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Leclerc, il ragazzo prodigio è diventato uomo

By 9 Settembre 2019

Nella vittoria di Monza Charles Leclerc ha dimostrato un sangue freddo che neanche due icone come Senna e Schumacher potevano vantare a quella età. Ora il monegasco non è più un ragazzo prodigio, ma un pilota che, senza dubbio, riuscirà a diventare campione del mondo

«Come mi vedo fra 5 anni? Alla Ferrari e campione del mondo». Qualche giorno fa Charles Leclerc, con un italiano perfetto e quella faccia pulita e un po’ paracula, ha fatto capire quali sono i suoi orizzonti. Una sola vittoria alle spalle, in Belgio, ma nessuno di noi ha pensato bluffasse o, peggio, fosse solo un ragazzino presuntuoso. Quegli occhi, con cui dominava la scena con garbo, mettendo in ombra anche il quattro volte campione del mondo Sebastian Vettel (il cui italiano è come il suo talento, singhiozzante e discontinuo), ci dicevano che sì, forse era stato persino pessimista.

Charles Leclerc è uno che ha un’età in cui pochi arrivano in F1 e nessuno, prima di lui, aveva vinto in Ferrari: compirà 22 anni il 16 ottobre, ma sembra un veterano. Schumacher e Senna, altri due giovanissimi campioni, non hanno saputo tenere il suo sangue freddo, a quell’età, e forse neanche dopo; Prost, probabilmente, ne ha sempre avuto troppo. Se proprio uno dovesse trovare un modello, sembra somigliare a Niki Lauda, ma solo in pista.

(Photo by Dan Istitene/Getty Images)

Il monegasco è uno che non si nasconde mai, non ha timori reverenziali ma ha la tendenza spiccata a percorrere la traiettoria più diretta ed efficace anche quando parla. Dopo le qualifiche di Monza, abbiamo capito che Vettel abdicava e lui ne era il successore dalle loro interviste. Mentre il tedesco piagnucolava per essere stato lasciato solo, Charles parlava di “un casino”, di come lui e la scuderia avessero in fondo fatto quello che era più giusto e opportuno e non accennava ad alcuna scusa, perché questo pilota con la faccia da attore di Truffaut ha già capito che devi prenderti quello che vuoi e puoi rispettando avversari e compagno di squadra, ma senza sottometterti.

Perché mentre Sebastian vinceva i quattro campionati del mondo più facili e squilibrati della Formula 1 moderna, Charles imparava a perdere, a soffrire, a combattere. Mentre la Red Bull dominava permettendo al pilota di Heppenheim di fare i suoi proverbiali errori senza rovinare le proprie stagioni, quel ragazzino mangiava polvere, tra squalifiche e problemi tecnici (un classico, nella sua carriera, non solo tra i kart). Lì ha imparato a non lamentarsi, ma a risolvere i problemi. Anche quelli che sembravano non avere alcuna soluzione.

«Ho imparato come vincere perdendo in Austria» ha detto dopo l’epica vittoria a Monza, dove la Ferrari non vinceva da troppo, da 9 anni. Sette parole pesanti come macigni. Siamo lontani dal ragazzino che in Bahrain si vede sfuggire una vittoria clamorosa e meritata per colpa della scuderia e non dice nulla, non si scompone né deprime, per poi parlare in toni autocritici, quasi feroci di uno suo sbaglio in Ungheria poche settimane dopo.

(Photo by Lars Baron/Getty Images)

Charles è uno di quelli che sa che tu puoi e devi lavorare su te stesso per migliorare, perché non hai potere su regolamenti, macchina e avversari. Puoi solo migliorare e sperare che basti. E capire come si gioca, senza mai tirare via la gamba. Lo capisce Toto Wolff che, come raramente gli accade, si innervosisce parlando di brutto precedente per la “spallata” alla staccata della Roggia data dal vincitore a Lewis Hamilton che, dopo avergli fatto i complimenti gli dice un elegante «ti aspetto fuori» affermando che »dovremo parlarci in privato, ora ho capito come correre contro di lui».

Leclerc non ha risposto, ma sentendo quelle dichiarazioni avrà sorriso sornione. Perché se lui ha solo chiuso un corridoio costringendo il campione inglese tra l’erba e il cordolo, tenendolo genialmente chiuso tra la sua anteriore sinistra e la sua posteriore sinistra, lui a Spielberg aveva subito un imbarazzante quanto scorretta sportellata dal solito Verstappen, perdendo un’altra vittoria meritata. E a neanche 22 anni, l’ultimo arrivato nel giorno della sua consacrazione, dopo aver ingoiato amaro, a braccia alzate lo dice a tutti: ho capito, qui è il far west e io allora sarò il nuovo sceriffo. Non si lamenta, non piange sul latte versato, non attacca. Si adegua. E Toto, di solito con un aplomb inattaccabile, si arrabbia e Lewis, di fatto, minaccia di rendergli pan per focaccia.

(Photo by Mark Thompson/Getty Images)

Ha vinto “solo” due gran premi Leclerc, ma già fa paura, e tanta, ai primi della classe. Perché chi è uomo di pista lo capisce subito, dalla prima curva, chi è il predestinato.

Ora, però, lo sappiamo tutti: in questo Monza 2019 non ha sbagliato nulla, ha costretto all’errore tutti gli altri – Hamilton che rovina le gomme dopo una rincorsa frustrata e perde anche il secondo posto, esausto, ne è l’emblema -, perché ha dominato dall’inizio alla fine con una macchina meno performante delle altre, perché non ha mai avuto più di 4 secondi di vantaggio e ha vissuto 53 giri al massimo, senza sbagliare mai e prendendo sempre decisioni al limite. Chissà se gli sono venuti in mente quei giri, nella sua Montecarlo (magari era sugli spalti, chissà), nel 1992, in cui Ayrton Senna rintuzzò Mansell non facendolo passare mai e vincendo di appena due decimi.

Di sicuro, al ragazzo divenuto uomo, è venuto in mente Jules Bianchi. Sì, perché il carattere di questo futuro campione del mondo (perché lo diventerà, e presto), scolpito nel marmo e nella dolcezza – non alza mai la voce, ma è capace di farsi rispettare più di altri – nasce dal dolore. Perché a 22 anni ha conosciuto la morte e forse proprio lei lo ha definito. Il figlio del leader della Fia e padre nobile della Ferrari Jean Todt, il competentissimo Nicolas, lo sa bene.

(Photo by Lars Baron/Getty Images)

Si stava per ritirare Charles pochi anni fa, dopo una buona stagione nei kart ma a causa degli ennesimi problemi di budget. Ma nella scuderia del procuratore sportivo Todt jr c’era un certo Jules Bianchi. Sì, un altro fenomeno dell’Academy, il primo. Jules ne aveva intuito il talento e insistette con il suo manager perché aiutasse quel ragazzo, solidarietà rara in uno sport così solitario e individualista. Jules, che gli unici due punti mondiali in carriera li ha ottenuti proprio nella Monaco di Charles.

«Io credo – ha detto Nicolas, commosso – che Leclerc stia in qualche modo continuando ciò che era destinato a Bianchi». Non è un caso che dopo quell’aiuto Leclerc fu più forte di guasti, squalifiche, scuderie mediocri, diventando quasi ogni anno il miglior rookie della categoria in cui era. Lo doveva all’amico, prima che a se stesso. Non è un caso che dopo la morte dell’amico, avvenuta mesi dopo l’incidente in Giappone, abbia pigiato sul pedale dell’acceleratore per divenirne l’erede, entrando nella Ferrari Driver Academy l’anno dopo, in quella Ferrari che ai giovani ha sempre guardato poco ha costretto tutti, anche i più scettici, a puntare su di lui.

(Photo by Dan Istitene/Getty Images).

E non è neanche un caso che ha vinto a Spa, in Belgio, il suo primo gp, dopo che se n’è andato, in pista come il francese, Anthoine Hubert. Il giorno dopo lui ha vinto e per la prima volta il suo solito dito rivolto verso il cielo era per due persone. Così ha scolpito, Leclerc, quel talento incosciente e prudente, quella pretesa di perfezione che è trampolino e protezione, quella volontà di vincere e di vivere che è un mix forse mai visto, con questa completezza, in un pilota. Di sicuro mai in uno così giovane.

Nella festa senza pudori e limiti di ieri, a Monza, c’era anche il dolore di una gioia a metà in Belgio: il cuore pesante per aver perso Hubert, il sodale di mille circuiti, l’amico che aspettava in F1 dopo aver diviso tutte le difficoltà e le categorie. In uno sport alto borghese, spesso pieno di ricchissimi rampolli di famiglie altolocate o di talenti viziati da sponsor che li hanno spinti dove forse non meritavano, lui è quello a cui non hanno regalato nulla. Quello che non è un caso che sale in cattedra mentre lo fa anche un altro come lui, quel Mattia Binotto che anche nel giorno più bello gli ricorda la disciplina di scuderia dicendogli un “oggi sei perdonato”. Quello che non abbassa mai lo sguardo. Quello che ha sofferto e per questo sa soffrire, combattere e vincere. Ma sì, soprattutto perdere. Perché i grandi campioni non perdono mai, imparano. Come Charles Leclerc in Austria.

Boris Sollazzo

About Boris Sollazzo

Boris Sollazzo è il padre di Carlo, critico e cronista cinematografico, autore televisivo, speaker radiofonico, telecronista e giornalista sportivo, pluricampione di fantacalcio. Spesso contemporaneamente. Ha scritto per quasi tutti i quotidiani e periodici e ora ha una trasmissione quotidiana su RadioRock. È il direttore artistico dell’Ischia Film Festival e del Cerveteri Film Festival.

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