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L’immigrazione è stata fondamentale per la MLS

By 14 Aprile 2019 Aprile 18th, 2019

La spinta di milioni di latinoamericani ha trasformato il soccer in una nuova versione del futbol, aiutando a crescere un intero movimento

Nella classifica dei cannonieri della Mls al primo posto si trova, in questo momento, il messicano Carlos Vela dei Los Angeles Fc, nativo di Cancùn città di vizi, mare e ubriacate. Il calciatore è uno dei tantissimi latinos del campionato statunitense, vengono soprattutto dall’Argentina ma anche dal Cile, dall’Ecuador, dal Paraguay, dalla Colombia, dal Costa Rica, dal Venezuela, dall’Honduras.

Nella Mls gareggiano alcune squadre di stati che hanno votato per Donald Trump nella corsa contro Hillary Clinton: Houston, Dallas, Atlanta, Orlando, Kansas City, Cincinnati Columbus ossia Texas, Georgia, Florida, Missouri, Ohio. Tutti sanno che Mister President in campagna elettorale aveva annunciato di voler arrestare l’immigrazione clandestina dal Messico verso gli Stati Uniti, per adesso è solo un progetto la barriera di cemento lunga circa 3100 chilometri e alta almeno 12 metri, roba che la buonanima del muro di Berlino, al confronto, è un Lego costruito male.

La muraglia dovrebbe rafforzare uno sbarramento che già esiste tra Stati Uniti e Messico, finito nel 1994 sotto la presidenza Clinton dopo essere stato iniziato da George H. W. Bush per porre un freno all’immigrazione sfrenata. Il muro, però, il Messico, così amato da quello straordinario bastardo di Sam Peckinpah nei suoi film, nel frattempo lo ha alzato pure lui al confine col Guatemala. È lungo 871 chilometri, non è continuo, ha numerose recinzioni, si chiama muro di Hidalgo e cerca di respingere i guatemaltechi in cerca di lavoro.

Il muro che divide Messico e Stati Uniti sulla spiaggia di Tijuana. Foto: LaPresse.

Scatole cinesi di dolore e di rifiuto, dunque, scatole però che se sei calciatore puoi superare senza soffrire, se sei calciatore i muri non li scavalchi di nascosto, non ti fanno paura quando li incontri nel deserto manco fossero pistole e l’ostilità si trasforma in accoglienza e in tanti tanti tanti dollari. Nei Dallas giocano nove latinos, negli Atlanta cinque, negli Houston sei, nei Kansas City cinque giusto per dare qualche numero.  Medranda, Espinoza, Elis, Quioto, Figueroa, Cabrera, Acosta, Pedroso, Dos Santos, Villalba, Escobar, Barco, giusto per citare qualche nome.

Cognomi inequivocabili, dna latino in ogni sillaba, sono quasi tutti giovani e preferiscono gli Stati Uniti all’Europa perché si guadagna bene, è più vicino casa e il campionato si sopporta meglio rispetto alle tante chiacchiere isteriche che spesso ammorbano il nostro continente. Donald Trump ha dichiarato che il soccer gli piace e che molte persone, lui incluso, non avrebbero mai pensato che si potesse sviluppare in maniera così rapida. Per il figlio preferirebbe proprio il soccer al football americano perché molto meno pericoloso.

In gioventù Donald era stato ala destra pare di buon livello nella New York Military Academy quando il soccer era più clandestino di un immigrato clandestino – se negli Usa ancora vedono noi italiani ancora come spaghetti, pizza, mafia di certo i messicani (ma i latinos in genere) non vanno molto lontano da Speedy Gonzales, il topo più veloce con la sua celebre incitazione: Yepa, yepa! Andale, andale! Arriba, arriba!

I cartoni di Speedy, nel nostro tempo impiastricciato nella melassa ipocrita delle cose che non si possono dire, sono stati accusati di dare un’immagine stereotipata dei messicani e della vita in Messico: i topi sono pigri e tracannatori di tequila, mentre l’ottimo Speedy porta un gigantesco sombrero, suona e danza in un complessino di mariachi ed è un femminaiolo.

Schelotto nella MLS

Guillermo Barros Schelotto, allenatore del Los Angeles Galaxy. Foto: LaPresse.

Speedy però ai messicani piace, e pure tanto. Se il calcio, negli ultimi anni, ha cominciato ad affermarsi negli Usa non è merito degli europei, che ci arrivano a fine carriera, ma proprio di questi calciatori che vengono dal centro e dal Sudamerica; loro trascinano la passione di milioni di latinoamericani che lavorano negli Stati Uniti e, ammirando le gesta di Vela & Company, ritrovano il fùtbol e non il più sterile soccer, il cui nome a quanto pare deriva da Association Football con l’aggiunta di -er molto in voga nel parlato.

I latinos si sentono sugli spalti, sono rumorosi, appassionati, hanno cambiato il modo di vedere uno sport considerato minore, la parlesia sudamericana adesso negli Usa è nei bar, sui posti di lavoro, per strada, nei parchi e il calcio è uno degli argomenti preferiti. Trump alla fine dello scorso anno si è schierato contro i Caminantes, centinaia di profughi (anche se molti contestano questa dicitura, dal momento che in buona cerca solo lavoro e non fugge da nessuna guerra) partiti dalla stazione degli autobus di San Pedro Sula, in Honduras, una delle città più pericolose del mondo, con quasi 200 omicidi ogni anno e covo di narcotrafficanti, obiettivo: andare verso gli Stati Uniti, per lo più a piedi o su mezzi improvvisati dalla vita e dalla morte.

In questi mesi il loro numero è aumentato, aggiungendosi gente di Guatemala, Messico e El Salvador: sono uomini stanchi, donne sfinite con neonati in braccio, bambini confusi, vecchi malinconici, scappano da fame e povertà; a temerli non è solo Trump ma lo stesso Messico che vive i Caminantes come invasori. I calciatori, però, non cercano di arrivare a piedi negli Usa ma grazie ai loro piedi. Uno ricco di talento come Gonzalo “Pity” Martinez ha rifiutato squadre come il Napoli o lo Sporting Lisbona per andare all’Atlanta United. Giocatore di venticinque anni, Pallone d’oro sudamericano, nazionale argentino, trequartista raffinatissimo, è una svolta per il calcio mondiale abituato a vedere i talenti latinoamericani migrare in Inghilterra, Spagna, Francia e Italia.

È, il calcio, negli Usa, per gli stranieri memoria del proprio paese di origine, trasmissione di identità, occasione di stare insieme, di parlare ai figli, che parlano americano, di uno sport per i latinos fondamentale. Per quelli meno giovani il soccer è ancora legato a Chinaglia e Pelè negli anni Settanta, con i Cosmos, quando il campionato statunitense era riserva indiana di glorie ormai appassite che cercavano solo di raccattare un altro po’ di danaro.

Pelè quando ancora non esisteva la MLS

Pelé con la maglia dei New York Cosmos nell’agosto del 1977. Foto LaPresse.

Le cose stanno cambiando, forse non così in fretta come dice Trump, ma si muovono. Gli sponsor più potenti hanno capito che si può investire in questo mercato proprio per la presenza massiccia dei latinos, d’altra parte l’età media di chi segue il soccer corrisponde alla stessa dei calciatori: non si va oltre i trent’anni. Campione della Mls è Atlanta United, profondo sud, quello raccontato con tragica potenza da Carson Mc Cullers e da Flannery O’ Connor nei loro libri, quello che ha visto sventolare la faccia da spiga nei campi di Trump, quello che ha visto Josef Martinez, venezuelano mezzo fallito nel Torino, segnare 55 gol in 61 partite.

Si parla da un po’ di creare un campionato nordamericano in cui dopo i nuovi arrivi delle squadre canadesi (Toronto, Montréal, Vancouver) si vorrebbero ammettere anche quelle messicane, sulla spinta del Campionato del Mondo 2026 che si terrà negli Stati Uniti, in Canada e in Messico. Quanto è lontano il 1967, quando venne fondata la North American Soccer League, l’anno successivo nei San Diego Toros, che perse in finale, giocavano il fenomenale brasiliano Vavà e il mediocre uruguagio Cirilio Fernadez. La squadra durò un sospiro, allo stadio non ci andava nessuno, si preferì chiudere. Il mondo, però, allora, era più stretto, c’erano l’Unione Sovietica, la Jugoslavia, l’apartheid e l’uomo che parlava spagnolo più famoso era Fidel Castro, oggi è papa Bergoglio tifoso del San Lorenzo.

 

Foto di copertina: Getty Images.

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