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Leandro o l’arte di correre in avanti

By 13 Gennaio 2020
Leandro

Nel ristorante di uno dei più grandi lateral direito della storia brasiliana, che vinse tutto con il Flamengo, disse no ai Mondiali ’86 e si ritirò presto. Perché «il calcio è solo un gioco e prima o poi bisogna smettere di giocare»

Se dovesse capitarvi di entrare alla “Pousada do Leandro”, affacciata sulla spiaggia in madreperla di Cabo Frio, potreste trovarvi di fronte a un’atmosfera degna di “Adrian’s”, il risto-pub di Rocky Balboa a Philadelphia, raccontato nel sesto episodio della celebre saga dello stallone italiano. Nella pellicola diretta da Sylvester Stallone, Rocky serve piatti fumanti, allietando i commensali con i racconti dei suoi celebri incontri con Apollo Creed, Clubber Lang, Ivan Drago e Tommy Gunn.

E se Balboa a un certo punto si ritrova al centro del ring per sfidare il giovane campione del mondo Mason Dixon, il proprietario della “Pousada” non ha certo voglia di rimettersi in discussione, di tornare indietro nel tempo, e neppure di indossare una casacca. Anche se la sua è di quelle celebri, di quelle che fanno parte della liturgia del pallone mondiale.

Il padrone di casa della “Pousada” è José Leandro Ferreira, sessant’anni, ex laterale destro del Flamengo (415 gare ufficiali), ma soprattutto il terzino del Brasile forse più forte di tutti i tempi, quello del mondiale di Spagna 82. Improbabile, come sempre, innescare paragoni, perché significherebbe scomodare epoche che difficilmente possono essere messe allo specchio tra loro, ma Leandro va annoverato tra i più importanti lateral direito assieme ad Augusto da Costa, Djalma Santos, Carlos Alberto, Cafu e Daniel Alves. Tutti, proprio come lui, personaggi che hanno fatto dell’unicità il loro indelebile stile di interpretare il pallone.

Leandro col Flamengo ha vinto tutto: 4 campionati Carioca, 3 scudetti e una Coppa Libertadores. Con la Selecao ha disputato 27 gare ufficiali, ma ha deciso di ritirarsi ad appena 31 anni, «perché del calcio ne avevo le scatole piene – racconta – il pallone mi ha consentito di mantenere un tenore di vita agiato e di poter investire denaro in altre attività. Il calcio però resta un gioco: bello, coinvolgente, divertente, ma sempre e solo un gioco. Prima o poi bisogna smettere di trastullarsi e iniziare a crescere».

Leandro non ha mai pensato di allenare o di diventare agente di calciatori. Ha staccato la spina e voltato pagina. Da ormai vent’anni si occupa di ristorazione, da diciotto ha aperto un ristorante dove ai clienti che lo riconoscono filma autografi e racconta qualche aneddoto della sua carriera. Come quello della clamorosa decisione di rinunciare ai mondiali del 1986 in Messico. Aveva 27 anni, era nel pieno della maturità fisica e sportiva, ma pochi giorni prima della partenza «avvisai il ct Tele Santana che sarei rimasto a Rio de Janeiro. C’erano giovani che meritavano una chance, io l’avevo già sfruttata quattro anni prima. Tra l’altro Santana aveva punito il mio amico fraterno Renato Portaluppi per indisciplina. Mi sono sempre sentito un po’ suo fratello e quindi ho abbandonato la Canarinha per solidarietà».

Leandro

Al suo posto il selezionatore verdeoro convocò e mandò in campo Josimar del Botafogo, che dimostrò di essere un ottimo sostituto. Quel Brasile uscì ai quarti di finale contro la Francia ai rigori in una delle gare più rocambolesche della storia della Coppa del Mondo. Josimar dal canto suo non ebbe tantissime altre occasioni per mostrare le indiscutibili abilità, soffocate dalla straripante crescita di Jorginho. Leandro invece giocò in un Flamengo stellare con Zico, Junior, Mozer e Andrade tra gli altri. «Anch’io ero una stella, ma sono dell’idea che non si possa brillare in eterno. Si rischia di diventare patetici. Meglio lasciare all’apice, come fece ad esempio Platini. Oggi il mio Flamengo è il ristorante che gestisco e se anche mia moglie cerca di intromettersi qui sono sempre o capitão».

Sul Brasile attuale, fatto fuori in malo modo ai mondiali russi dal Belgio, ma riscattatosi all’ultima edizione della Copa America, Leandro si sente ottimista: «È meno individualista di quello ammirato in tante edizioni passate». Preferisce non esprimersi su Neymar o Firmino, ma sul suo erede in corsia destra non ha esitazioni: «Dico a colpo sicuro Yan Couto, ha vinto di recente i mondiali under 17. Rimarrà ancora per poco tempo nel Coritiba. Lo vedrete presto in una regina d’Europa, e ai prossimi mondiali in Qatar».

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