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L’epica di Steven Gerrard

By 30 Maggio 2020

Oggi compie quarant’anni Steven Gerrard, un centrocampista capace di segnare un’epoca, un giocatore totalmente identificato con il Liverpool

 

Steven Gerrard è il Liverpool. Attenzione, qui non si tratta del solito discorso sulle bandiere, quelle, con buona pace degli slogan da curva, esistono anche nel calcio moderno. No, Steven Gerrard è il Liverpool nel senso che scinderli è quasi impossibile, non solo per via di diciassette stagioni passate tenendosi a braccetto ma proprio per una serie di affinità elettiva, caratteriali e circostanziali impossibili da ignorare.

Immaginare Gerrard lontano da Liverpool è così difficile che viene quasi naturale escludere la sua coda di carriera ai Galaxy, triste Buffalo Bill al circo, a sparare cannonate sotto l’incrocio e predicare calcio di altissimo livello in una terra in cui il calcio ancora non ha pieno diritto di cittadinanza. Steven Gerrard è sempre stato un Red e sempre lo sarà, probabilmente lo era persino in culla, quando veniva allattato con un biberon rosso fuoco e si addormentava con “You’ll Never Walk Alone” come ninna nanna. Di certo la vicinanza, anche fisica, è stata chiara quando ha iniziato a tirare calci a un pallone, con la casa ad appena 15 minuti di distanza dal campo di allenamento, una roba che deve aver reso decisamente più comoda la vita a papà e mamma Gerrard.

(Photo by Alex Livesey/Getty Images)

Oggi che compie quarant’anni, guardandosi indietro, è però ancora più chiaro come quella tra Stevie G. e il Liverpool non sia solo una semplice vicinanza fisica, non si esaurisca in una comunione di intenti durata tre lustri abbondanti, ma finisca quasi per diventare una completa sovrapposizione di tipi e topoi, tale da rendere sostanzialmente impossibile raccontare l’uno senza spiegare l’altro. È un fatto di gioie e, soprattutto, dolori vissuti, e di una condanna all’incompiutezza che ancora non vuole finire.

Steven Gerrard e il Liverpool sono grandi. Stevie uno dei più forti centrocampisti della sua generazione, una generazione che solo in Inghilterra ha prodotto Scholes, Beckham, Lampard. E lui, che da ragazzino non si capiva bene che cosa dovesse fare, l’esterno o il terzino, di certo non il centrocampista-rifinitore-regista-tutto che è stato. Il Liverpool una squadra da grandi imprese, rimonte pazzesche, emozioni forti. Eppure entrambi si sono scontrati contro uno scoglio enorme chiamato Premier, mai vinta. E se il Liverpool, Covid permettendo, dovesse finalmente farcela, per Gerrard non c’è più speranza.

Steven Gerrard

(Photo by Stu Forster/Getty Images)

Ora, che i Reds vincano il campionato senza il loro capitano è una cosa inaccettabile. Così tanto che alcuni tifosi hanno lanciato una petizione per tesserare Steven, che nel frattempo sarebbe impegnato ad allenare i Rangers ma tant’è, e fargli chiudere la carriera una volta per tutte da campione d’Inghilterra. Sarebbe bello, romantico, estremamente giusto. Perché Gerrard ha dato tutto se stesso al Liverpool, restando pure quando sembrava dovesse andarsene, come nell’estate del 2005, un attimo dopo aver vinto la Champions League, con un pre-accordo già firmato col Chelsea e tutte le intenzioni di forzare la cessione con la dirigenza.

Nessuno ha mai capito come andò davvero, in che modo fu possibile che dall’oggi al domani una cessione certa sfumasse nel nulla, come se non fosse mai esistita nemmeno nel mondo delle idee. Qualcuno per la verità ha ipotizzato che la repentina interruzione della trattativa potesse avere qualcosa a che fare con le frequentazioni di Gerrard, da tempo entrato in un giro di debiti di riconoscenza con personaggi poco raccomandabili di Liverpool, gangster puri che in qualche modo avrebbero influenzato la sua scelta di restare. Voci che si perdono nei vicoli dei docks, mai confermate né smentite, rimanendo sospese in quello spesso strato di nebbia che separa la realtà dalla fantasia.

Steven Gerrard

(Photo by Michael Regan/Getty Images)

Pochi mesi prima Gerrard era stato il trascinatore nella rimonta di Istanbul, aveva segnato di testa il gol dell’1-3 e si era procurato il rigore poi trasformato da Xabi Alonso per il pareggio. Con la fascia da capitano, indossata per la prima volta nel 2003, quando Gerard Houllier la tolse a Sami Hyypiä per darla al ragazzo delle giovanili. In quella Champions c’è tutta l’epica del Liverpool e di Gerrard, capaci di esaltarsi in un contesto europeo quasi come se un karma positivo avesse voluto compensare le sfighe in campionato. E non solo per la rimonta dallo 0-3 nella finale col Milan, ma anche per una qualificazione alla fase a eliminazione diretta acciuffata negli ultimi minuti dell’ultima partita del girone, in rimonta sull’Olympiakos. Con gol di Gerrard, ça va sans dire.

Gerrard è il Liverpool prima ancora di iniziare a giocare per il Liverpool. Lo è nelle motivazioni che lo spingono, per sua stessa ammissione, a fare il calciatore. Vittima collaterale del dramma di Hillsbourough, dove perse il cuginetto Jon-Paul, ha versato ogni goccia di sudore pensando a lui.

Steven Gerrard

Phil Cole /Allsport

Eppure duecentododici gol, una tripletta all’Everton nel giorno della sua 400esima presenza in Premier, una Coppa Uefa e una Champions League sono state quasi cancellate da una manciata di sventurati secondi sul finale dell’aprile del 2014: il Liverpool, lanciato verso il titolo, ospita contro il Chelsea, quando il primo tempo sembra avviato alla conclusione sullo 0-0, Gerrard, in posizione di play basso, si trova a dover gestire un pallone semplice semplice. Qualcosa però va storto, lo liscia e scivola nel disperato tentativo di recuperarlo, Demba Ba si infila in corsa e vola a segnare l’1-0.

È la fine del sogno del Liverpool e in qualche modo anche di quello di Gerrard. Perché Stevie rimane un altro anno, forse convinto di poter espiare quella colpa, di poterci provare ancora, ma la stagione seguente non andrà come previsto e si concluderà con un anonimo sesto posto. L’ultima partita del capitano sarà come sale cosparso su una ferita aperta che forse nemmeno l’eventuale titolo di quest’anno – autentica liberazione dopo trent’anni di astinenza in campionato – potrà mai guarire. Di certo non per lui, probabilmente nemmeno per la Kop.

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