una televisione giapponese. Nell’agosto di quell’anno l’emittente Tokyo Channel Tv aveva organizzato un torneo amichevole per festeggiare i propri quindici anni di vita e, tra le nazionali invitate a partecipare c’erano anche i vice-campioni del mondo in carica, ovvero l’Olanda. La Federcalcio oranje (KNVB) aveva accettato la proposta senza nemmeno interpellare giocatori e club, ottenendo in cambio un rifiuto pressoché unanime nel partire per il Sol Levante per affrontare un massacrante tour a poche settimane dall’inizio della nuova stagione calcistica.

La KNVB si trovava con le spalle al muro: da un lato comprendeva le lamentele delle società, dall’altro non poteva nemmeno perdere la faccia con i giapponesi. Toccò al presidente del Fc Amsterdam Dé Stoop risolvere l’impasse; datemi le maglie oranje, disse, e in Giappone ci porto i miei. La federcalcio nipponica assicurò la massima riservatezza. Accadde così che per la festa di Tokyo Channel scese in campo una squadra di Eerste Divisie (la serie cadetta olandese, divisione nella quale il Fc Amsterdam era retrocesso la stagione precedente), e nessuno si accorse di niente. La ciliegina sulla torta fu rappresentata dall’ex portiere dell’Ajax Heinz Stuy, che si aggregò all’allegra comitiva pur privo di un qualsivoglia contratto con la società Fc Amsterdam. In Giappone si presentò come l’indiscusso numero uno dei tulipani, salvo poi non scendere in campo nemmeno un minuto a causa di un infortunio “rimediato in allenamento”.

Jan Jongbloed difende i pali dell’Olanda nel Mondiale del 1978 (Photo by Keystone/Getty Images).

Assume invece contorni più nebulosi l’incontro di campionato brasiliano tra Ponte Preta e Comercial, terminato 2-0 per i primi, che nell’estate del 1980 convinse l’allora allenatore in seconda della Pistoiese Giuseppe Malavasi ad acquistare l’attaccante Luis Silvio Danuello, autore quel giorno di una doppietta. Qualcuno afferma che quell’incontro fu truccato dal Ponte Preta per offrire all’osservatore italiano un’immagine di Luis Silvio che invece non corrispondeva alla realtà, in modo tale da favorire la sua cessione alla Pistoiese. Il giocatore venne spacciato a Malavasi per una prima punta, e quello fu il ruolo nel quale venne schierato contro il Comercial; Luis Silvio era però cresciuto nel Marilia, piccolo club dell’area di Sao Paolo, giocando come ala

Quando si parla di Luis Silvio però la realtà si mescola con il mito, dal momento che la breve permanenza in Italia fu talmente disastrosa da farlo diventare uno degli emblemi dei “bidoni” importati in Serie A dal momento della riapertura delle frontiere nella stagione 1980-81. Ed è cosa nota che sui miti, seppure alla rovescia, le leggende metropolitane fioriscono copiose. Su Luis Silvio si è detto di tutto: c’è chi sosteneva che non fosse un calciatore, chi giurava di averlo visto vendere gelati allo stadio di Pistoia, chi ancora raccontava che dopo l’esperienza italiana era diventato un attore porno. Un tourbillon incontrollato di voci alle quali lo stesso ex giocatore ha tentato di mettere fine nel 2007 con un’intervista alla Gazzetta dello Sport. “Sono stufo delle bobagens (sciocchezze, ndr) che voi italiani scrivete su di me. Il mio secondogenito, Lucas, 14 anni, è un drago dei computer e ogni volta che su Google digita Luis Silvio Danuello è sommerso dalle bugie sul conto di suo padre. La balla più grossa è quella dei gelati allo stadio di Pistoia: lasciai l’Italia nel 1981 e non sono più tornato. Ho investito i guadagni del calcio nella Maripeças, rivendita di ricambi per macchine industriali. Quel che mi offende, invenzioni a parte, è che si parli di me come se fossi stato scarso. Nel ’79 venni eletto calciatore rivelazione del Brasile. Ho giocato in club di primo livello: Palmeiras, Ponte Preta, Botafogo di Riberao Preto. L’equivoco sul mio ruolo nacque all’aeroporto di Roma, quando incontrai i dirigenti della Pistoiese e un signore mi chiese: “Sei una punta?”. Risposi di sì, perché avevo capito “ponta“, con la o, che in portoghese vuol dire ala. Io quello ero: un’ala destra, uma ponta direita. Firmai e mi ritrovai centravanti, fuori ruolo. Un disastro. Da me si aspettavano tanti gol, ma ero uno specialista del cross e al massimo potevo fare la seconda punta, con la “u”, come dite voi”. E la famosa partita Ponte Preta-Comercial? “Il Ponte Preta non truccò una partita per convincere l’osservatore della Pistoiese. Non ne aveva bisogno, nel 1980 in Brasile io avevo mercato”. Chissà allora perché, proprio in quell’occasione, venne schierato fuori ruolo.

Quella del Fc Amsterdam e di Luis Silvio sono truffe vintage che non potrebbero accadere nell’era di internet. Nel 2010 una partita tra Togo e Bahrein avrebbe potuto far supporre il contrario. Nel settembre di quell’anno infatti la compagine africana fu sconfitta da quella mediorientale per 3-0 in un incontro amichevole. Durante il match, al ct del Bahrein Josef Hickersberger cominciò a sorgere qualche dubbio. Non si aspettava infatti un avversario così modesto sotto il profilo tecnico, ma anche in difficoltà dal punto di vista fisico. In realtà quella scesa in campo non era la vera nazionale del Togo, bensì una squadra di comparse allestita dall’allenatore Tchanile Bana, che si era occupato anche degli aspetti organizzativi dell’incontro inoltrando alla Federcalcio del Bahrein i canonici moduli, debitamente firmati su carta intestata della Federcalcio togolese, per l’organizzazione dell’amichevole.

Un tarocco reso possibile dal caos strutturale in cui si trovava il calcio in Togo, dove una speciale commissione ad interim faceva le veci della Federcalcio, i cui organi erano stati sciolti dalla Fifa sul finire del 2009 a causa di forti ingerenze politiche. Il presidente di tale comitato, il generale Seyi Memene, si era affrettato a dichiarare che tutti i giocatori presenti nella trasferta in Bahrein erano finti. “Non abbiamo inviato nessuno nel Golfo Persico”, disse, “perché nessuno era stato informato di nulla”. Una versione confermata da Bana, nel frattempo squalificato per tre anni. “Ho fatto tutto da solo”, ha ripetuto fino allo sfinimento l’ex tecnico. Molti però non gli hanno creduto; in primis il giornalista Jean-David Reinhardt, responsabile del sito Togo Football News, che ha parlato di corruzione all’interno del comitato e di compensi per ogni singolo finto-nazionale attorno ai 1.500-2.000 euro. Il Bahrein non è comunque fortunato nella scelta degli avversari. Nel 2006, in preparazione per una partita di qualificazione al Mondiale tedesco, disputò una partita contro la nazionale di Panama, salvo poi scoprire in un secondo momento che gli avversari non erano altro che una selezione di giocatori di secondo piano dello stato centroamericano.

Josef Hickersberger (Photo by Jamie McDonald/Getty Images).

Esistono poi le truffe dei singoli. In Italia è noto il caso Eriberto/Luciano. In Olanda invece ci fu chi, un po’ meno furbescamente, tentò di spacciarsi per una persona già esistente: Papa Ratzinger. Il genio in questione si chiama Joseph Laumann, che nel 2008 si presentò ad un provino del Vitesse con il nome di Joseph Ratzinger. La decisione di utilizzare un nome fittizio venne presa per evitare problemi con il Rot-Weiss Erfurt, la società con la quale all’epoca era sotto contratto. Risultato: Laumann non superò il periodo di prova e l’Erfurt lo lasciò a piedi per inadempienza contrattuale.

In Inghilterra invece il senegalese Ali Dia ottenne un ingaggio con il Southampton inventandosi una parentela fittizia con George Weah. Accadde nell’estate del 1995, quando il tecnico dei Saints Graeme Souness ricevette una telefonata dal fuoriclasse liberiano nella quale gli veniva caldeggiato l’acquisto di questo suo cugino 30enne che aveva giocato nel Paris Saint-Germain nonché nella nazionale senegalese. Era tutto falso, telefonata compresa, che si scoprì essere stata fatta dal procuratore di Dia. Il buon Ali, ruolo attaccante, almeno nelle intenzioni, scese in campo per la prima e unica volta il 21 novembre 1996 in un match contro il Leeds.

Sostituì Le Tissier dopo una mezz’ora di gioco e rimase in campo 53 minuti, sufficienti per creargli la nomea – forse esagerata –  di peggior giocatore mai visto su un terreno di gioco della massima divisione inglese. Ma che fosse un giocatore poco adatto al livello professionistico fu confermato quando Dia venne messo alla porta nel giro di poche settimane dai dilettanti del Fc Gateshead, sparendo nel nulla. A proposito di George Weah, nel 2010 gli svizzeri del Wohlen ricevettero una telefonata nella quale l’ex Milan chiedeva disponibilità per un provino a suo figlio George jr. e, pensando fosse uno scherzo, gli appesero il telefono in faccia.

Epigono di Ali Dia, almeno come tipologia di truffatore, è stato l’italiano Alessandro Zarelli, che nel 2005 viaggiò per il Galles munito di finti fax della Federcalcio italiana e di un’autentica, colossale, faccia tosta, con la quale millantava un passato calcistico nei Rangers Glasgow e nello Sheffield Wednesday. Il suo scopo? Trovare un ingaggio. “Giovane e promettente centrocampista italiano alla ricerca di un’esperienza formativa nel calcio del Regno Unito nell’ambito di un progetto di scambio calcistico con la FIGC”. Il concetto era quello. La prima vittima fu il Bangor Football Club, che ci impiegò dieci giorni prima di verificare con lo Sheffield se davvero Zarelli, che nel frattempo aveva chiesto al club una paga di 200 sterline alla settimana, fosse stato un loro giocatore. Una volta scoperto, l’italiano lasciò il Regency Hotel di Bangor, nel quale alloggiava, senza pagare il conto.

Successivamente toccò al Connah’s Quay Nomads, mentre invece non abboccò il Total Network Solutions, contattato da Zarelli dopo aver disputato un preliminare di Champions contro il Liverpool. “Se è davvero così bravo come dice”, si chiese il direttore generale del TNS, “come mai non gioca in Italia?”. Storia simile quella dell’olandese Enzo Verhaegen, ex giovanili del Willem II (la sua unica esperienza “vera” nel calcio), che attraverso una truffa ben congegnata riesce a ingannare quattro club, ottenendo altrettanti contratti senza ovviamente mai scendere in campo. Verhaegen si presenta come giocatore appartenente alla scuderia della Stellar Group, agenzia che rappresenta grandi nomi del calcio, quale ad esempio Gareth Bale. Ma le mail, le telefonate e i documenti sono tutti falsi. Verhaegen arriva addirittura a inventare l’interesse di un club cinese per il suo cartellino al fine di ottenere un contratto migliore con i danesi del Viborg, il quarto club raggirato dopo i moldavi della Dinamo-Auto, i sudafricani del Cape Town City e i cileni dell’Audax Italiano. Viene arrestato con l’accusa di frode e il sospetto di aver aggredito e derubato diverse persone.

Nel 2009 il Times pubblica la classifica dei 50 talenti emergenti nel calcio mondiale. Tra questi c’è il moldavo Masal Bugduv, così descritto dalla rivista: “Nel mirino di tutti i grandi club europei, il 16enne centrocampista, futura stella del calcio moldavo, è vicinissimo all’Arsenal, permesso di lavoro permettendo”. Il sito Goal.com e il mensile When Saturday Comes avevano ripreso la segnalazione, seguiti a ruota da numerosi altri media, soprattutto europei. Masal Bugduv però non è mai esistito, se non nella fantasia di un gruppo di blogger anarchici, che crearono il suo profilo fake e lo diffusero sul web. Masal Bugduv è il tarocco per eccellenza. Malcolm McLaren, pace all’anima sua, sarebbe stato orgoglioso.

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