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L’eclissi di Alexandre Pato

By 2 Marzo 2021

Dopo essere rimasto a lungo senza squadra l’attaccante brasiliano, ormai ultra-trentenne, prova a ripartire dalla Major League Soccer e dagli Orlando City, la squadra dove Kakà aveva concluso la carriera

 

“Come d’incanto”: questo era il nomignolo con cui Carlo Pellegatti, tifoso e commentatore milanista, chiamava Pato. E la sensazione era proprio quella di un’apparizione sfolgorante, un lampo accecante nella notte, un attaccante che non si era mai visto prima, perlomeno così giovane. Rapido, forte fisicamente, tecnica di base eccellente, capacità di crearsi occasioni da gol da solo. In pratica il contrario dell’immagine più recente del brasiliano, quello di un infortunato cronico avviluppatosi in una crisi senza fine, tanto da rimanere senza squadra per mesi dopo l’ultima deludente esperienza al San Paolo. Gli unici al momento che hanno voluto scommettere su Pato, comunque, sono gli Orlando City della Major League Soccer. Riuscirà il “Papero”, nella città di Disneyworld, a ritrovare lo smalto perduto?

 

Ka-Pa-Ro

Ne è passato di tempo da quel 13 gennaio 2008, la prima partita dell’attaccante brasiliano con la maglia rossonera. Una partita che era sembrata l’esibizione di una fuoriserie in mezzo ad automobili col limitatore di velocità: semplicemente imprendibile per i difensori del Napoli in quel 5-2 con cui il Milan mostrava al mondo il suo nuovo giovane acquisto. Di Pato il quinto gol, bruciando in velocità Domizzi (non che ci volesse molto, ad essere sinceri), resistendo a una trattenuta e uccellando il portiere Iezzo in uscita, praticamente tutto in un solo movimento.

L’apoteosi del Ka-Pa-Ro, il tridente offensivo con Kakà e Ronaldo destinato sulla carta a rimescolare le gerarchie del calcio italiano ed europeo e invece “defunto” già un mese dopo, quando l’ex interista si romperà, di nuovo, il tendine rotuleo. Niente replica del Gre-No-Li, Gren-Nordahl-Liedholm, l’altro trio, stavolta svedese, che aveva fatto la storia rossonera negli anni Cinquanta. Un sinistro presagio di quello che sarebbe successo allo stesso Pato, che fino al 2011 manterrà una condizione fisica decente salvo poi inabissarsi in un rosario di infortuni e ricadute, soprattutto di tipo muscolare.

(Photo by Maurizio Lagana/Getty Images)

Nella cavalcata dello scudetto con Allegri in panchina la sua presenza è importante, con 14 gol in campionato compresi quelle al Napoli e all’Inter (in 25 partite su 38, però), ma è difficile ritenerlo il principale protagonista, l’uomo-copertina. Accanto a lui ci sono Ibrahimovic e Robinho, esplode Boateng, i “grandi vecchi” della difesa vivono una sorta di seconda giovinezza e insomma, a prevalere è il gruppo in blocco. Per Pato comunque c’è consapevolezza di avere quantomeno la carta d’identità dalla sua parte, visto che, nato nel 1989, è uno dei più giovani dell’intera rosa milanista.

Negli ultimi 18 mesi in rossonero arriveranno appena 6 reti in tutte le competizioni, quando in precedenza erano state 57. Un malinconico crollo a cui bisogna aggiungere la madre delle trattative saltate, l’affare di mercato che, chissà, avrebbe cambiato le sorti del calcio europeo come e più del Ka-Pa-Ro.

Nel gennaio del 2012 sembra davvero fatta per questo movimento di punte sull’asse Milano-Parigi-Manchester, sponda City. Il Psg per Pato offre al Milan ben 28 milioni di euro, più 7 di bonus. Una somma ben superiore a quella sborsata dai rossoneri per strappare l’attaccante all’Internacional di Porto Alegre (24 milioni). Soldi che il Milan re-investirebbe per Carlos Tevez, per il quale c’è già un accordo di massima. Anzi, Adriano Galliani, amministratore delegato del club, è volato a Manchester per discutere dei dettagli con il clan dell’Apache e con il City. Insomma, è fatta. Persino il presidente dell’Inter, Massimo Moratti, lo ammette: “Mi sa che Tevez andrà al Milan”.

(Photo by Claudio Villa/Getty Images)

E invece che succede? Mentre l’incastro sembra materializzarsi, sul sito ufficiale rossonero viene pubblicato un comunicato a firma dello stesso Pato: “Il Milan è casa mia. Non volevo interrompere la mia carriera in rossonero dopo aver vinto i miei primi due trofei con questa maglia. Voglio contribuire a scrivere la storia del Milan e ai successi futuri di questa società con allegria e in perfetta armonia con tutto l’ambiente. Questa gioia mi darà la carica per affrontare le partite future con maggiore entusiasmo, voglia di vincere e fare gol. Oggi per me è un giorno speciale. Ringrazio il presidente Berlusconi, la società e tifosi che hanno sempre creduto in me”.

Galliani è spiazzato e deve prendere il primo aereo di ritorno dall’Inghilterra verso l’Italia. L’indicazione dall’alto è chiarissima, per cui tanti saluti al City perché senza i soldi della cessione di Pato non si può prendere Tevez. Ugualmente spiazzato è Leonardo, direttore generale del Paris Saint Germain, grande architetto dell’affare: “Sono ottimista per natura, ma non credo che Pato si farà per questo weekend. Le cose stanno andando avanti. Ci sono delle possibilità. Vedremo, c’è tempo”, ammette.

Invece di tempo non ce n’è, né oggi, né domani, né nel weekend né mai, parafrasando Alessandro Manzoni. Il brasiliano riceve premi non proprio consoni a un potenziale campione e rimane sul groppone del Milan, che perde malamente lo scudetto e inizia la parabola discendente che lo porterà ad essere sempre meno competitivo e a uscire dal giro delle migliori in Italia.
Il vero motivo del gran rifiuto al trasferimento in realtà sarebbe da ricercare nel legame sentimentale dell’attaccante in quel periodo, nientemeno che con la figlia del presidente Silvio Berlusconi, Barbara. Una situazione abbastanza imbarazzante che a molti ricorda il film “L’allenatore nel pallone”, con la stella della squadra (Speroni) a flirtare con, in quel caso, la moglie del presidente della Longobarda.

NORWICH, ENGLAND – MARCH 01: Alexandre Pato of Chelsea is seen at the warm up prior to the Barclays Premier League match between Norwich City and Chelsea at Carrow Road on March 1, 2016 in Norwich, England. (Photo by Stephen Pond/Getty Images)

Anche per stare vicino a Barbara Berlusconi, insomma, Pato rimane a Milano. La loro storia peraltro finirà nel 2013: “Colpa della distanza”, la spiegazione. Il tutto mentre l’attaccante è stato ceduto, stavolta sì, al Corinthians, per una cifra, 15 milioni, molto inferiore a quella offerta dal Psg. Nel frattempo ha continuato ad essere cliente affezionato dell’infermeria e in più Tevez è andato alla Juventus, dove dimostrerà di saper fare ancora la differenza. Ai tifosi del Milan in quel periodo non resta che sfogarsi sui social, ironizzando sui cronici problemi fisici del brasiliano, il primo a sperimentare sulla propria pelle la “maledizione” della maglia numero 9.

Fantasma

Fa specie dirlo, ma è da quel giorno del mancato trasferimento al Psg che Pato ha preso il viale del tramonto. Incredibile a pensarlo, visto che quando scrive quel comunicato ribadendo la volontà di restare al Milan (club che aveva scelto rifiutando il Real Madrid) il giocatore ha 22 anni. Eppure basta vedere ciò che ha combinato dopo il vero addio ai rossoneri, nell’inverno del 2013, in direzione Brasile, ma al Corinthians: nulla o quasi.

Tutte le volte che ha tentato di rientrare nel calcio europeo è stato respinto con perdite, con situazioni tragicomiche come il prestito al Chelsea o l’esperienza al Villarreal, durate pochissimo. Con i Blues, arrivato nel mercato invernale del 2016, l’approccio è deprimente. L’allenatore Guus Hiddink, quando se lo vede davanti, stenta a credere ai suoi occhi. “Gli serve un lavoro specifico di almeno sei settimane per tornare in forma”, si lascia scappare il tecnico olandese. E meno male che era arrivato per tappare i buchi in attacco lasciati dagli infortuni di Falcao e Remy. Di fatto metà dei suoi sei mesi di prestito al Chelsea li passa a recuperare uno stato fisico accettabile. Poi quando arriva Conte in panchina non se ne parla neanche di confermare il prestito.

Al Villarreal, che lo prende quando il contratto col Corinthians sta per scadere, non ci sono gli stessi problemi di forma, ma il risultato è quasi uguale. Sei mesi con 6 gol segnati in tutte le competizioni e poi via, cessione, remunerativa come poche altre nella storia del club valenciano: il Tianjin Quanjian di Fabio Cannavaro per Pato spende addirittura 18 milioni, nel gennaio del 2017, in un’epoca in cui i club cinesi a differenza di adesso non badano a spese per accaparrarsi le maggiori stelle internazionali, o presunte tali.

Photo by Manuel Queimadelos Alonso/Getty Images)

Nella Chinese Super League il brasiliano ritrova una buona media realizzativa, ma è chiaro che è finito alla periferia dell’impero calcistico. È diventato un altro uomo, prima ancora che un altro calciatore. Gli infortuni non sono stati casuali, visto che era l’intero corpo di Pato a cambiare: in cinque anni di Milan, infatti, era cresciuto di 8 centimetri e ingrassato di nove chili. Insomma, da bambino era diventato adulto. E col corpo si era modificata anche la maniera di giocare: meno velocità, meno reattività, la paura latente di rifarsi male.

Una volta entrato in questo cortocircuito è stato difficile uscirne per il brasiliano: diciamo pure quasi impossibile. Da lontano tutti, credo anche i non-milanisti, ironia a parte, l’abbiamo seguito con un misto di tenerezza e apprensione, perché era incredibile vedere un talento simile spegnersi come una candela. Perché possiamo pensare tutto il bene possibile del campionato cinese (mai vinto da Pato), ma insomma, la competitività che ti offre il calcio europeo non te la dà nessuno.

Per via di infortuni e congiunture poco fortunate, poi, il “Papero” non ha mai giocato un Mondiale. Mai, nemmeno convocato. Lui che sembrava davvero poter ripercorrere, almeno in quanto a precocità, le orme di Pelé, lui che Ancelotti, il suo primo allenatore, quasi un padre, aveva paragonato a Careca.

(Photo by Lintao Zhang/Getty Images)

E ora, dopo sei mesi a spasso senza squadra, gli Orlando City, club di media classifica della Major League Soccer che nell’ultimo campionato si è fermato ai playoff, ai quarti di finale contro i New England Revolution. Possiamo discutere anche qua sul peso specifico della lega statunitense e sulla rosa della stessa Orlando, che può contare su ultra-trentenni di lusso come Nani e Joao Moutinho.

Una Orlando che, curiosamente, è stata l’ultima fermata da professionista di un’altra sillaba di quella sigla, Ka-Pa-Ro, l’ultima squadra dove ha giocato Kakà, dal 2015 al 2017, segnando 25 gol in 78 partite prima di ritirarsi. Anche lui, come Pato, arrivava dal San Paolo dopo aver dimostrato ben più del suo connazionale.

Che dire? Che di nuovo mette tenerezza vedere dai suoi profili social vecchie foto in cui, con la maglia del San Paolo, è abbracciato a Benji Michel, attaccante di Orlando. “Finalmente compagni di squadra”, si legge. Pensare che Michel volesse un selfie con il brasiliano, che appare con i capelli ricci e il volto ormai maturo, fa parecchio sorridere. Certo, l’accoglienza è stata da re, con un video in cui si ripercorrono i migliori momenti della carriera di Pato.

Giocheranno assieme qualche volta là davanti lui e Michel? Pato, cioè “duck” in inglese, nella città di Disneyworld, come Donald Duck, cioè Paperino. Un finale abbastanza moscio per una grande stella mancata, tanto sfolgorante nel suo ingresso in scena quanto spento nel suo congedarsi.

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