Feed

L’eredità di Massimiliano Allegri

By 17 Maggio 2019
Eredità di Massimiliano Allegri

Cinque anni, altrettanti campionati vinti, quattro Coppe Italia e due finali di Champions League. Se dovessimo misurare la grandezza di ciò che Massimiliano Allegri ha fatto alla Juventus utilizzando come unico metro il suo impatto sulla bacheca della società bianconera, non dovremmo nemmeno iniziare una dibattito sul tema. E invece una delle cose che rendono particolarmente affascinante il calcio e ogni discorso che gli ruota attorno è l’incredibile numero di piani di lettura a cui si può prestare. Allegri ha provato a raccontare la sua versione del gioco in un libro che già dal titolo appare come il manifesto di ogni idea espressa dal tecnico livornese negli ultimi anni: È molto semplice, il guaio è che in realtà – a volte – il pallone sa essere estremamente complesso.

Così persino lui è diventato criticabile e ha finito per aver contro la quasi totalità dei suoi tifosi, convincendo anche la società che era giunto il momento di cambiare aria. Rischiamo di ricordare Allegri più per i litigi con Adani e per il gioco non sempre esaltante della sua Juventus che per ciò che di buono ha fatto, eppure la sua eredità è tutt’altro che trascurabile. Si rimprovera ad Allegri di aver vinto solo quel che già la Juve vinceva, un campionato che ormai non esiste più, schiacciato da un monopolio che non conosce alternative, di aver fatto sostanzialmente il minimo sindacale con una rosa costruita per vincere e capace di farlo solo entro i confini nazionali, ma evidentemente ci si scorda il punto di partenza da cui è partito.

Era il 15 luglio del 2014 quando Antonio Conte lasciò il ritiro della Juventus al quale si era presentato come allenatore per il quarto anno di fila dopo il rinnovo annunciato a maggio. Senza preavviso, nel bel mezzo della preparazione estiva, la Juventus fu costretta a trovare un sostituto e si rivolse allo stesso allenatore che un anno prima non era stato troppo gentile col club torinese, reo di aver strappato lo scudetto al suo Milan con quel gol di Muntari non visto da arbitro e guardalinee. Allegri arrivò in un ambiente ostile, prese in mano una squadra spaesata e decise di affrontare una sfida che chi l’aveva preceduto riteneva improponibile: sedersi al tavolo di un ristorante da 100 euro avendone in tasca solo 10. Prese in mano un gruppo che per Conte aveva esaurito energie fisiche e psicologiche e lo rianimò.

Eredità di Massimiliano Allegri

Con quei 10 euro sbeffeggiati da Conte, Allegri andò a sedersi al tavolo del più stellato tra i ristoranti europei, centrando la finale di Champions League al primo tentativo disponibile. La stessa Juve che un anno prima si era fermata al girone, eliminata dal Galatasaray su un campo infame come non mai ma sostanzialmente incapace di chiudere prima la qualificazione in un gruppo che oltre al Real Madrid e ai turchi offriva la scarsissima resistenza del Copenaghen, si arrampicò fino alla finale di Berlino, rinforzata soltanto dagli arrivi di Morata ed Evra, di certo non rivoluzionata profondamente come secondo Conte era necessario. Trascinata da Tevez, Vidal, Pogba e dallo stesso Morata, la Juve fu capace di eliminare Borussia Dortmund, Monaco e Real Madrid, e Allegri mostrò di possedere una capacità di lettura di avversario e partite che pochi altri suoi colleghi avevano e hanno.

Se qualcuno pensava potesse trattarsi di un caso, si è dovuto ricredere due anni dopo, quando la Juventus di Allegri ha ripetuto il capolavoro arrivando a Cardiff dopo aver eliminato il Barcellona ai quarti. È vero, due finali non fanno una Champions vinta, ma non sono nemmeno esattamente la stessa cosa di un’eliminazione ai quarti e una ai gironi, e disconoscere oggi ciò che Allegri ha fatto per riportare in alto il valore del club sarebbe del tutto sbagliato. La Juve è tornata grande sul campo e nei conti, ha visto gonfiarsi i propri utili anche grazie agli incassi derivanti dalla Champions League, ha recuperato un blasone che cinque anni fa sembrava aver perso, ha iniziato persino a spendere tanto sul mercato, prendendo prima Pjanic e Higuain, poi Cristiano Ronaldo. Ma se uno come CR7 ha deciso di firmare per la Juventus, il merito è di chi ha ridato prestigio e fascino a un brand che dopo Calciopoli non era ancora tornato a luccicare come un tempo.

Cosa lascia Allegri alla Juventus? I trofei di cui abbiamo già parlato, ma non solo. Lascia una mentalità vincente anche in Europa, la consapevolezza di potersela giocare sempre alla pari con tutti, anche nelle condizioni che sembrano impossibili, come quest’anno nella rimonta contro l’Atletico Madrid e l’anno scorso in quella sfiorata col Real. Lascia un dna da camaleonte capace di adattarsi alle situazioni e agli avversari, un gruppo sano, completo e competitivo, giocatori arrivati ragazzi e diventati uomini come Bernardeschi. Certamente si può migliorare, manca ancora uno step per vincere la Champions e si può progettare di compierlo attraverso un miglioramento della qualità del gioco.

Eredità di Massimiliano Allegri

A chiunque lo seguirà, Allegri lascia la sfida di dover convincere prima che vincere, ma anche un confronto decisamente impegnativo in termini di titoli. È chiaro che la Juve, in questo 17 maggio del 2019, abbia deciso di dare una svolta alla sua storia recente, di cambiare impostazione filosofica, di provare a soddisfare la voglia di bel gioco di una platea di tifosi che a vincere e basta si è abituata e non si diverte più. Il tutto senza perdere di vista la bacheca, i risultati, la quotazione in Borsa. L

a Juve non può permettersi passaggi a vuoto, non può piantare dei semi oggi per raccogliere frutti domani. Le basi per lavorare ci sono, il problema sarà riuscire a erigere un palazzo completamente diverso senza dover distruggere le fondamenta solide su cui si è poggiata finora la costruzione della Juventus. Un problema che comunque, da oggi, non riguarda più Massimiliano Allegri. Gli juventini festeggiano quasi più che per lo scudetto, ma sotto voce c’è qualcuno che già tema di dover rimpiangere e rivalutare Max.

Gabriele Lippi

About Gabriele Lippi

Gabriele Lippi nasce a Cagliari nel 1984. Ama lo sport più del calcio, il cinema, i gatti, la birra, l'Africa e la gente che è capace di sorridere senza doversi sforzare e piangere senza vergognarsene. Curioso per natura, ha scelto di farne una professione. Ha scritto e scrive – tra gli altri – per Esquire.it, Wired, GQ.com, Vanity Fair, Rivista 11, Lettera43 e Letteradonna.

Leave a Reply

Leggi un altro articolo
Leggi un altro articolo
Dopo aver raggiunto quella che sembrava una comoda salvezza il...