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L’eroe che l’Egitto ha cancellato

By 24 Luglio 2019

Dopo aver segnato un gol all’Italia nella Confederations Cup del 2009, con il trionfo alle presidenziali di Morsi 2012 l’egiziano Homos è diventato parlamentare. Ora, però, ha dovuto abbandonare il Paese per sfuggire alle retate anti-Fratellanza: «Se tornassi al Cairo rischierei di essere fucilato».

Gli uomini che fecero l’impresa sono stati cancellati come una gomma che si accanisce sul tratto della matita. Tutto accadde il 18 giugno del 2009, poco più di dieci anni fa, in una fresca serata da canone inverso, quando l’Egitto riuscì a mettere sotto l’Italia iridata di Lippi. Alla Confederation Cup di Johannesburg segnò Mohammud Solimane “Homos” su un preciso colpo di testa che spiazzò De Rossi e Buffon. Sfogliando la formazione allenata dal baffuto Hassan Shehata si scopre, a distanza di due lustri, che quasi tutta la squadra protagonista non solo della vittoria sugli azzurri, ma anche dei tre trionfi consecutivi in Coppa d’Africa, è stata demolita. Non certo fisicamente, ma sbriciolata dal presidente laico Fattah Al Sisi. I calciatori dell’Egitto erano quasi tutti simpatizzanti del partito Libertà e Giustizia, il braccio politico della Fratellanza musulmana e del deposto (e recentemente scomparso) presidente Muḥammad Morsi.

Per anni Homos, così come gli altri senatori del gruppo, hanno infiammato le folle, tirato a piombo il blasone e disseppellito l’orgoglio sportivo dopo un lungo periodo di anonimato. Ma mentre l’allora tecnico Shehata si era sempre dimostrato un fedelissimo di Mubarak e dei poteri laici (così come Mido Hossam, il centravanti che giocò anche nella Roma), gli altri aderirono alla Fratellanza. Alcuni, come Homos, percorrendo la carriera parlamentare dopo il trionfo alle presidenziali di Morsi nel luglio del 2012. «Oggi tutto è cambiato – racconta il 40enne ex killer degli azzurri – se dopo il gol all’Italia dovevo quasi girare sotto scorta per sfuggire al calore dei fan, oggi nessuno più sarebbe disposto a stringermi la mano. Anzi, se tornassi al Cairo rischierei di essere fucilato».

Homos, il soprannome gli fu affibbiato dai compagni di squadra perché ghiotto della famosa crema di ceci, è stato spinto ad abbandonare il Paese per sfuggire alle retate anti-Fratellanza. L’organizzazione è stata inserita tra i gruppi fuorilegge dell’Egitto e l’ex centrocampista dell’Ismaily non ha trovato di meglio da fare che ripiegare con la famiglia a Khartoum, capitale del Sudan, dove si è riciclato come autista di una locale catena alberghiera. “Guadagno da vivere in maniera onesta, ed è quello che conta. Mai però avrei immaginato di finire nell’oblio per una scelta politica non condivisa dagli attuali poteri forti”.

Gli stessi poteri (forti si intende) che con un golpe militare lo scorso 11 aprile hanno portato alla caduta del sanguinario dittatore Omar Al Bashir, accolti dalla popolazione con scene di tripudio nelle principali piazze del Paese. Pochi giorni dopo però le stesse persone sono tornate in strada per chiedere ai militari di fissare una data per le elezioni, ma i soldati agli ordini del tenente Abdel Fattah Al Burhan hanno reagito sparando sulla folla. Da aprile sono soltanto cambiati i protagonisti, che però continuano a interpretare il ruolo dei carnefici. Homos annuisce, ben sapendo di essere passato dalla padella alla brace, ma non perde coraggio: «L’Africa è un continente in continuo movimento e le rivoluzioni sono all’ordine del giorno. Per non pensare a quanto sia grave la situazione mi affido al pallone, a qualche partita che gioco con alcuni veterani sudanesi, e ai ricordi. Il momento più bello della mia carriera? La stretta di mano di Lippi a fine gara. Davvero un signore. E poi la maglia di De Rossi, che custodisco ancora oggi gelosamente».

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