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L’ennesima nuova vita di Andy Murray

By 16 Agosto 2019

Era il numero 1 al mondo, ora è precipitato fino alla posizione numero 323. Dopo l’operazione all’anca e le voci su un suo possibile ritiro, lo scozzese è tornato. Ora, però, deve fare i conti soprattutto con se stesso e con i suoi limiti

«Andy, come stai?», chiede un giornalista durante la conferenza che precede il primo turno degli ultimi Australian Open contro Roberto Bautista Agut. «Non bene», risponde Murray. La visiera del cappello cala rapidamente sugli occhi che si gonfiano di lacrime, le mani sul volto ad anticipare una confessione che lascia tutti senza fiato: «Ho lottato per molto tempo, sto soffrendo da ormai 20 mesi a questa parte. Ho fatto tutto quello che si poteva fare per stare meglio, ma non mi ha aiutato molto. Non riesco più a giocare, il dolore all’anca non mi dà pace. Sento dolore anche quando mi allaccio le scarpe. Forse smetterò già qui, l’idea era quella di arrivare a Wimbledon, il posto dove mi piacerebbe smettere, ma non credo di farcela». Le lacrime sono quelle di chi sa che il sogno di una vita si è infranto.

Davanti al pubblico della Melbourne Arena va in scena un match surreale. Gli spettatori sono tutti per lui, commossi da un una contesa in cui Sir Andy prova a fare di tutto, recuperando dal 2-0 al 2-2 contro lo spagnolo, con una carica emozionale fuori dal normale. L’ex numero uno del mondo cede al quinto set e lo stadio è in piedi, pronto a osannarlo, i video proiettati su un maxi schermo con i messaggi d’addio dei suoi compagni di avventura e l’immancabile sguardo di mamma Judy, questa volta commosso.

Le parole del figlio virano leggermente, lasciando spazio a un’apertura inattesa: «Mi voglio operare nuovamente all’anca, questo non vuol dire che potrò di nuovo giocare, ma almeno mi garantirò una qualità di vita migliore». La nuova, l’ennesima vita di Andy Murray, è iniziata quel giorno. E poco importa se il ritorno in campo per un singolare, a distanza di otto mesi, è coinciso con una netta sconfitta contro Richard Gasquet, uno dei tanti talenti della generazione dello scozzese, che a differenza di Murray non ha mai avuto la cattiveria giusta per prenotarsi un posto in paradiso. Chi ha aspettato così tanto per liberarsi del dolore e tornare a sorridere non può farsi buttare giù da una sconfitta in due set.

Il quarto dei Fab Four
Confrontarsi con l’aura leggendaria e la classe infinita di Roger Federer, con la potenza straripante di Rafael Nadal e con la cinica e spasmodica ricerca della vittoria di Novak Djokovic non è mai stato facile. Soprattutto per lui, poco empatico nei confronti del pubblico. Murray non è mai stato osannato negli stadi come accade con lo svizzero e lo spagnolo, a causa forse di un carattere piuttosto introverso. Sui campi ha sempre manifestato la parte peggiore di sé, la più irascibile, e anche mamma Judy non è mai stata un esempio di simpatia.

A far crescere le quotazioni dello scozzese sono stati i suoi anni migliori, quelli in grado di proiettarlo sulla stessa riga dei tre tennisti che hanno segnato un’epoca. Il 2012 è l’anno della svolta. Lo scozzese cambia allenatore, si accasa con Ivan Lendl, non a caso una macchina progettata per vincere. La maledizione degli Slam lo perseguita: ormai le finali perse nei Major sono un’abitudine. Agli Australian Open si ferma in semifinale contro Djokovic, mancando la quarta finale consecutiva.

Wimbledon è un chiodo fisso, il pubblico dell’All England Club sogna che sia finalmente un britannico ad aggiudicarsi i Championships e a spingere lo scozzese c’è anche il desiderio di Lendl, che nella sua strepitosa carriera mai aveva centrato la vittoria londinese. Murray arriva in finale, l’unico britannico a riuscirci nell’era Open: quarta finale di uno Slam e ancora una sconfitta per mano di Roger Federer.

Eppure, solo un mese dopo, il verde londinese strizza l’occhio a Murray che, vestendo i colori della Gran Bretagna, si prende una rivincita contro lo svizzero strappandogli un oro olimpico che è tra i pochi trionfi che manca nella bacheca del campione di Basilea. Quello delle Olimpiadi di Londra è un antipasto particolarmente gustoso per il più giovane dei fratelli Murray, che centra il suo primo Slam agli Us Open, toccando il terzo posto della classifica ATP, un gradino più in alto rispetto a Rafa Nadal.

La consacrazione arriva nel 2013: lo scozzese trionfa a Wimbledon, raccogliendo l’eredità di Fred Perry, ultimo britannico a vincere i Championships 77 anni prima: «Non riesco a capacitarmi di quanto successo. Non so neanche quanto sia durato l’ultimo game. Mi dispiace, non mi ricordo. Questo successo è in particolar modo dedicato a Lendl – le parole dello scozzese al termine della finale – perché lui ha provato in tutti modi, a suo tempo, a vincere Wimbledon ma non ci è mai riuscito, quindi spero che se lo sia goduto. Vincere oggi è diverso rispetto all’anno scorso. La stagione passata è stato uno dei momenti più difficili della mia carriera ma oggi sono qui è ho vinto Wimbledon».

La consapevolezza di Andy cresce, inizia credere di poter finalmente competere con quei tre mostri sacri del tennis ma nel 2014 qualcosa si rompe: termina la collaborazione professionale con Lendl e inizia quella con Amelie Mauresmo. I risultati non arrivano e Murray esce addirittura dalla top ten. Mauresmo deve fare soprattutto un lavoro sulla testa dello scozzese, abbattuto dal momento negativo. Il 2015 parte con il piede giusto anche se agli Australian Open, pur arrivando in finale, non riesce a centrare il successo. Arriva il suo primo Masters 1000 sulla terra a Madrid, superando in finale lo specialista Nadal. Si aggiudica anche il torneo del Queen’s, chiudendo l’anno secondo il classifica con in bacheca la Coppa Davis conquistata con la Gran Bretagna. Il 2016 è il suo anno d’oro. Gli Australian Open rimangono comunque una chimera, viene sconfitto nuovamente in finale mentre qualche mese più tardi si aggiudica gli Internazionali d’Italia.

Anche al Roland Garros si ferma in finale, ma riesce a doppiare il successo a Wimbledon superando Milos Raonic in finale. Alle Olimpiadi di Rio de Janeiro conferma l’oro di quattro anni prima superando l’argentino Juan Martin Del Potro in una finale spettacolare e diventando l’unico tennista ad aver vinto due ori ai Giochi Olimpici. La vittoria dell’ultimo Masters 1000 della stagione gli consegna il più dolce dei traguardi: Murray supera Djokovic in classifica e diventa il numero uno del mondo.

Alle Finals non vuole sfigurare e conferma il suo miglior momento della carriera battendo il serbo nell’atto conclusivo. La favola dello scozzese però, purtroppo per lui, dura poco: nel torneo di Wimbledon del 2017 si palesa il problema all’anca che lo ha accompagnato fino allo scorso gennaio. Il calvario è lungo, penoso e lascia l’amaro in bocca dello scozzese, un senso di incompiutezza per quello che poteva essere e non è stato.

Il ritorno
L’operazione all’anca è andata meglio del previsto, il recupero è stato rapido ed efficace e Andy ci ha voluto riprovare. Il primo spiraglio si era aperto a marzo, la morsa del dolore finalmente più lenta degli ultimi mesi da incubo. «Non ho più dolore all’anca, sono felice. La riabilitazione è lenta ma sta procedendo bene e io voglio continuare a giocare». Prima il doppio in coppia con Feliciano Lopez gli ha regalato il successo al Queen’s, poi il doppio misto con Serena Williams a Wimbledon, qualche giorno fa è tornato anche in singolare a Cincinnati.

Un doppio 6-4 contro Gasquet lo ferma al primo turno, ma poco importa. Le sensazioni sono positive. La consapevolezza di avere ancora tanta strada da recuperare lo ha portato a rinunciare alla wild card per gli Us Open – «Devo ancora lavorare tanto», le parole dell’attuale numero 323 del mondo – ma a questo punto l’idea di vedere un Murray 2.0 stuzzica. «So quanto mi sia sentito male in Australia e quanto stavo male lo scorso anno, però adesso mi sento meglio. Il mio tennis è a posto, devo soltanto raggiungere un buon livello fisicamente: sono sicuro che me la giocherei con tutti, non credo che il livello complessivo si sia alzato».

A spingere Murray, in via del tutto paradossale, c’è anche la consapevolezza di avere le idee chiare sul futuro: «Se dovessi tornare ne sarei felice, altrimenti farò altro. Commentatore, allenatore, imprenditore: ho investito molto in questi anni, potrò seguire i miei progetti». Per un movimento che da anni sta aspettando l’ondata della Next Generation, la rinascita del quarto Fab Four, sull’onda di quanto già fatto in maniera diversa da Federer, Nadal e Djokovic, diventa quasi vitale: si attendono i giovani, ma a far battere i cuori degli appassionati sono ancora i ragazzi degli anni ’80. Forse è presto per dirlo, ma non per pensarlo: bentornato Sir Andy.

Foto: Getty Images.

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