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Leigh Griffiths, mister Trainspotting

By 7 Novembre 2019

Attaccante sempre in bilico sull’orlo dell’autodistruzione, Leigh Griffiths ha deciso di fermarsi per qualche mese per curare i suoi problemi “mentali”. In estate è tornato a giocare e a segnare, ma un infortunio lo terrà fuori nella gara di stasera contro la Lazio. Ecco chi è l’attaccante che sembra uscito da Trainspotting

Si dice che per descrivere il cielo di Scozia non sia sufficiente una palette di colori. Eppure, per qualcuno, la vita sembra destinata a restare sempre in bianco e nero. Perché venire al mondo qui vuol dire portarsi dentro una condanna. Significa gettare radici che un giorno maledirai, significa stringere legami che un giorno vorrai recidere.

Leith è un posto in cui nessuno vorrebbe nascere. Ma è anche un posto in cui nessuno vorrebbe mai morire (anche se a volte le due cose sembrano coincidere). Leith non si visita, si attraversa. Per lavoro, per necessità, per un qualche strambo motivo che nessuno vuole approfondire. O almeno era così fino a una manciata di anni fa. Prima che i ristoranti stellati si concentrassero in questo sobborgo a nord di Edimburgo, prima che la globalizzazione plastificasse tutto.

Prima di tutto questo, prima della costruzione del Royal Yacht Britannia, degli uffici governativi, degli sbarchi delle mega navi da crociera, prima delle foto fighettine da mettere sulla copertina di qualche rivista di viaggi, Leith era molto di più del porto di Edimburgo. Era una bocca che si apriva sul Mare del Nord, un orifizio che mangiava conteiner e cacava miseria.

Colpa della grande depressione subita nel secondo dopoguerra. L’ennesima recessione che aveva lasciato in eredità solo case scure ammassate su altre case scure, soltanto strade dove trovare tutto quello che una persona di buon senso non avrebbe mai cercato.

Un contenitore di sofferenze, un campionario di solitudini che a volte si scontravano senza mai mescolarsi. Giorno dopo giorno. Anno dopo anno. Decennio dopo decennio. Un’atmosfera che i The Proclaimers avevano fotografato nei versi di Sunshine on Leith. «Il mio cuore era rotto, il mio cuore era rotto, il mio cuore era rotto. Dolore. Dolore. Dolore». E non potevi trovare molto altro a Leith alla fine degli anni Settanta. L’alta marea della disoccupazione era pronta a inondare la società, a farla annegare.

Il quartiere si era trasformato in una incubatrice di risentimento. Bastava camminare lungo i marciapiedi per sentirlo ribollire. Bastava osservare la saracinesche abbassate giù al porto per capire che qualcosa sarebbe successo. E anche presto. Al resto ci ha pensato l’eroina proveniente dal Pakistan. Una soluzione a un costo tutto sommato ragionevole, un metodo come un altro per riempire quelle lunghissime giornate senza occupazione.

Una moda che è diventata emergenza, un’emergenza che si è trasformata in piaga. Perché nessuno era preparato. Né i ragazzi di Leith, né chi doveva proteggerli. La risposta è stata piuttosto rudimentale. Le autorità hanno scelto di fare in modo che trovare gli aghi puliti non fosse così facile. Per bucarsi, allora, era necessario condividere. Condividere l’orgasmo dell’eroina. Condividere quello strano acronimo chiamato Aids.

Uno studio pubblicato nel 2008 sul British Medical Juornal ha introdotto un termine nuovo. È stato chiamato “effetto scozzese” e spiega perché la mortalità in Scozia era del 15% più alta rispetto all’Inghilterra e al Galles. I ricercatori ci hanno messo un po’, ma alla fine l’hanno capito. Nella coraggiosa Scozia, sotto la croce di Sant’Andrea, si moriva di più perché i maschi sotto i 45 anni facevano un uso massiccio di droghe.

E mentre le nuove generazioni marcivano dentro, mentre i ragazzi si chiudevano in casa , tutto intorno a loro cominciava a decomporsi. Basta guardare le foto di Leith all’inizio degli anni Ottanta per capire, per rabbrividire. La spazzatura ammassata lungo le strade, le carcasse di auto impilate lungo il fiume, i copertoni gettati nelle acque, i sorrisi resi originali dalla mancanza di qualche dente, la stazione centrale collassata su se stessa, i palazzi abbandonati.

(Photo by Matt Cardy/Getty Images).

«Quando stavo crescendo, le droghe erano parte del paesaggio naturale – racconta Irvine Welsh in un’intervista al The Telegraph – intorno ai 20 anni ero seriamente dipendente dall’eroina». E ancora: «Nel 1983 c’erano 3,6 milioni di disoccupati. Hai un sacco di gente con molto tempo a disposizione. Il governo stava fondamentalmente creando domanda per l’eroina».

Irvine Welsh è nato a Leith, madre cameriera e padre portuale. E da Leith se n’è andato. Appena ha potuto. Ma Irvine Welsh quei sobborghi li ha anche raccontati. In Trainspotting, in Porno, in Skagboys, in Godetevi la corsa, in L’artista del coltello, in Morto che cammina. Anche Leigh Griffiths è nato a Leith. Ma lui tutta questa voglia di andare via non ce l’ha mai avuta. Anche se ora ha 30 anni. Anche se ora gioca e segna per il Celtic Glasgow. Torna a casa ogni volta che può. Ben consapevole che ogni passo sul Leith Walk è un tuffo nell’autodistruzione. Perché non sempre mescolarsi con la propria gente è il modo migliore per salvarsi.

Ma d’altra parte Leigh Griffiths sembra uscito dalle pagine di Trainspotting. Inchiostro nero che si trasforma in carne e ossa e muscoli e tendini. Leigh Griffiths potrebbe essere chiunque. Potrebbe essere Renton. Potrebbe essere Spud. Potrebbe essere Sick Boy. Potrebbe essere Tommy. Potrebbe essere Begbie. Ma solo nei suoi momenti migliori. Potrebbe fare capolino da una riga qualsiasi del libro, Leigh Griffiths. Potrebbe vivere come loro, morire come loro, parlare di Leith usando le stesse parole di uno di loro. Oppure potrebbe prendere un prestito qualche frase di Simon David Williamson, l’uomo d’affari locale che in Porno si guarda intorno e dice: «Vedi, Leith è da troppo tempo una gran dama in età. Noi le vogliamo bene, perché è calda e materna; un seno massiccio e morbido contro cui rannicchiarsi in quelle nottatacce d’inverno, fredde e buie».

Craig Watson/PA Wire.

E Leigh Griffiths, figlio di genitori separati, quell’abbraccio l’ha desiderato a lungo. Il primo bacio al pallone, invece, l’ha dato quando aveva 7 anni. Tutti i fine settimana il padre lo accompagnava a Leith Links, il parco locale. Si fermavano insieme a guardare i ragazzi che giocavano. E che si trattasse dell’under 12 o dell’under 13 faceva poca differenza. L’importante era vedere quel pallone rotolare. E riempire il pomeriggio senza tirare fuori qualche sterlina dalle tasche.

Una domenica, mentre passeggiavano verso quei drammatici campetti, vengono fermati da un ragazzino. È piuttosto basso, guarda il padre di Leigh dal basso verso l’alto. E poi attacca a parlare con un filo di voce: «La nostra under 7 è a corto di giocatori», dice. «Non è che per caso suo figlio è interessato a giocare a pallone?». Una domanda retorica. Leigh indossa calzoncini e maglietta e si getta nella mischia. E segna due volte. I rito di iniziazione è stato superato. Ora il piccolo Griffiths fa parte del Leith Athtletic. E ci rimarrà fino ai 13 anni.

Ma a Leigh non basta. È già assuefatto al pallone. Durante quella serie infinita di pomeriggi senza sole che non riscaldano la Scozia se ne sta in camera, con i libri ben chiusi sulla scrivania. D’altra parte che senso ha preoccuparsi per il futuro quando già sai di non avere futuro? Leigh aspetta in piedi davanti alla finestra. Osserva la strada, confida in un passante. In un adulto che lo porti a vedere qualche partita amatoriale o un altro bamboccino da convocare per qualche partitella improvvisata. Di solito gli avversari vengono tutti dalla stessa zona, vivono nelle stesse case che si tengono in piedi per miracolo. Molti avrebbero bisogno più di un assistente sociale che di un allenatore, tutti usano il calcio come anestetico.

(Photo by Ian MacNicol/Getty Images).

La sua prima esperienza fra i professionisti è a Livingston. La quarta città scozzese nata dopo la guerra, il quinto indirizzo diverso in cui Renton, in Trainspotting, incassava gli assegni circolari del sussidio. Una colata di cemento con appena sessantatremila abitanti e un micragnoso posto garantito nella Scottish First Division. Non il massimo della vita.

Eppure a Griffiths, dal basso dei suoi 16 anni, quella destinazione sembra il paradiso. Dopo gli allenamenti, mentre i compagni vanno a farsi la doccia, lui resta in campo. Prova a calciare in porta da tutte le posizioni. Ancora e ancora e ancora. Fino a quando non sono costretti a portarlo via con la forza.

Segue un anno e mezzo a Dundee, l’altra capitale scozzese dell’eroina. In due anni raccoglie 21 reti in 47 partite. È allora che il Wolverhampton decide di acquistarlo. Il feeling con la Premier però non sboccia. Il suo cartellino resta di proprietà dei Wolves per 4 stagioni. Quattro anni che vengono intervallati da due prestiti in Scozia. All’Hibernian Football Club. La squadra di Leith. La squadra di Leigh.

(Photo by Ian MacNicol/Getty Images).

Griffiths non ha nessuna intenzione condurre una vita ritirata. Se ne va in giro per la città, ingolla più di qualche birra con gli amici di sempre, diventa difficile da gestire. Sul prato verde segna un gol ogni due partite, o quasi. Ma la lista dei suoi colpi di testa fuori dal campo è ancora più lunga. Per tre volte viene squalificato per dei gestacci rivolti tifosi che lo contestavano. I suoi tifosi. E non va meglio ai fan dei Rangers, che Griffiths saluta mimando il gesto dell’ombrello. Niente in confronto a quanto accade nel gennaio del 2013. Un tifoso di Livingstone, Zak Iqbal, critica con un tweet il comportamento del giocatore. Solo che Leigh si lascia prendere un po’ la mano e risponde con un secco: «Vattene affanculo al tuo paese. Pagliaccio».

Hibs e Wolves prendono le distanze, la Federazione scozzese lo mette sotto inchiesta, lo multa e lo sospende. Qualcosa comincia ad andare storto. Così come il tatuaggio che si fa disegnare sul braccio destro. Leigh chiede una frase in italiano. Il tatuatore lo accontenta e scrive: “Nessun songo è troppo grande”. Letteralmente. Un refuso che ora l’attaccante si porterà sulla pelle per tutto il resto della sua vita.

Sul braccio destro, in bella mostra, il tatuaggio in un italiano piuttosto zoppicante (Photo by Jamie McDonald/Getty Images).

Per Leigh è ancora tempo di valige. Si ritorna ancora una volta al Wolverhampton. E ancora una volta trova poco spazio. A gennaio 2013 approda al Celtic. Un investimento da meno di un milione di euro. Sembra un colpaccio, eppure i tifosi non sono convinti. Hanno paura che il suo carattere, che la sua strafottenza possa rovinare tutto.

Una paura che si trasforma in realtà nel 2015. A settembre Leigh Griffiths torna a Leith. Stavolta per assistere in prima persona al derby fra Hibs e Hearts. Solo che a uno come lui la tribuna autorità sta stretta. Leigh decide di andare a bere con i suoi vecchi tifosi. Nel loro vecchio pub. L’operazione nostalgia dà i frutti sperati. Risate, pacche sulle spalle e tanta, tanta, birra. All’improvviso qualcuno urla: «Fai partite un coro!». E Leigh ubbidisce. Solo che in quel karaoke improvvisato, l’attaccante sceglie la base sbagliata. In un silenzio improvviso, Leigh canta “Rudi Skacel è un fottuto rifugiato“. Tutti ridono, qualcuno esulta, uno riprende tutto con il telefonino e lo posta su internet.

La Scottish Football Association osserva e inorridisce. Perché Rudi Skacel è l’ex capitano dell’Heart of Midlotian. E viene dalla Repubblica Ceca. Un oltraggio che non può essere tollerato. Alla fine la Federazione sceglie una linea non troppo dura. Fanno due giornate di squalifica e una multa di 2mila 500 sterline. Leigh annuisce e chiede scusa, ringrazia e dice di essere pentito. Tutti, però, sanno che il ragazzo è una bomba a orologeria, un soggetto con un debole tutto speciale per l’autodistruzione.

(Photo by Mark Runnacles/Getty Images).

Due anni più tardi, a settembre, a Ibrox va in scena il derby fra Celtic e Rangers. Nessuno si fa molte illusioni sul risultato finale. Anche perché i biancoverdi sono imbattuti da 56 partite. Finisce 2-0, con Griffiths che segna il gol del raddoppio. Eppure in molti si soffermano su un altro dettaglio. Prima di battere un calcio d’angolo, infatti, Leigh si pulisce il naso con le dita. Poi, subito dopo, strofina le sue falangi contro la bandierina del calcio d’angolo con impresso lo stemma dei Rangers.

In molti non lo sopportano più. Così come non sopportano quella sua usanza provocatoria di legare una sciarpa del Celtic su uno dei pali della porta della squadra sconfitta. Qualcuno ipotizza di mandarlo in prestito nella speranza che possa calmarsi una volta per tutte. A 29 anni.

Il 12 dicembre del 2018 succede qualcosa di imprevedibile. Brendan Rodgers si presenta davanti alle telecamere per fare un annuncio. Dice che Leigh Griffiths dovrà rimanere fuori per qualche settimana, che prima di tornare in campo dovrà risolvere qualche problema. «Leigh sarà tenuto a riposo per un breve periodo – dice – ha avuto dei problemi per qualche mese, ha fatto un lavoro straordinario per uscirne, per giocare su buoni livelli e segnare alcuni gol. Ma è arrivato a un punto dove deve iniziare una battaglia. Ha bisogno di ritrovare felicità. È padre di cinque bambini, è un ottimo ragazzo ma il calcio e la vita sono difficili per lui in questo periodo».

(Photo by Mark Runnacles/Getty Images).

L’allenatore gira intorno, prende tempo, suggerisce ma non afferma. Ma, soprattutto, si guarda bene dal pronunciare quella parola. Spera che sia Griffiths a parlare, ad annunciare urbi et orbi i motivi del suo malessere. Così tocca ai giornali anticipare una qualche spiegazione. Secondo alcuni Leigh ha un problema con il gioco d’azzardo. Secondo altri sta affrontando una forma di depressione. Hanno ragione tutti.

Mentre si è autoescluso dal calcio, l’attaccante viene seguito da un fotografo del Sun. L’obiettivo lo sorprende mentre scommette sulle corse dei cavalli all’ippodromo. Leigh smentisce, dice che si tratta solo di fesserie, di invenzioni della stampa. Stavolta, però, neanche Leith può aiutarlo. Perché Griffiths si sente solo anche in mezzo ai suoi amici, si sente imprigionato dentro un ruolo che non vuole più recitare, dentro a un corpo che non sopporta quasi più. All’improvviso Leigh Griffiths è diventato di nuovo Renton, quello delle ultime righe di Trainspotting, quello che cerca disperatamente il suo posto nel mondo, un posto molto lontano da dove aveva vissuto fino a quel momento.

«Adesso non ci poteva più tornare a Leith, a Edimburgo, nemmeno in Scozia, mai più. Se fosse rimasto lì, non avrebbe mai potuto essere diverso da com’era sempre stato. Adesso che si era liberato di tutti, per sempre, poteva essere quello che voleva. Se la sarebbe vista da solo. E questo pensiero lo terrorizzò e lo eccitò allo stesso tempo».

Proprio come Renton, Leigh Griffiths è stato chiamato a una scelta. O la vita o l’autodistruzione. Senza possibilità di un esame di riparazione. Come in quel famoso, lunghissimo, monologo. «La società si inventa una logica assurda e complicata, per liquidare quelli che si comportano in un modo diverso dagli altri. Ma se, supponiamo, so che morirò giovane, sono nel pieno possesso delle mie facoltà eccetera eccetera, e decido di usarla lo stesso, l’eroina? Non me lo lasciano fare. Non mi lasciano perché mi vedono come un segno del loro fallimento, il fatto che tu scelga semplicemente di rifuratre quello che loro hanno da offrirti. Scegli noi. Scegli la vita. Scegli il mutuo da pagare, la lavatrice, la macchina; scegli di startene seduto sul divano a guardare i giochini alla televisione, a distruggerti il cervello e l’anima, a riempirti la pancia di porcherie che ti avvelenano. Scegli di marcire in un ospizio, cacandoti e pisciandoti sotto, cazzo, per la gioia di quegli stronzi egoisti e fottuti che hai messo al mondo. Scegli la vita. Beh, io invece scelgo di no sceglierla la vita».

(Photo by Ian MacNicol/Getty Images).

Alla fine, però, Leigh Griffiths la vita l’ha scelta eccome. Ci ha messo solo più tempo del previsto. Lo scorso 17 luglio è tornato a giocare una partita ufficiale. Dieci minuti appena contro l’FK Sarajevo, nei preliminari di Champions League. Sette giorni più tardi ha segnato di nuovo in una competizione ufficiale. Contro i non esattamente irresistibili estoni del Nomme Kalju, sempre in Champions League. Poi, qualche tempo dopo, si è presentato in sala stampa e ha parlato dei suoi problemi. Problemi che lui stesso ha definito “mentali”.

«Guardando ciò che sta accadendo nella società al giorno d’oggi – ha detto – molte persone si stanno togliendo la vita e, forse se si aprissero e parlassero un po’ potrebbero salvarsi. A volte mi sentivo davvero molto solo e senza l’aiuto del club, degli amici, della famiglia e del supporto che avevo ora non sarei seduto qui. È stata una strada molto lunga e difficile ma, per fortuna, vedo la luce alla fine del tunnel». E ancora: «Le parole non possono descrivere la sensazione che si prova quando la palla si strofina contro la rete. I miei bambini mi stavano guardando a casa, i miei amici erano in tribuna. Dopo aver segnato ero sul punto di mettermi a piangere».

Stasera, contro la Lazio, Leigh Griffiths non ci sarà. Un infortunio lo sta tenendo fermo da circa un mese e mezzo. Per sapere come continuerà la sua storia ci sarà bisogno di un sequel. Proprio come successo con Trainspotting.

 

Andrea Romano

About Andrea Romano

Andrea Romano è nato nel giorno in cui van Basten ha esordito con la maglia dell'Ajax. Giornalista, scrive di sport per quotidiani e riviste. I suoi ultimi libri sono "Manicomio Football Club" e "Cantona - The King".

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