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L’eterna giovinezza di Kalle Rummenigge

By 25 Settembre 2020

A 21 anni ha già vinto due Coppe dei Campioni e un’Intercontinentale. A 25 è campione d’Europa e Pallone d’oro. A 30 ha vinto per due volte la Bundesliga, ha riconquistato il Pallone d’Oro ed è per tre volte capocannoniere del campionato tedesco. Compie 65 anni Karl-Heinz Rummenigge, uno dei più grandi attaccanti di tutti i tempi

Viene dalla Westfalia-Renania, esattamente da Lippstadt, dove nasce il 25 settembre del 1955. Nella sua città percorre tutta la trafila delle giovanili, a 19 anni si accorge di lui il Bayern. Fin da subito è un giocatore che vive di apparenti contrasti. È giovanissimo e di media altezza (1,80) ma possente, quasi taurino. Malgrado la struttura fisica e le movenze, il piede è insospettabilmente raffinato. Ha grande senso del gol ma sa anche mettersi al servizio della squadra. Fuori dal campo si distingue per la cortesia nei modi, ma durante i 90 minuti di gara non fa sconti a nessuno.

Alla dirigenza del team bavarese il ragazzo piace subito. Il primo anno in Bundesliga è di sostanziale ambientamento. Segna 5 gol in 21 partite ma l’allenatore Dettmar Cramer, ex paracadutista alquanto sagace sul piano tattico, non ha dubbi sulle qualità dell’esordiente. Kalle, come viene presto ribattezzato, gioca spesso in Coppa dei Campioni. Sono gli anni del grande Bayern e delle tre Champions consecutive. Nella formazione che nel 1974 batte l’Atletico Madrid al termine della doppia finale, Rummenigge non c’è. È tuttavia nella rosa del Bayern che il 28 maggio 1975 bissa il titolo, stavolta ai danni del Leeds. Ma a Glasgow il 12 maggio 1976, nella finale contro il Saint-Étienne, il futuro panzer della Nazionale tedesca è in campo. La partita finisce 1-0 e anche i francesi devono accontentarsi della seconda piazza.

(Photo by Bongarts/Getty Images)

Non è Kalle l’autore del gol decisivo ma dopo la conquista della Coppa diventa chiaro a tutti il nome della più seria alternativa a Gerd Muller in attacco. Alla fine del 1976 i bavaresi vincono anche l’Intercontinentale al termine della doppia finale con i brasiliani del Cruzeiro. Fra un trofeo e l’altro si aprono per Rummenigge le porte della Nazionale (6 ottobre 1976, Galles-Germania Ovest 0-2). Il primo gol con la maglia della Deutsche Mannschaft l’attaccante lo segna all’Italia. È un’amichevole di lusso quella che le due squadre giocano l’8 ottobre 1977 a Berlino. Vincono i tedeschi per 2-1 e quel sabato pomeriggio il giovane dalle gambe di marmo risulta incontenibile. Sarà il primo dei 45 gol in Nazionale in 95 presenze.

Ma l’anno della definitiva consacrazione planetaria è il 1980. Rummenigge vince per la prima volta la classifica marcatori del campionato tedesco con 26 gol (bissa l’anno seguente arrivando a quota 29, poi fa 20 realizzazioni nell’82-83 e 26 nell’83-84), fa suo il titolo di squadra e poco dopo diventa capitano della Nazionale. Di quella Nazionale che nella sua storia può annoverare come capitani gente come Uwe Seeler e Franz Beckenbauer. Ma agli Europei in programma in Italia il capitano tedesco è il difensore Bernard Dietz. A fare trio d’attacco con Rummenigge sono Horst Hrubesch, punta di sfondamento dai fondamentali non proprio eccelsi ma di efficacia non comune, e Klaus Allofs, capocannoniere dell’edizione italiana.  Kalle segna una volta sola ma è un gol pesante, quello con il quale si consuma una vera e propria vendetta calcistica. La Germania Ovest piega per 1-0 la Cecoslovacchia campione in carica. La squadra di Panenka e Pivarnik si era aggiudicata il titolo quattro anni prima proprio contro i tedeschi, al termine dei calci di rigore. È invece una doppietta di Hrubesch a piegare il Belgio nella finale di Roma, decretando i tedeschi campioni d’Europa per la seconda volta nella loro storia.

 

 (Photo by Bongarts/Getty Images)

Un’annata del genere non può passare inosservata. Campione di Germania e capocannoniere della Bundesliga, poi campione d’Europa. Poco da obiettare: a dicembre del 1980 France Football non può che assegnargli il primo di due Palloni d’Oro consecutivi. Ha un fratello minore, Michael, che seguirà le sue orme dimostrando ottime qualità di bomber sia con il Bayern che con il Borussia Dortmund. Ma chiamarsi Rummenigge senza essere Karl-Keinz può anche diventare una croce.

Nel 1982 tutti aspettano Kalle come protagonista ai Mondiali di Spagna. La squadra rischia di essere eliminata al primo turno, ma come spesso avviene, i tedeschi hanno bisogno di tempo per carburare, poi non li ferma più nessuno. Quasi nessuno. Dopo la semifinale con la Francia (nella quale Rummenigge, sia pure infortunato, va in gol), l’attaccante guida i suoi durante la finalissima con l’Italia. Non è nelle migliori condizioni fisiche, per di più Bergomi non lo lascia respirare. La sconfitta con gli Azzurri rappresenta una delle più cocenti delusioni in una grande carriera. L’Italia è Campione del mondo, ma lui è comunque una stella del Mundial. Tutti lo cercano, tutti lo vogliono.

Nell’estate del 1984 riesce a spuntarla l’Inter. L’idolo d’infanzia di Rummenigge era Sandro Mazzola e forse quella presenza può avere avuto un peso nella scelta. È alla soglia dei 30 anni quando arriva nel campionato italiano ed è una buona squadra, l’Inter 1984-85. Kalle fa coppia d’attacco con Altobelli. In porta c’è Zenga, al centro della difesa l’esperienza di Collovati è una garanzia, così come i numeri sulla fascia del vecchio Causio e le geometrie dell’irlandese Brady fanno spesso la differenza. Eppure l’inserimento è problematico, ci vuole un po’ di tempo per vedere nel tedesco gli stessi lampi di sempre.

Allsport UK /Allsport

All’inizio, i gol non arrivano. Rummenigge si sblocca all’ottava giornata. Il momento è il migliore per scelta di tempo e per l’avversaria che è di fronte. Nel turno precedente il Milan ha fatto suo il derby e l’11 novembre c’è Inter-Juventus. Finisce 4-0 per i nerazzurri e Kalle fa impazzire per due volte i suoi tifosi. Per fortuna dell’Inter, in Coppa UEFA il gol non tarda ad arrivare: il 3 ottobre le prime vittime sono i romeni dello Sportul Studentesc. La stagione va tuttavia in chiaroscuro: 8 reti in 26 partite e la tendenza a infortunarsi con una certa ripetitività. La muscolatura è quella di un gladiatore, ma calciatori meno prestanti di lui garantiscono maggiore continuità di rendimento.

Tra un infortunio e l’altro, il Pallone d’oro ’80 e ’81 non trova quasi mai la condizione migliore: 13 gol alla seconda stagione, 3 (in 14 presenze) alla terza. Nell’insieme il ruolino di marcia sarebbe abbastanza buono, 24 reti in 64 presenze, ma da uno come lui la Milano nerazzurra si sarebbe aspettata qualcosa di più consistente. Completa il periodo un’altra brutta delusione: perde la seconda finale mondiale consecutiva, stavolta contro l’Argentina di Maradona. È il 29 giugno 1986. Rummenigge, stavolta capitano effettivo, guida la riscossa tedesca. A un quarto d’ora dalla fine l’Argentina conduce 2-0 ed è lui a dare l’esempio ai compagni. Segna il gol che riduce le distanze a 13’ dalla fine. Il pareggio di Voeller pochi minuti più tardi gela gli avversari. Ma passano appena tre minuti e Maradona si ricorda di essere Maradona. Ripartenza veloce e un passaggio filtrante al millimetro mette Burruchaga nella condizione di segnare il gol che vale un titolo. Quella è la 95esima e ultima apparizione in Nazionale di Karl Heinz Rummenigge. Non certo la partita che lui ricorderà con più piacere.

rfc  (Photo by Bongarts/Getty Images)

Nel 1987, all’età di 32 anni, la Serie A gli dà il benservito. Lui non la prende bene e lascia l’ambiente in maniera polemica. I modi sono educati, la sostanza è poco conciliante verso l’Italia e gli italiani. Poi si trasferisce a Ginevra con gli svizzeri del Servette, squadra con la quale termina la carriera agonistica al termine della stagione 1988-89. Prima di chiudere si regala il titolo di capocannoniere del campionato svizzero con 24 gol. Dopo il ritiro dall’attività agonistica, Rummenigge lavora dal 1990 al 1994 per l’ARD, il primo canale TV tedesco, come commentatore degli incontri della Mannschaft.

Nel 1991 lui e Franz Beckenbauer vengono invitati dalla dirigenza del Bayern Monaco ad assumere la carica di vicepresidenti del club. Quando Beckenbauer diventa presidente lui rimane in carica fino al 2002, quando viene istituita la nuova divisione calcio del club, della quale diviene direttore. Con il tempo è stato responsabile stampa e delle pubbliche relazioni, dei rapporti con gli altri club e di rappresentanza in seno alle istituzioni calcistiche nazionali e internazionali. L’affabilità e le capacità diplomatiche, ma anche una sostanziale fermezza nelle decisioni hanno sempre fatto di lui l’uomo giusto nel posto giusto. Kalle Rummenigge è stato fino al 2017 presidente dell’ECA, l’Associazione dei Club Europei, organismo che rappresenta le società calcistiche a livello continentale. Insomma, uno come lui una giocata di classe la può fare anche a 65 anni da dietro una scrivania.

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