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La genesi del “Neverkusen”

By 14 Aprile 2020

A 90′ dalla fine del campionato 1999/2000 il Bayer Leverkusen è in testa con 3 punti di vantaggio sul Bayern Monaco. Sembra tutto pronto per la grande festa scudetto, ma le aspirine cadono contro il piccolo Unterhaching e perdono il titolo per la differenza reti. È la genesi della maledizione del Neverkusen, una squadra bellissima destinata a non vincere mai

 

Esistono le maledizioni nello sport, ce ne sono a decine in ogni angolo del globo. Squadre che riescono a non vincere pur trovandosi a un certo punto in una condizione di clamoroso vantaggio rispetto alle rivali, e allora arrivi a chiederti se non lo facciano quasi apposta, perché non è possibile che ogni volta, ogni maledetta volta, si incartino. Nel calcio il Benfica occupa un posto di tutto riguardo, c’è proprio anche un nome che perseguita le Aquile di Lisbona: “La Maledizione di Bela Guttmann“, l’allenatore ungherese che dopo essersene andato dopo non aver ricevuto un prolungamento del contratto sarebbe esploso in un “Senza di me in Europa non vincerete mai più per cento anni”.  Ed effettivamente le tante finali (otto) raggiunte senza completare l’opera con un titolo da parte del Benfica sono la dimostrazione di questa strana maledizione.

Ma se almeno in Portogallo il club di Lisbona qualcosa ha vinto, esistono squadre che si sono sempre sciolte sul più bello, in ogni caso, rendendosi vittime di scherni, lazzi e giochi di parole memorabili: come il Bayer Leverkusen, che esattamente vent’anni fa ha cominciato ad essere ribattezzato “Neverkusen”.

 

Un club modello

Never, “mai” in inglese, perché la squadra delle Aspirine non vinceva mai, almeno in quel periodo. Ed effettivamente, in una Bundesliga che ha distribuito parecchio i suoi Meisterschale, il Bayer invece è ancora a quota zero. Hanno almeno un titolo, per dire, società che adesso sono nelle categorie inferiori come Kaiserslautern, Stoccarda, Amburgo, Eintracht Braunschweig e Monaco 1860; oppure club che hanno avuto degli exploit come il Wolfsburg (con Zaccardo e Barzagli protagonisti) o il Colonia, mentre quest’anno chissà cosa succederà al Lipsia.

(Photo by Alexander Hassenstein/Bongarts/Getty Images)

E invece niente, a Leverkusen tanti bei piazzamenti, soprattutto: buoni per il player trading, più che altro, vero punto di forza di questo club, abilissimo nel pescare giocatori più o meno dal nulla, o semplicemente dal proprio settore giovanile, valorizzarli e rivenderli al doppio, al triplo o al quadruplo. Eccovi scodellato subito un 11 che non sfigurerebbe nemmeno adesso: in porta Leno, in difesa Emre Can (può giocarci), Lucio e Juan, a centrocampo vi buttiamo lì il poker Emerson-Vidal-Brandt-Ballack con Schurrle dietro le due punte, il coreano Son e il bulgaro Berbatov. E tralasciamo altre decine di operazioni simili.

Un club modello, insomma, con i conti più che a posto, ma a cui è sempre mancato qualcosina per entrare davvero nell’élite. A parte la Coppa Uefa del 1988, conquistata in maniera incredibile, rimontando nella finale di ritorno in casa il 3-0 subito a Barcellona per mano dell’Espanyol: Tita, Gotz e il leggendario coreano (un altro, dopo Son) Cha Bum-Kun, poi i rigori e la vittoria. Sia il brasiliano Tita che Herbert Waas, altro attaccante del Bayer, finiranno in Serie A, rispettivamente al Pescara e al Bologna, con fortune alterne. A parte quella Uefa e la Coppa di Germania del 1993, tuttavia, la bacheca del club delle Aspirine è rimasta vuoto.

 

Che squadra

Sabato 13 maggio 2000, ore 15.30: è l’ultima giornata della Bundesliga e a novanta minuti dal termine del campionato la situazione è delineata, in pratica. Bayer Leverkusen punti 73, Bayern Monaco 70: sono rimaste solo queste due squadre a giocarsi il Meisterschale, il “piatto dei campioni”. C’è poco altro da decidere, una retrocessione (alla fine andrà giù l’Ulm e si salverà l’Hansa Rostock) e l’ultimo posto per i preliminari di Champions (Monaco 1860 qualificato grazie al pareggio contro il Kaiserslautern in una sorta di spareggio). Ma anche in vetta manca davvero solo la matematica e poi sarà trionfo per il Bayer, che conquisterà la sua prima Bundesliga nella storia. E sarebbe anche meritato, la squadra ha il miglior attacco (73 gol in 33 partite), sono andati a segno 14 giocatori diversi, segno di una certa fluidità, di cui tre hanno raggiunto la doppia cifra, e ha perso appena due partite, l’ultima delle quali a febbraio, 3-1 proprio contro il Bayern Monaco.

 Ulf Kirsten (Photo by Bongarts/Getty Images)

C’è Ulf Kirsten, straordinario centravanti d’area minuto di corporatura ma incredibilmente prolifico già ai tempi in cui era un punto di riferimento della Germania Est, quando ancora esisteva la Mannschaft della Ddr, della Germania Est, lui d’altronde nato in Sassonia e diventato grande già alla Dinamo Dresda, una specie di reincarnazione di Gerd Mueller, “Der Torgarant”, “il garante del gol”, come da titolo della sua biografia.

A proposito di “storie da Ddr”, Stefan Beinlich è il secondo violino un po’ a sorpresa: elegante centrocampista offensivo mancino nato a Berlino Est, appena 19enne aveva tentato la sorte in Inghilterra con l’Aston Villa, finendone sostanzialmente rimbalzato per motivazioni fisiche. Con lui in mezzo due brasiliani molto diversi tra loro, l’esuberante Zé Roberto, ala sinistra che poi finirà al Bayern Monaco, ma soprattutto Emerson da Rosa, granitico e chirurgico nel suo lavoro oscuro, nella sua corsa da “Puma”. Sarà la sua ultima partita in maglia rossonera (il numero è il 10 ma non è proprio un fantasista) prima di diventare un punto fermo della Roma di Fabio Capello.

E poi altri personaggi, come l’attaccante Oliver Neuville, nato a Locarno da padre tedesco e mamma calabrese, e che parla benissimo italiano, molto meglio dell’idioma germanico: “Sono cresciuto in Ticino: quando ero al Servette ho imparato il francese e a Tenerife qualche parola di spagnolo. Mio padre, quando s’arrabbiava, mi parlava tedesco: io non l’ho mai imparato anche perché erano rare le volte in cui papà perdeva la pazienza”, spiegherà, riassumendo anche le tappe pre-Leverkusen.

Neuville è la punta esterna di raccordo dietro alla boa Kirsten: in alternativa dalla panchina si alza Paulo Rink, brasiliano ma di passaporto tedesco, costantemente nel giro della Nazionale in quel periodo in cui, incredibile a pensarci adesso che la Germania ha così tanta abbondanza di scelte, si faticava a trovare attaccanti decenti e occorreva affidarsi a degli oriundi. Ma è tutta la squadra in stato di grazia, a metà marzo ha vinto 9-1 in casa dell’Ulm, addirittura: il capitano è Jens Nowotny, difensore centrale vecchio stampo, grosso e fisicato, leader naturale. Accanto a lui in difesa Nico Kovac, croato, futuro allenatore del Bayern Monaco.

(Photo by Christof Koepsel/Bongarts/Getty Images)

Tuttavia il nome in rampa di lancio, la stella, il calciatore che oggi classificheremmo come quello con più “hype” è il numero 13, uno dei casi più fulgidi in Europa di “box-to-box player”; ha già vinto una Bundesliga con il sorprendente Kaiserslautern, nel 1998, ha 22 anni e si chiama Michael Ballack. Anche lui è nato in Germania Est, come Kirsten, Beinlich e l’altro, l’ennesimo, centrocampista offensivo, Bernd Schneider, nato a Jena.

L’allenatore, infine, è forse il più personaggio di tutti: è Christoph Daum, capelli biondi tagliati a scodella, baffi, tanto per cambiare originario della Ddr. Esperienza da calciatore, rivedibile, quasi nulla; da tecnico, diversi capolavori, a cominciare dalla finale di Coppa Uefa raggiunta nel 1986, a 32 anni, come vice al Colonia. E poi nel 1992, campione di Germania con lo Stoccarda. Molti alti, ma anche molti bassi assurdi, fin lì, come l’incredibile gaffe, in Coppa Campioni, quando contro il Leeds non si accorge di aver schierato quattro stranieri mentre il tetto massimo è stabilito a tre: Dubajic, Sverrisson, Knup e Simanic, gli ultimi due entrando dalla panchina. L’Uefa se ne accorge, il 4-1 del campo diventa 3-0 a tavolino per il Leeds, e si pareggia il 3-0 dell’andata a Stoccarda: dopo qualche schermaglia giuridica ci vuole uno spareggio, vinto 2-1 dagli inglesi. E per Daum un soprannome perfido da parte dei tabloid britannici: “Christoph Dumb“, cioè “stupido”. Per la cronaca Simanic non giocherà più un solo minuto con lo Stoccarda, capro espiatorio assoluto.

 

Tutto in 17,5 chilometri

Unterhaching è una cittadina di 20mila abitanti a dieci chilometri scarsi da Monaco di Baviera, una sorta di “Sesto San Giovanni bavarese”, un satellite operaio del grande capoluogo, roccaforte del Partito Socialista in una regione dove dominano i Cristiano-Sociali del Csu, cugini del Cdu (il partito di Angela Merkel, tanto per intenderci) ma se possibile ancora più conservatori. Perché, insomma, la Baviera è molto cattolica, da sempre, ma Unterhaching è una sorta di mondo “rosso” a parte.

E nel 1999 per la prima volta la sua squadra di calcio è arrivata in Bundesliga e si è già guadagnata la salvezza per la stagione successiva. E’ decima in classifica, senza più obiettivi, una meteora della Bundesliga visto che di lì a dodici mesi retrocederà in Zweite Liga per poi non risalire più: anzi, ad oggi naviga nelle categorie inferiori tedesche. E’ andata un filo meglio al club nel volley, visto che per tre volte ha conquistato la Coppa di Germania ed è arrivato secondo in campionato nel 2009 e nel 2010. Oggi la squadra di pallavolo, in compenso, non esiste più.

Leverkusen

 (Photo by Martin Rose/Bongarts/Getty Images)

L’Unterhaching è la classica squadra mantenuta in piedi dal fattore campo (su 41 totali punti fin lì ben 32 sono arrivati in casa), da un blocco di giocatori confermato dalla seconda divisione, tanta corsa e grinta: mestieranti, insomma. Le “stelle” sono l’albanese Altin Rraklli, il centravanti, e l’altro attaccante, la riserva, Andrè Breitenreiter. Più che altro sono tra i pochissimi in squadra ad aver giocato in Bundes nelle stagioni precedenti assieme all’esterno Marco Haber.

All’andata a Leverkusen era finita 2-1 per il Bayer: doppio Bradaric dopo il vantaggio iniziale di Zimmermann. Una partita col brivido, ma insomma, anche nella peggiore delle ipotesi basterebbe un pareggio alle “Aspirine” allo Sportpark, uno stadio di 15mila spettatori che quel pomeriggio soleggiato trabocca di tifosi provenienti da Leverkusen, convinti di assistere a una giornata storica, il primo titolo nazionale in 96 anni. E c’è anche Otto Schily, ministro dell’Interno (socialista, ovviamente) del governo Schroeder, primo tifoso, la carica è onoraria, dell’Unterhaching pur essendo di Bochum. Ma visto che quello è diventato negli anni il suo collegio elettorale, dove viene sempre eletto, è un bavarese adottato.

A 17,5 chilometri di distanza è praticamente scontato che il Bayern Monaco batta il Werder Brema, già tranquillo, già salvo e già qualificato alla successiva Coppa Uefa essendo arrivato in finale di Coppa di Germania, poi persa contro lo stesso Bayern, sette giorni prima.  Insomma, una squadra che non darà l’anima in quell’ultima di campionato, come del resto è probabile che faccia l’Unterhaching. Basterebbe un pari, al Bayer, ma Daum non si discosta dal suo undici-tipo, che visto ad anni di distanza è davvero ultra-offensivo: giocano Kirsten, Neuville, Zé Roberto, Ballack e Beinlich, più Schneider che, ve lo ricorderete anche al Mondiale tedesco del 2006, non è che fosse un mediano. L’unico che deve remare là in mezzo, in questo 3-4-2-1 che comunque fin lì ha dato spettacolo, è Emerson.

Leverkusen

Ze Roberto (Photo by Sebastian Schupfner/Bongarts/Getty Images)

Dopo un quarto d’ora il Bayern è già sul 3-0 (doppio Jancker e Paulo Sergio, ex del Bayer peraltro): pratica archiviata, arriverà la rete di Bode per il Werder, ma le orecchie sono tutte rivolte verso lo Sportpark. Tempo cinque minuti e arriva un boato: gol. Sì, qualcuno ha segnato, ma è l’Unterhaching, e nella maniera più inaspettata: azione nata da una rimessa laterale, rinvio della difesa del Bayer, cross senza pretese dalla trequarti destra di Schwarz verso l’area dove molti compagni stanno cercando di ripiegare per evitare la trappola del fuorigioco. All’altezza del dischetto di rigore praticamente ci sono solo giocatori ospiti, solo maglie bianche, ma forse nessuno si è preso la briga di avvisare o di dire “solo” a Michael Ballack, che in spaccata, senza nessun senso, di controbalzo manda la palla nella propria rete. Il portiere Matysek rimane di sale, Emerson corre a prendere il pallone per ricominciare subito, non bisogna lasciarsi tramortire dallo choc, mentre Ballack è ancora a terra, intontito.

La reazione ospite è pressoché inesistente. Punizione di Beinlich fuori di poco, in tribuna Rudi Voeller, direttore sportivo delle “Aspirine”, comincia a guardare l’orologio, nervosissimo. Non si sa cosa dica Daum nell’intervallo, di sicuro è che effettua il cambio che sarà la mazzata finale alle sue ambizioni e a quelle della squadra: fuori Zivkovic, uno dei tre difensori, e dentro Rink, Neuville e Zé Roberto scalano come terzini e il Bayer si consegna al contropiede dell’Unterhaching senza generare troppi pericoli. In uno di questi break arriva il 2-0: cross di Seitz e colpo di testa di Oberleitner, ex vivaio del Bayern Monaco peraltro, palla sul palo e poi in rete. Il disastro è completo: la classifica finale recita 73 punti a testa, ma titolo al Bayern per miglior differenza reti (+45 contro +38), ancora più beffarda per il Bayer.

Sugli spalti si sente quasi solo piangere, i tifosi ospiti rimangono dentro lo Sportpark anche dopo il fischio finale, è uno stadio piccolo, raccolto, la situazione era perfetta, era tutto apparecchiato per festeggiare come in una grande famiglia, e invece ecco il dramma sportivo. I giocatori dopo la doccia, prima di andare via, salutano chi li ha sostenuti, li applaudono, ma in generale si ha poca voglia di parlare e molta di piangere. “Nessuno ha parlato nello spogliatoio, c’era un silenzio di tomba”, afferma nel dopogara Daum (che pochi mesi dopo verrà silurato dopo un’accusa di uso di cocaina e di aver partecipato a orge con prostitute, bruciandosi buona parte della carriera e la possibilità di allenare la Nazionale dopo il disastroso Europeo appena concluso), mentre a Monaco città sono partiti i festeggiamenti, con Ottmar Hitzfeld, tecnico del Bayern, che ammette: “Il Bayer avrebbe meritato il titolo”. Una Bundesliga che ha cambiato padrone in un pomeriggio bavarese, a nemmeno venti chilometri di distanza, il Meisterschale pronto ad essere sollevato da Nowotny a Unterhaching e invece ora tra le mani di Stefan Effenberg, capitano del Bayern Monaco. Sedicesimo titolo di campioni di Germania per i bavaresi contro gli zero del Leverkusen.

E zero sarebbero stati anche due anni dopo quando, in poche settimane, il Bayer perderà in rapida successione la Coppa nazionale, la Bundesliga di nuovo (sprecando cinque punti di vantaggio nelle ultime tre giornate) e la Champions League a Glasgow contro il Real Madrid. Lì il concetto di Neverkusen, di squadra che non vince mai, si sarebbe sublimato in questo “Triplete alla rovescia”, ma tutto era nato in quel pomeriggio a Unterhaching.

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