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Come lo Zenit ha cambiato Marchisio

By 19 Gennaio 2021

L’esperienza russa per Marchisio è stata la collina, l’allontanamento, il momento necessario per addomesticare il tempo e ripulirlo da rimpianti e incertezze nel freddo e nella neve tornando poi al proprio presente con una coscienza nuova, consapevole, curiosa nei confronti del futuro

Oltre sei milioni e il dieci sulle spalle: ingaggio e numero di maglia. Un valore assoluto, il primo, a garantire a se e agli altri d’essere ancora un calciatore di prima fascia, un omaggio il secondo, in onore  di un grandissimo compagno, Del Piero, costretto anche lui in qualche modo alla migrazione forzata: dell’annuncio di Claudio Marchisio allo Zenit i giornali italiani selezionavano questo, assicurandosi di indicare, in chiusura d’articolo, che lì in Russia c’era Scanavino, preparatore atletico ad elastico dello Zenit e dell’Italia di Mancini, pronto a reintegrare il calciatore e a renderlo utile tanto alla causa russa quanto alle necessità di una nazionale in modalità cantiere aperto. La voglia di sentirsi ancora un professionista e l’interesse forte dello Zenit, il cui direttore, Ribalta, con un passato nello scouting bianconero, ben sapeva dell’opportunità di ingaggiare un atleta e un uomo sopra la media: queste le motivazioni indicate da Marchisio a chi lo aspettava in un campionato, per così dire, più europeo.

C’è però qualcosa che colpisce chi scrive all’interno di una scelta meno scontata ed usuale di quanto si possa pensare: un elemento è dato dalla riflessione, un altro da un’ammissione del protagonista di questa storia. Se è vero infatti che la terra russa ed il suo massimo club in termini di spicco non erano stati lande inesplorate (si pensi alla venuta in panchina dello stesso Mancini, alle vittorie plurime di Spalletti con l’ausilio del piede fermo di Criscito su piazzati lontani e vicini), va pur riconosciuto che Claudio Marchisio fa sua, nell’approdare alla corte dell’allenatore Semak, quella scelta suggerita da Silvain Tesson ne Le foreste siberiane: abbracciare il silenzio, gestirlo, cercare di capire lontano dal proprio angolo protetto quale possa essere il poi e se ancora possa esserci l’ora, il presente, sottraendosi a qualsiasi possibilità di polemica o rivalsa nei confronti di una squadra che ha rappresentato per il calciatore piemontese la classica seconda pelle, inscindibile e necessaria: ogni dialogo è una lotta, dice Tesson, e Marchisio sembra ben saperlo.

ùPer questo il tentativo, il resonconto a sé prima delle altrui aspettative, la volontà di comprendere altrove se ancora si potesse continuare, all’interno di quella seconda situazione ancor più grande che indicavamo prima e che ha a che vedere, per testimonianza del protagonista, con un concetto antico e quasi ormai dimenticato: quello di tradimento. Si poteva restare infatti in Italia, alla corte di squadre certamente felici e disponibili, per prendere una rivincita tremenda nei confronti di quella squadra, la Juventus, che aveva aspettato il 17 agosto, con gli ultimissimi e convulsi momenti di mercato, per segnare la fine di un rapporto.

(Photo by Epsilon/Getty Images)

Non è questo però lo stile e neppura la storia, perché un amore improbabile e dovuto a quella provvidenza sempre riconosciuta dallo stesso Marchisio che vedeva coincidere l’inizio del proprio cammino in bianconero col contrappasso pagato da una società retrocessa in cadetteria, abbandonata da molti dei suoi giocatori di copertina e a tal punto bisognosa da dover pescare in una primavera quasi sempre trascurata non sarebbe forse scoppiato – allo stesso modo –  in contesti diversi: è nell’inimmaginabile che inizia il percorso, condiviso con compagni poi chiamati a carriere diverse (si ricordino almeno Giovinco e De Ceglie), in mezzo a campi grossolani e irregolari a consacrare una attesa che dura dal 1993, anno d’ingresso del nostro nel vivaio della Madama.

Un anno di prestito a Empoli, col ritorno nel calcio che conta dopo il purgatorio della B e con le difficoltà connesse all’essere giovane di belle speranze in un centrocampo che non era certo quello dei fasti del passato. Eppure una partita alla volta, tra contrasti, giocate e uno sbarco in nazionale avvenuto nel 2009 contro la Svizzera quello che sembrava un buon rincalzo e un dodicesimo uomo inizia a diventare figura nodale del centrocampo capace di brillare per intelligenza tattica, gestione del gioco e per quelle incursioni in area che sempre creano nelle tifoserie innamoramenti inguaribili, fino all’arrivo di un orologiaio capace di far funzionare a perfezione l’irregolare meccanismo bianconero: è con Antonio Conte infatti che Marchisio e i suoi compagni tornano a quella che per la società bianconera è la vittoria, unico concetto importante ed accettato a Torino.

Se dovessimo scegliere il giorno della battaglia, quello da ascrivere all’epica dei ricordi, diremmo 2 ottobre 2011, con il Milan di Allegri favoritissimo, una partita in bilico e un Claudio Marchisio ora capace, dirà poi la Gazzetta dello Sport, di fare anche i gol importanti, che prende palla ai trenta metri, scambia con un compagno, si inserisce in area, fa sembrare Bonera e Thiago Silva due turisti di passaggio in visita alla Mole ballando sulle ginocchia prima di far capitolare la sfera alle spalle di un Abbiati fino a lì portentoso e ancora trafitto al novantesimo con una sassata da fuori area che inganna mani e posizionamento in porta.

(Photo by Valerio Pennicino/Getty Images)

Eccola, la consacrazione, il punto di non ritorno, l’akmé, dicevano gli antichi greci nel contrassegnare il momento massimo della vita di un uomo, di un atleta ormai indiscutibile al netto della semplicità, dei modi e di quella nazionalità italiana sempre stonante in un paese calcisticamente innamorato dell’estero da tempi immemori. Continua Marchisio, si riconferma, colpisce l’altra squadra di Milano con un altro diagonale dei suoi e porta in trionfo la sua compagine verso uno scudetto forse a settembre impensabile, inanellandone poi altri ma diventando soprattutto – col tempo e con la saggezza – capace di adattarsi ai mutamenti richiesti dall’evolversi del sistema Juve: centrocampista d’inserimento prima, terzo di centrocampo poi con vista sulla fascia, metodista perfino nell’accompagnare la parte finale della carriera di Pirlo andando a smistare palloni e arretrando di tanti metri.

Mente e braccio, corsa e ragionamento, tutto ciò che serviva a chi, come Allegri, aveva preso il posto di Conte cercando di vincere molto facendo, come amava dire con una battuta in merito al mestiere d’allenatore, il minor numero di danni possibili. Tutto solidamente, tutto con consapevolezza e lucidità, stabilmente appoggiato a quelle ginocchia che vanno a compromettersi non in un pomeriggio qualunque, ma in una domenica di festa: la Juve mette le mani in modo sostanziale sull’ennesimo scudetto, allunga e vince quattro a zero a Palermo in uno stadio che però, al minuto quindici, deve ammutolirsi: scontro di gioco con el Mudo Vazquez, appoggio irregolare del piede, accartocciarsi dell’atleta, urla a richiamare barella e compagni, diagnosi impietosa: rottura del legamento crociato. Ė da lì che la luce inizia ad illuminare di meno il campo ed il viso con la lontananza dall’agonismo, un rientro sempre temuto ed un impiego, per così dire, responsabile, in una – forse – serpeggiante idea di mancata integrità fisica culminata poi con quei saluti frettolosi già raccontati.

(Photo by Marco Luzzani/Getty Images)

Principe della Mole, Zar di Pietroburgo: questo il rilancio, questo il nuovo gioco in un centro sportivo lontano da un altro centro, quello della città, che permetteva al calciatore, ancora parafrasando Tesson, di “occuparsi del resto: spazio, silenzio e solitudine” c’erano già. Diverso il linguaggio, ma poco importa: è universale quello del pallone, dirà il protagonista, elemento di punta di un calciomercato che consente l’ingresso a pochi e selezionati stranieri quasi in un ribaltamento romanzesco del suo campionato di provenienza.

Poche le presenze, due i gol, ma i numeri questa volta non contano niente: è il tempo che conta o meglio il suo utilizzo, all’interno di una decisione che va maturata lontano da odori e colori conosciuti e col proprio bagaglio in spalla: la vita è tutta una questione di provviste, dice Tesson, e Marchisio ne ha fatte tante lungo il suo cammino per valutare e ponderare, per capire con grande lucidità, come ammetterà lui stesso, che il corpo non sembra più in grado di assecondare la richieste della testa. Passerà il campionato, vinto ma tante volte vissuto dalla tribuna perché impossibilitato a portare il proprio contributo.

Saranno maturi i tempi e prese le scelte: in una conferenza stampa il torinese sceglierà un’altra parola precisa, parlando di rispetto. Verso se stesso sicuramenente, verso il cognome che porta sulle spalle e verso le giocate che quel cognome quando in forze è in grado di fare. Verso le squadre alle quali Marchisio non ha intenzione di rubare danaro rifiutando il famoso ricco ultimo contratto proveniente dalla America e dall’Asia. Verso il tempo forse, senza pensare, dirà, ai trentatrè o ai trentasei anni, sapendo che c’è un passo opportuno da compiere e dei momenti opportuni per compiere quel passo.

LaPresse.

Io credo che l’esperienza russa per Marchisio come per il protagonista disegnato da Tesson sia stata la collina, l’allontanamento, il momento necessario per addomesticare il tempo e ripulirlo da rimpianti e incertezze nel freddo e nella neve tornando poi al proprio presente con una coscienza nuova, consapevole, curiosa nei confronti del futuro. Qualche giorno fa mi è capitato di vedere Marchisio nei panni di commentatore sportivo: l’eleganza era la solita, la misura pure e forse pure troppa in un calcio che di questi tempi sempre troppo si presta alla clava. A lui, ora “libero di fare qualsiasi cosa in un mondo in cui non c’è niente da fare”, i migliori auguri, pensando che quell’esperienza, quella riorganizzazione del sé e quella migrazione siano state come e quanto più importanti delle volte in cui si è volati in cielo in mezza rovesciata o si è solcata la terra aprendone le zolle.

Penso che la vita dovrebbe essere solo questo: un omaggio reso da un adulto ai suoi sogni di bambino. (S. Tesson)

Spasibo Tovarish: quello russo è stato un gran silenzio.

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