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L’epopea rossonera di Berlusconi iniziò con una sconfitta

By 14 Settembre 2020
Milan Berlusconi

Il 14 settembre 1986 debutta al Meazza il Milan del nuovo presidente Silvio Berlusconi, arrivato come l’uomo della provvidenza. L’avversario è alla portata, ma non tutto va come previsto. C’è chi parla già di un bluff, di una squadra tutto marketing e poca sostanza. Cronaca di un esordio sciagurato (e della nascita di una rivoluzione molto italiana)

 

Alla metà degli anni 80 il Milan ha poco a che vedere con i fasti del passato. Sono lontani i tempi di Liedholm e di Nordahl, di Cesare Maldini, di Rivera e delle Coppe internazionali. Proprio a inizio decennio si verifica una retrocessione in Serie B per mano della giustizia sportiva, a seguito del calcioscommesse. Due anni dopo, nel 1982, la squadra retrocede di nuovo, stavolta per demeriti maturati sul campo.

Società e parco giocatori vanno ricostruiti, i tifosi devono poter sperare in un futuro radioso. Il presidente è Giuseppe Farina, imprenditore veneto con una certa esperienza. Era infatti di Farina il cosiddetto “Vicenza dei miracoli”, realtà di provincia che fino all’ultimo si era giocata lo scudetto con la Juventus nel 1978.

Dopo il ritorno in Serie A nel 1983, il Milan è una squadra da centro classifica, nulla di più. Nell’84 termina la stagione all’ottavo posto, l’anno successivo finisce al quinto, grazie soprattutto alla mano di Nils Liedholm. Il piazzamento vale il ritorno nelle competizioni europee, ma la situazione economica della società non appare buona. Neppure pessima a dire il vero, ma il Milan è nelle mire del magnate televisivo Silvio Berlusconi.

Sono i tempi della “Milano da bere” e di Bettino Craxi a Palazzo Chigi. Le emittenti della galassia Fininvest sono in espansione e i tentacoli dell’imprenditore milanese hanno diramazioni ovunque. Con un presidente come “el Berlusca” il tifo può davvero tornare a sognare. Farina è stato il tramite per ripartire, ora ci vuole – affermano i media in modo insistente – il salto di qualità. All’inizio Berlusconi tenta di smentire l’interesse all’acquisizione, ma è una tattica: in realtà le manovre di accerchiamento si fanno ogni giorno più chiare e pressanti.

Milan Berlusconi

(©ravezzani/lapresse archivio storico)

Dunque, si dice che nelle mani di Farina la società rossonera non se la passi molto bene: le casse sono quasi vuote e i debiti con le banche arrivano a una decina di miliardi. Però il valore complessivo dei giocatori milanisti è quattro volte tanto: in squadra ci sono giovani campioni come Baresi, Costacurta, Paolo Maldini, Evani, Tassotti, Stroppa, Hateley, affiancati da altri calciatori di grande esperienza come Di Bartolomei, l’inglese Wilkins, Paolo Rossi e Virdis. Poi ci sono gli immobili del centro sportivo di Milanello, più il patrimonio personale di Farina, che è comunque consistente. Dunque la liquidità ci sarebbe.

«All’epoca – dirà anni dopo lo stesso Farina – c’erano società messe come il Milan se non addirittura peggio. Eravamo in ritardo di cinque mesi con il pagamento dell’Irpef, due miliardi e mezzo in totale, non di cinque anni. Il debito complessivo della società era di 15 miliardi, mutuo federale compreso. Se andiamo a vedere bene, non erano cifre clamorose».

Televisioni e giornali accompagnano l’assedio berlusconiano. Si prepara il terreno al passaggio di consegne anche sugli spalti. Domenica 19 gennaio 1986 si gioca a San Siro Milan-Fiorentina, terza giornata del girone di ritorno. La tifoseria rossonera scandisce a gran voce il nome di Silvio e le televisioni indugiano fin troppo su due grandi striscioni che sembrano fatti apposta per favorire una certa propaganda: «Farina infame. Pagherai caro, pagherai tutto», e «Silvio, facci sognare… Fai tornare grande il Milan». Pochi minuti prima del fischio d’inizio, un gruppo di ultras entra sul terreno di gioco e srotola uno striscione dal tono garibaldino: «Berlusconi o morte».

A fine mese circola la voce che Farina avrebbe raggiunto un accordo con il petroliere Dino Armani: in cambio della maggioranza delle azioni della società rossonera, Armani offrirebbe 25 miliardi più l’impegno a coprire tutti i debiti residui. In realtà le pressioni della Fininvest e degli sponsor politici di Silvio Berlusconi allontanano presto qualsiasi forma di concorrenza, ma vincere non è ancora sufficiente. Bisogna acquisire il Milan a prezzo di fallimento.

Berlusconi Milan

Il 1° febbraio Gianni Rivera annuncia le sue dimissioni irrevocabili da vicepresidente della società rossonera e attacca il magnate di Arcore senza mezzi termini: «Nella mia posizione di tifoso del Milan mi fa ribollire di rabbia il solo pensiero che qualcuno possa volere il fallimento della società rossonera. Non possiamo permettere che questa squadra venga distrutta… Purtroppo, personalmente non possiedo i 5 o 6 miliardi necessari per tacitare tutti i creditori e continuare nell’attuale gestione, altrimenti l’avrei fatto. Ho partecipato alla trattativa e sono rimasto sorpreso dall’atteggiamento dei legali di Berlusconi, che stanno cercando in tutti i modi di far affondare il Milan e poi recuperarlo per poche lire».

Intanto la tifoseria rossonera continua a invocare l’arrivo del padrone di Canale 5. La strada è dunque spianata e il 20 febbraio 1986 l’Associazione Calcio Milan e il nuovo presidente diventano ufficialmente una cosa sola.

In estate Berlusconi annuncia un calciomercato faraonico e profetizza un Milan stellare, non soltanto in Italia. La gestione societaria è legata a un preciso piano di marketing e a forme di progressiva circolazione del marchio come non si era ancora visto. Una maglia in linea con i dettami dell’estetica televisiva, un inno nuovo di zecca, gadget di ogni tipo. Il deficit viene ripianato e il nuovo presidente presenta in prima persona gli acquisti di Roberto Donadoni, Dario Bonetti, Giuseppe Galderisi, Daniele Massaro e del portiere Giovanni Galli.

Sul momento Nils Liedholm resta sulla panchina rossonera, ma si capisce al volo che i nuovi vertici si stanno guardando intorno. Nulla di personale, il tecnico svedese rappresenta una parte importante della storia del Milan, come ex calciatore e in qualità di allenatore, ma i suoi meriti appartengono al passato. Un passato che non ha nulla a che vedere con Silvio Berlusconi. Per lasciare un segno nella storia del calcio non servono timide riforme. Ci vuole la rivoluzione. Tutto deve essere nuovo, ogni tassello del mosaico deve sorprendere.

Nel frattempo si cominciano a tagliare i rami secchi. Il portiere Terraneo va alla Lazio. Carotti, un altro pezzo importante della memoria storica, finisce al Vicenza. Fa le valigie anche Paolo Rossi: dopo un anno decisamente incolore (2 reti in 20 presenze), Pablito chiude la carriera a Verona. Anche per Hateley, Wilkins e Agostino Di Bartolomei è tempo di nuove esperienze.

Dunque, il 14 settembre di 34 anni fa tutto è pronto per l’inizio dell’avventura berlusconiana. Alla prima di campionato si affrontano Milan e Ascoli. Tutto il nuovo stato maggiore è presente all’evento. Sessantamila spettatori acclamano il nuovo presidente. Non sarebbe neanche un turno difficilissimo da superare, fra le due squadre il divario tecnico è notevole. Eppure, nonostante il pressing della formazione di casa, l’Ascoli si difende con ordine, senza concedere spazi a chi vorrebbe archiviare la pratica in fretta.

Anzi, dopo 20 minuti lo stadio Meazza ammutolisce. L’Ascoli annovera un campione a fine carriera. È irlandese, si chiama Liam Brady e negli anni passati ha vinto due scudetti con la Juventus. Su un lancio in profondità del numero 10 ascolano arriva sul pallone Barbuti, un attaccante che ha conosciuto la massima serie in piena maturità. L’anticipo su capitan Baresi è perfetto, il diagonale di prima intenzione non lascia scampo a Giovanni Galli. La squadra marchigiana è in vantaggio e vi resterà fino alla fine, malgrado il serrate rossonero per tutto il resto della partita. «Può succedere», minimizza la critica benevola. Ma quando la settimana successiva la squadra perde anche a Verona, qualcuno comincia a dubitare di questo Milan tutto “Sorrisi e Canzoni”.

Stagione di assestamento, i rossoneri chiudono al quinto posto. L’ingresso in Coppa Uefa è garantito soltanto grazie allo spareggio finale vinto contro la Sampdoria. Dal mese di aprile in panchina non c’è più Liedholm, gli è subentrato l’esordiente Fabio Capello. Poi, a qualificazione europea ottenuta, anche Capello passa la mano. Con un tecnico ancora poco conosciuto, Arrigo Sacchi, che propone proprio il gioco-spettacolo che Berlusconi ama, comincia subito una nuova era. Anche perché nel frattempo la proprietà ha garantito l’ingaggio di due campioni olandesi: Ruud Gullit e Marco Van Basten. Un bel garantire, non ci sono dubbi.

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