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L’ennesima vita di Hidetoshi Nakata

By 5 Novembre 2020

Viaggio interiore del centrocampista giapponese che si è ritirato a 29 anni per scoprire il suo ikigai

Una lampada oscilla leggera, appesa in aria, ha solo un bordone di ferro che l’avvolge a forma di pera, è nuda, priva di orpelli, non riparata dal vetro, esposta al sole e alla pioggia, al vento e al freddo senza fare resistenza, la sua essenzialità viene sottolineata dal rintocco di un orologio che l’accompagna fino a quando ci accorgiamo che non si trova in casa ma in strada; è la prima scena di “Hitori musuko” (Figlio unico), film del grande regista Yasujirō Ozu.

La vita di Hidetoshi Nakata è un po’ come quella lampada, rigorosa, bella, poco attratta dal superfluo, è ikigai, concetto giapponese che significa “ragione d’essere“, la sua scoperta porta soddisfazione e dà senso alla vita, questa soddisfazione viene adoperata per indicare eventi mentali e spirituali in cui gli uomini sentono che le loro vite sono uniche. Non è, dunque, legata alla condizione economica o al prestigio sociale, che ha un valore più distruttivo che creativo; tutti, secondo la cultura giapponese, hanno il proprio ikigai, trovarlo richiede però ricerca interiore spesso lunga e difficile, combattuta tra necessità e equivoche ambizioni.

Chi segue l’ikigai può farlo con estrema passione rischiando di esserne consumato sino all’abiezione, per evitare questa caduta all’inferno bisogna seguire i punti fondamentali: dimenticarsi di sé; armonia e sostenibilità; gioia per le piccole cose; essere qui ed ora. Nakata, seduto sulla panca negli spogliatoi, sta leggendo un libro, non lo fa nel silenzio di un salotto, intorno a lui c’è baccano, la Roma sta festeggiando lo scudetto 2001; il giapponese non ama molto abbracci, baci, contatti fisici, preferisce la calma, il silenzio, la quiete delle pagine al fragore dei compagni.

Stu Forster /Allsport

Suo  è il gol della rimonta contro la Juventus a Torino, in un anno dove non gioca tanto per la presenza di Totti nella stessa posizione del campo; era arrivato in Italia tra la diffidenza di tutti a Perugia, si pensava a una di quelle gradassate del presidente Gaucci fatta per acchiappare tanti yen in Giappone; e poi, a peggiorare la situazione, la leggendaria traduzione fatta da Nabuyoshi Tamura allo sbarco di Nakata in Italia che parlava in giapponese ai giornalisti: “E però lì abbersajo, cioè la situazione e la la u a la vuale allora abbiamo approfittato di questa stazione”, un pastiche linguistico tra Gadda e Tognazzi incomprensibile e surreale.

Solo che Nakata, all’ esordio contro la Juventus, segna due gol di destro, tesi e forti, sotto gli occhi di migliaia di giapponesi – nessuno si aspettava un calciatore così forte, grande visione di gioco  accompagnata dall’ eleganza dei movimenti. Solo che lui è uno che non si esalta, non strepita, si sottrae al folklore del calcio urli e muscoli. Nakata si muove in una dimensione interiore, prima della partita se ne sta per quasi un’ora su un lettino in solitudine a meditare, a caricare corpo e mente di energia spirituale e fisica; questo mondo sotterraneo fuoriesce nel 2006, quando si ritira a ventinove anni da calcio e scrive una lettera che parla del suo viaggio intorno al pallone.

“Un viaggio che cominciò un giorno su un campo di una scuola elementare di Yamanashi, dove sono nato e cresciuto. Avevo 8 anni, il cielo invernale era freddo”

Hidetoshi Nakata

 Allsport UK /Allsport

Sembra l’incipit di una prosa crepuscolare, intimista, poi Nakata passa a raccontare la sua crescita, la sua carriera giovanile nelle nazionali infine l’affermazione in Europa, di passaggio accenna a gioie e tristezze ricevute, a delusioni e attacchi infine la decisione di smettere, un decisione calma, senza rimpianti, l’inevitabile conseguenza di una fine naturale.

“Da sei mesi avevo deciso di ritirarmi dal mondo del calcio professionistico, dopo il Mondiale di Germania. Non c’è stato nessun episodio né un motivo in particolare che mi ha portato a prendere questa decisione. Semplicemente sentivo che era arrivato il momento di staccarmi da questo viaggio chiamato calcio professionistico e volevo cominciare un altro viaggio che mi porti a scoprire un nuovo mondo. Tutto qui”.

Il “tutto qui” di Nakata è la dichiarazione del suo ikigai, della sua serena direzione, allontanandosi dal clamore del calcio per cominciare altro, ogni cosa comincia da un punto diverso che non segue sempre quanto vissuto fino a quel momento.

“A volte ho ricevuto così tanti complimenti da illudermi di poter fare tutto. Altre volte ho sofferto molto per critiche che miravano a colpirmi sul piano personale ed umano. Dopo essere diventato un calciatore professionista, facevo fatica a rispondere a domande tipo “Ti piace il calcio ?”. Non riuscivo a rispondere semplicemente “Sì, mi piace”, in tutta sincerità. Anche se ero cosciente del grande onore e della grande responsabilità che avevo per quel che facevo, stavo perdendo il genuino sentimento per il pallone che avevo quand’ero bambino”.

Hidetoshi Nakata

Gary M. Prior/ALLSPORT

Hidetoshi Nakata, il calciatore magnifico di Perugia, Roma, Parma, Bologna, Fiorentina prima di chiudere al Bolton, in Inghilterra, in alcuni momenti è stato forse troppo dimesso, discontinuo, estraneo alla partita pur avendo una capacità di stare sul campo di geniale logica e di brillante geometria. Il lento disgusto, la delusione, le offese, il silenzioso scendere nell’acqua calma delle cose che talvolta placano talvolta annegano. Il calcio, per Nakata, è stato un passaggio di stagione, illuminato dai colori caldi, intimi dell’autunno, una luce soffusa.

“Negli anni ho innalzato un muro spesso che proteggesse quelle sensazioni da varie situazioni. A volte mi sono comportato in modo freddo, come se non avessi emozioni. Ma alla fine quel muro è crollato e tutto quello che tenevo dentro è uscito come un fiume in piena. Alla fine di quella partita, mentre cercavo di memorizzare la sensazione dell’erba di quell’ultimo campo, sono riuscito a calmare l’onda di emozioni che stavo provando, ma quando mi sono alzato e sono andato a salutare i tifosi rimasti, quelle emozioni sono riaffiorate in tutta la loro intensità”.

Nakata non parla di scudetti e coppe vinti, di gol segnati, di due volte campione asiatico, di Pelè che lo considera uno dei giocatori più forti al mondo, della candidatura al Pallone d’oro, di Maradona che lo esalta, meglio rivelare quello che si nasconde dietro le pareti che sembrano di cemento e invece sono fatte di foglie secche; il desiderio di girare il mondo, e lo farà per tre anni, lo spinge a cercare vicino e lontano, uomini, spirito, silenzi.

LaPresse.

“Durante questo viaggio sicuramente calcerò ancora il pallone con qualcuno in un campetto o in qualche parco come forma di comunicazione con la stessa passione che avevo da bambino”.

Cosa che ha fatto in Laos, nel Vietnam e chissà in quanti altri posti, Hidetoshi da quei giorni si è allontanato, ha posato lo zaino a terra, adesso è promotore dell’artigianato giapponese, è produttore di saké, con una sigla simbolica, ‘N’, e disegnatore di gioielli insieme a Giorgio Damiani con cui ha lanciato una collezione a scopo benefico; questa è la sua ennesima vita, una delle tante, inutile dire migliore o peggiore, è come quando guardi fuori dai finestrini di un treno a lunga percorrenza: pianura, montagna, strada, viottolo, viadotto, colline, paesi, balconi; non ci sono spazi in cui il viaggio esiste e in altri no, l’ombra è casa quanto la luce.

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