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L’incompiutezza di Lorenzo Insigne

By 26 Gennaio 2020

Lorenzo Insigne non è diventato un campione perché è stato il primo a non credere nel proprio talento

All’università il 24 è un voto interlocutorio, alle porte dell’eccellenza, ma a metà del guado. E sei lìa chiederti se sei il primo degli ultimi o l’ultimo dei primi. Ecco, è lo stesso dilemma che Lorenzo Insigne, classe 1991 e 29 anni a giugno, pur essendo nel pieno della maturità anagrafico-sportiva, non ha mai risolto. Se essere un Giovinco o un Baggio. O essere un 24, uno che ci ha provato, o ha fatto finta, e non ce l’ha fatta, reuccio in patria e uno qualunque fuori.

Non l’abbiamo ancora capito noi, da sempre divisi da un paio di belle stagioni nel Napoli, grandi partite di Coppa, europea e non, e una Nazionale mai conquistata davvero. E da due anni scarsi, invece, avvolti nel contrario: mediocre nel Napoli, salvo sprazzi di bellezza, rinato con Roberto Mancini e a due passi da un europeo che potrebbe consacrarlo quasi fuori tempo massimo.

Di sicuro, però, l’incompiutezza di Lorenzo Insigne è tutta lì, nel suo essere un bello di notte e nello sciogliersi troppo spesso al sole del giorno, nel suo mostrare i muscoli (del capitano e non) quando la competizione ha corto respiro e perdersi, invece, quando continuità e sacrificio, solidità di carattere e capacità di cambiare pelle diventano fondamentali.

 (Photo by Francesco Pecoraro/Getty Images)

Lorenzo Insigne paga il suo rifugiarsi dentro le proprie certezze tecniche per salvarsi da ciò che gli allenatori hanno sempre pensato tatticamente di lui, troppo soldatino per disobbedire loro apertamente, troppo guappo per riuscire però a stare sull’attenti senza borbottare, protestare, trovare il modo di ottenere ciò che vuole.

Persino il rinnovo più difficile della sua carriera non lo ha visto in posizioni di aperta rottura, ma si registrano troppi gesti inconsulti dopo una sostituzione, atteggiamenti stizziti verso il pubblico dopo dei fischi, mezze frasi polemiche in diretta tv verso i propri mister. Lorenzo Insigne è uno che quando una città intera – va detto, ingrata: troppo spesso lo ha criticato aspramente, solo perché suo figlio – ha cominciato a fidarsi di lui, ha cambiato procuratori chiamando a sé Mino Raiola, ma senza il coraggio di andarsene. Rompendo quella già fragile alleanza.

Ecco, se si dovesse individuare una caratteristica chiara del ragazzo di Frattamaggiore, quella potrebbe essere un indolente autolesionismo, la capacità di non riuscire mai a trovare la posizione veramente giusta in campo come nel cuore di chi sta negli spalti. Quel tipico comportamento che fuori da un campo chiameremmo passivo-aggressivo di chi tiene più a tenersi un solido alibi per giustificare le proprie mancate vittorie e salti di qualità che a migliorare davvero.

(Photo by Francesco Pecoraro/Getty Images)

Lorenzo Insigne, insomma, quando i più ottimisti vedevano in lui un Roberto Baggio redivivo, dà l’idea di non aver mai creduto, lui per primo, alle proprie possibilità, al proprio talento. Altrimenti, per dire, avrebbe fatto il diavolo a quattro per raggiungere Jürgen Klopp al Liverpool, suo estimatore da anni e tra i pochi che gli avrebbero dato l’opportunitàdi andare oltre la sua comfort zone di finte, dribbling, tiri a giro. Tutti rigorosamente falliti in percentuali insostenibili per un campione, tutti tendenzialmente così ambiziosi da farti dimenticare i suoi errori quando uno di quei colpi gli riesce.

Lorenzo Insigne è riassunto perfettamente nell’ultima partita di Coppa Italia che ha giocato: Napoli Lazio 1-0, in cui allo scoccare del 100imo secondo, dopo che il suo piede destro aveva scherzato la difesa biancazzurra, la piazza dove Strakosha non può arrivare. E poi un lavoro da gregario commovente e indefesso, quasi eccessivo ma esemplare, per una squadra in crisi di valori più morali che tecnici, quella gara da capitano coraggioso che tutti gli chiedevano. Fino a una sostituzione al 77’che lo coglie esausto.

L’unico che forse ha capito davvero chi fosse – anzi chi sarebbe potuto essere – Lorenzo Insigne, è stato Rafa Benitez. Sì, è vero, è Maurizio Sarri ad averlo instradato in un ruolo e un sistema di gioco che lo rendeva centrale e allo stesso tempo deresponsabilizzato, che gli permetteva di fare sempre le stesse cose, ma a una velocità che gli altri non sostenevano, ad aver reso il taglio alto a cambiar gioco per Callejòn proverbiale, un colpo che se fosse durato ancora qualche anno avremmo chiamato la Lorenzata.

(Photo by Francesco Pecoraro/Getty Images)

Ma è Benitez che, come Ancelotti nelle prime giornate di campionato e Champions della stagione scorsa, ha provato a farlo diventare un campione e non solo un ingranaggio. Rafa lo fece segnare poco, ma bene, gli insegnò come si diventa giocatore vero, universale, europeo, costruì una tendenza al sacrificio (forse eccessiva per un corpo che deve faticare il doppio per essere all’altezza degli altri professionisti) e diede gli unici veri elementi di novità al suo gioco – la corsa senza palla, il ripiegamento difensivo, il pressing, i cambi di fascia e di campo – a quel numero 24 che fino ad allora era stato modellato solo da quel genio di Zdenek Zeman e appena accarezzato da Mazzarri, che lo guardava con diffidenza.

Benitez gli ha insegnato a obbedire e prendersi responsabilità, al dovere di cercare il colpo e di giocare con disciplina. Ci ha provato anche Ancelotti: non a caso fino a dicembre 2018 sembravamo aver finalmente assistito alla maturazione del 24, in un ruolo da centravanti arretrato, che lo faceva segnare e lo costringeva a colpi altri e alternativi, a movimenti diversi, a crescere di partita in partita.

In pochi mesi dieci gol tra Italia e Europa, assist, aperture di gioco ma poi l’Inter-Napoli dei buuu a Koulibaly espulso spegne la luce a tutti, lui compreso. Perché il ragazzo quasi mai cambia le partite e le squadre: se i suoi giocano male, lui gioca peggio. Se i suoi giocano bene, lui gioca meglio. E viceversa.

(Photo by Francesco Pecoraro/Getty Images)

Lorenzo ha limiti fisici insormontabili, va detto: quanti del suo peso e della sua altezza hanno sfondato nel calcio? Se si escludono gli dei (Maradona) fino al metro e 65 rimani dalle parti di Rui Barros e Sebastiano Giovinco. Perché le leve sono quello che sono, così come la capacità toracica, perché il calcio è (anche) sport di contatto, perché la falcata, nella progressione in velocità, conta troppo nel calcio moderno. E in generale il fisico è determinante, qui e ora.

Dei limiti caratteriali abbiamo detto, cosìcome della tendenza di non mettersi (troppo) in discussione. Abbastanza da voler accontentare un allenatore (salvo contestarlo a Dimaro e “pretendere” il suo ruolo, che poi è solo quello che Mancini, altro irregolare come lui, gli ha consegnato dandogli qualche certezza e spingendolo a rischiare), non sufficiente però a voler rischiare il grande salto. Che, va detto, gli hanno proposto in pochi (e non può essere un caso: nemmeno il buon Mino trova top team disposti a fare un buon investimento su di lui).

Abbastanza da tentare soluzioni individuali per segnare gol improbabili, non per provare, lontano dalla porta, soluzioni diverse dalle solite finte, i consueti dribbling, il proverbiale taglio, l’insistere sulla catena sarriana: va detto pure che si è trovato nella squadra ideale, in cui nessuno aveva abbastanza leadership da metterlo in discussione (il Napoli ha fatto passare Reina, Albiol e persino Hamsik da condottieri: uno ha fatto la panca al Barcellona e ha fatto bene a Liverpool, l’altro a Valencia si è fatto valere e al Real era uno dei tanti, Marek è il bravo ragazzo per eccellenza), in cui i campioni wannabe inespressi sono un marchio di fabbrica.

Lorenzo Insigne è tutto racchiuso nelle sue notti magiche: Napoli-Borussia Dortmund del 2013: a 22 anni con una punizione degna di un Diego destro fa rompere i denti al portiere di riserva dei gialloneri; la doppietta nel funesto Fiorentina-Napoli (nel prepartita fu ferito a morte Ciro Esposito) che diede la quinta coppa Italia agli azzurri, nel 2014 (con Benitez, non a caso); i 15 gol in Europa tra cui quello al Bernabeu nel 2017, nel 2018 a Parigi e a Napoli contro il Psg, oltre alla rete della vittoria contro il Liverpool futuro campione d’Europa; quest’anno il gol lampo con abbraccio all’allenatore già in bilico a Salisburgo e, appunto, Napoli-Lazio, pochi giorni fa.

 

Ce ne sono altre, ma hanno una caratteristica: il breve periodo. La tenuta mentale e atletica del campione inespresso è limitata, dal fisico e dal carattere (non a caso il suo momento peggiore a Napoli è coinciso con la sua responsabilizzazione: da quando Marek Hamsik gli ha lasciato la fascia, è diventato la controfigura di se stesso). A 29 anni forse non ha mai trovato l’allenatore giusto – stessa sorte del compagno Mertens, talento purissimo esploso solo con Sarri: se nella sua carriera il buon Maurizio fosse arrivato dieci anni prima, ora avremmo un altro Hazard) -, non ha preso (e voluto prendere) i treni della carriera che lo avrebbero portato oltre la stazione di partenza; si è sempre nascosto dietro i bronci adolescenziali invece di reagire con cattiveria agonistica.

Troppo egoista per non sbagliare troppi gol – contro la Lazio fa un capolavoro, ma in mezzo Hjsay era libero -, non si èmai accorto che l’unico momento in cui inventa è l’assist, quando non ha paura della porta e può creare senza pressioni. Non a caso lì a volte ti sorprende.

L’ultima possibilità è forse proprio Napoli-Lazio: la gara con cui recupera anche le palle difensive più difficili, le corse disperate, quel gol che in fondo è un po’ diverso dal solito, il pubblico aizzato da capitano forse significano qualcosa. O forse è solo un’altra serata di gala di una carriera che lo farà rimanere sempre e solo il primo degli ultimi. Perché a rischiare d’essere l’ultimo dei primi ci vogliono gli attributi e un’inclinazione alla battaglia che finora, il Magnifico (un giorno parleremo di quante carriere abbiano rovinato i soprannomi, secondi nella graduatoria solo ai paragoni, dal Maradona dei Carpazi in poi), non ha dimostrato.

La regola Schnetzer per chi avesse visto la prima puntata della bella miniserie televisiva La veritàsul caso Harry Quebert: la tua vita sta tutta nella squadra e nello sport che scegli al liceo, quelli dei migliori, per metterti alla prova, o quello dei peggiori, per vincere facile.

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