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L’indipendenza calcistica del Kosovo

By 14 Ottobre 2019

La nazionale kosovara che questa sera affronta il Montenegro ha trovato il suo posto sulla mappa del calcio europeo. Merito soprattutto del “maradona kosovaro” Fadil Vokrri, che ha lasciato in eredità al suo popolo la convinzione che sia possibile fare calcio ai massimi livelli anche nel punto geopoliticamente più critico del nostro continente

A Mitrovica, nord del Kosovo, il fiume Ibar taglia a metà la città, dividendo la sua parte serba da quella albanese: a nord, di fatto, si risponde ancora alle leggi di Belgrado, mentre a sud inizia un altro Stato. Il calcio, che è la rappresentazione più viva della realtà, lo conferma: oltre il ponte c’è il Fudbalski Klub Trepča, quel che resta della prima squadra dell’allora regione autonoma ad essersi qualificata alla Prima Divisone jugoslava. Una squadra all’epoca prestigiosa e multietnica, oggi relegata nelle serie minori serbe. A Mitrovica sud, invece, c’è il KF Trepça, che gioca nella seconda divisione kosovara ed è figlia dei calciatori albanesi che, nel pieno del tumulto degli anni Novanta, hanno abbandonato la squadra, dando vita a una sorta di gemella: lo stesso nome, la stessa città, la stessa tradizione mineraria, la stessa divisa neroverde, a testimonianza che, un tempo, erano una sola cosa.

Oggi due etnie diverse, e quindi due squadre diverse. Mentre settimana scorsa Prishtina, quaranta chilometri più a sud, si preparava all’amichevole dei Dardanët contro Gibilterra, la polizia impediva alla Stella Rossa di entrare in territorio kosovaro e giocare una partita di Coppa di Serbia in casa del Trepča serbo. La Fifa, che nei giorni precedenti aveva consigliato al governo kosovaro di lasciar disputare la gara, evitando tensioni, non è stata ascoltata e la partita è stata vietata, posticipata e recuperata in un centro sportivo della Federcalcio serba.

Il Kosovo è indipendente dal 2008, ma la Serbia continua a considerarlo una propria regione, oltre che la culla della sua identità nazionale, forgiata dalla disfatta della battaglia di Piana dei Merli – Kosovo Polje, appunto – del 1389 contro i turchi. Slobodan Milošević, seicento anni dopo, iniziò ad attaccare frontalmente il suo status di regione autonoma. Mentre nel resto dei Balcani iniziava a divampare la guerra, a Prishtina l’intellettuale-politico Ibrahim Rugova, che avrebbe guidato la Nazione e le sue istanze indipendentiste per quindici anni, era consapevole che l’uso della violenza sarebbe sfociato in un bagno di sangue, e organizzò la resistenza passiva.

Bersant Celina durante Inghilterra-Kosovo, partita di qualificazione per Euro 2020 giocata lo scorso 10 settembre (Photo by Clive Mason/Getty Images)

Fu dichiarata unilateralmente l’indipendenza, che diede vita a una repubblica riconosciuta soltanto dall’Albania, uno stato-ombra in cui agivano istituzioni parallele. Da un parlamento autonomo a un sistema scolastico alternativo, con insegnanti albanesi – che Milošević aveva esautorato, come altri impiegati statali di quell’etnia – fino a un nuovo sistema sanitario; tutto finanziato dall’autotassazione degli albanesi-kosovari, anche di quelli emigrati all’estero per lavorare. In quel contesto, nacque anche una Nazionale di calcio kosovara, che disputò la prima partita nel 1993, un’amichevole, ovviamente non ufficiale, persa contro l’Albania. Da quel giorno in avanti, la terra bollente su cui si estende il Kosovo avrebbe trovato nel calcio il suo termometro geopolitico.

Quando Rugova cessò di essere il primo attore nello scenario della crisi serbo-kosovara e la sua linea non violenta venne soppiantata dalle azioni di terrorismo dei paramilitari dell’UÇK, l’esercito di liberazione del Kosovo, il processo indipendentista sfociò nella guerra, che esplose in tutta la sua brutalità. Nel 2002, tre anni dopo i bombardamenti della Nato su Belgrado e la conclusione di un conflitto costato circa 13.500 morti tra entrambe le fazioni, di cui la grande maggioranza civili, il calcio tornò timidamente in scena, con un’altra amichevole tra la Nazionale locale e quella albanese. Si giocarono in tutto altre quattro partite prima dell’Indipendenza del 2008, ovviamente, nessuna delle quali da membro riconosciuto della Fifa. Tutte prima che Fadil Vokrri prendesse il controllo della Federcalcio.

Vokrri è stato un simbolo nazionale del Kosovo, e la sua grandezza non si misura soltanto in termini calcistici: negli anni Ottanta fu l’unico giocatore di etnia albanese-kosovara a vestire la maglia della Jugoslavia. Era un attaccante devastante, oltre che la punta di diamante della Gjenerata e Artë , la generazione d’oro del FC Prishtina che riuscì a conquistare la per la prima volta la promozione nella Prima Divisione jugoslava e a battere la Stella Rossa al Marakana nel 1983, in una delle partite più iconiche della storia del calcio kosovaro.

Fadil Volkrri, mito del calcio kosovaro, dal 2008 fino alla morte nel 2018 presidente della Federazione calcistica del Kosovo (foto Lapresse/EFE/Jose Mendez

I primi passi per rompere il vincolo che relegava il Kosovo nella periferia del calcio balcanico li mosse con il pallone tra i piedi, dalla sua Podujevo a Prishtina, passando anche per Belgrado, dove diventò un idolo del Partizan, negli anni in cui l’obbligo di rimanere nel territorio jugoslavo per il servizio militare lo costrinse a rifiutare un’altra maglia bianconera, quella della Juventus. Il resto lo fece dal giorno dell’Indipendenza in avanti, incaricandosi personalmente di combattere la battaglia per il riconoscimento della Nazionale kosovara, per conto di una Federazione praticamente senza budget, nel Paese più povero d’Europa e con ottantandue Stati che non ne riconoscevano l’esistenza.

Il primo step fu una lettera di petizione presentata alla Fifa, firmata da molti giocatori di origini kosovare, che in quel momento facevano parte di altre nazionali. Il massimo che ottenne, inizialmente, fu il diritto di giocare amichevoli contro squadre di altre federazioni, sotto forma di “nazionale fantasma”, senza esporre sulle divise i simboli, la bandiera e il nome dello Stato, o addirittura senza poter suonare il proprio inno prima delle partite. Il Kosovo scese in campo contro Haiti nella sua prima vera amichevole internazionale, il 5 marzo 2014. Per l’ingresso nella Fifa come Stato membro e la possibilità di giocare competizioni ufficiali, Fadil Vokrri dovette combattere altri due anni: nel settembre 2016, i Dardanët debuttarono nelle qualificazioni a Russia 2018, a Turku, contro la Finlandia.

La brevissima storia calcistica del piccolo stato balcanico aveva preso la direzione giusta, ma Vokrri non poté accompagnarlo oltre: il 9 giugno 2018 morì improvvisamente per un arresto cardiaco, a soli 57 anni. Se ne andò presto, ma non prima di aver scelto come nuovo commissario tecnico lo svizzero Bernard Challandes, l’uomo che ha costruito il Kosovo imbattuto per due anni, e che ancora oggi sta lottando per un posto ai prossimi Europei. La vera legacy di Vokrri, però, è ben più profonda e si articola su due livelli diversi: per la morte del Maradona kosovaro, infatti, si è pianto anche oltre il fiume Ibar, e oltre il confine nord. Mentre a Prishtina veniva dichiarato il lutto nazionale, a Belgrado Vokrri è stato ricordato come un pilastro da tanti suoi ex compagni del Partizan e come un idolo dai suoi vecchi tifosi grobari. In trent’anni di tragedie e relazioni conflittuali, i due Paesi più inconciliabili del Continente si sono trovati d’accordo, per un giorno, sul conto di questo monumento del calcio balcanico.

L’allenatore della nazionale kosovara Bernard Challandes (Photo by Julian Finney/Getty Images)

La seconda eredità che Vokrri ha lasciato al suo popolo è stata la convinzione che la possibilità di fare calcio ai massimi livelli nel punto più critico d’Europa, a livello geopolitico, nonostante infiniti ostacoli, esiste. Una legacy che il popolo kosovaro ha dimostrato di poter raccogliere e mantenere viva grazie alla propria passione, nella prima partita ufficiale giocata a Prishtina, contro le Fær Øer, in uno stadio restaurato e immediatamente intitolato al suo padre della patria calcistico: in un’ora, tutti i 13.500 biglietti in vendita sono spariti.

Che il Kosovo abbia definitivamente trovato posto sulla mappa del calcio europeo, lo dimostra anche il modo in cui la sua narrativa è cambiata. Soltanto due estati fa, nel grande dibattito sul gesto dell’aquila di Xherdan Shaqiri e Granit Xhaka dopo i gol al Mondiale contro la Serbia, è stato oggetto di discussione sull’identità dei figli della diaspora; oggi, è finalmente soggetto della propria storia. Anche nel calcio, è cambiato il punto di vista da cui si guarda una Nazione che non esiste più soltanto come elemento di contorno nelle storie di uomini, ma è protagonista della propria epica collettiva, mai come adesso in divenire.

Per i dirigenti della FFK la diaspora, lo scoglio che ha impedito di vestire di blu i vari Shaqiri, Xhaka e Behrami, si è trasformata in una sfida, ora che Prishtina ha una nazionale in crescita: trovare giocatori di origini kosovare in tutta Europa e convincerli a preferire la nazione dei loro genitori a quella che li ha ospitati, il più delle volte in fuga dalla guerra, dalle sue premesse o dalle sue conseguenze. Come Arbër Zeneli, attualmente il miglior marcatore della storia della Nazionale, nato e cresciuto in Svezia, Bersant Celina, centrocampista dello Swansea cresciuto in Norvegia, oppure Aro Murić, portiere del Nottingham Forest in prestito dal Manchester City nato a Zurigo da genitori montenegrini. Tutti giocatori che avrebbero potuto giocare in Nazionali più quotate e alle quali sono molto legati culturalmente, ma determinati nel profondo a costruire le fondamenta della storia dei Dardanët ai massimi livelli.

Il nazionale svizzero Xherdan Shaqiri festeggia il gol alla Serbia agli ultimi Mondiali mimando il gesto dell’aquila. (Photo by Clive Rose/Getty Images)

Circa un anno fa ho avuto la possibilità di parlare con Samir Ujkani durante il periodo della Uefa Nations League: mi raccontò che, nei primi tempi, gli era capitato di dover giocare una partita con uno stiramento ai polpacci per assenza di portieri pronti. Ora, invece, Challandes può convocare tre portieri di livello, oltre che una formazione composta quasi interamente da giocatori sotto contratto con club esteri. Lo stesso Ujkani ha dovuto fare una scelta ancor più sottile di molti suoi compagni di squadra: scegliere di giocare per il Kosovo dopo aver giocato per l’Albania.

Negli anni in cui i Dardanët non erano ancora membro riconosciuto della Fifa, tra i tifosi dell’Albania era diffuso lo slogan “jemi nje”, “siamo una cosa sola”, riferito all’auspicio di vedere uniti sotto il simbolo dell’aquila bicipite tutti i giocatori di etnia albanese sparsi per i Paesi che hanno ospitato la diaspora o in altri con consistenti minoranze. L’assenza di una Nazionale kosovara riconosciuta, inizialmente portò diversi giocatori dell’ex provincia serba a scegliere di difendere i colori dell’Albania, in virtù della fratellanza etnico-storica che li unisce. Come spiega bene Ermal Kuka in un suo articolo pubblicato su K2.0, con il riconoscimento della Nazionale del Kosovo, la neonata selezione ha finito per sfoltire le fila di quella albanese e delle sue categorie giovanili, creando inizialmente qualche tensione tra tifosi e giocatori. Quando gioca la Nazionale kosovara, la bandiera kuq e zi, quella rossa e nera albanese, che rappresenta l’identità etnica del popolo, appare sempre sugli spalti al fianco di quella ufficiale, adottata con l’Indipendenza.

Il talento, in Kosovo, sta fiorendo a vista d’occhio, ma molti problemi strutturali sono un ostacolo per uno sviluppo più organico del movimento. In un Paese in forte difficoltà economica, dove lo stipendio medio è di circa 350 euro, è ancora difficile immaginare investimenti sulle infrastrutture che darebbero i propri frutti a medio o lungo termine. Il rinnovamento dello stadio Fadil Vokrri è un primo passo significativo, in questa direzione, ma le infrastrutture sono ancora inadeguate. Anche il campionato locale è di basso livello e il passaporto extracomunitario non aiuta i giovani talenti kosovari, che avrebbero bisogno di misurarsi con contesti più impegnativi per crescere, ma che difficilmente vengono preferiti a investimenti più sicuri o meglio sponsorizzati. Non è un caso che i giocatori più forti dei Dardanët, come Milot Rashica, che ha lasciato il Kosovo a soli sedici anni per trasferirsi in Germania, abbiano beneficiato di uno scouting piuttosto preventivo e, di conseguenza, di contesti più congeniali al loro sviluppo.

Arber Zeneli, attaccante dell’Heerenveen e della nazionale kosovara. (Photo by Dean Mouhtaropoulos/Getty Images)

I club italiani hanno iniziato a tenere sotto controllo anche questa zona dei Balcani: Edon Zhegrova, fantasista ventenne del Basilea, tra i giovani più quotati del movimento kosovaro, diversi anni fa aveva partecipato a un camp del Milan, prima di essere scovato dal Genk. Il Kosovo, come tutti gli stati balcanici, è considerato un potenziale candidato all’ingresso nell’Ue, ma la strada sembra ancora lunga: ad oggi, ad esempio, e si spera ancora per poco, i cittadini kosovari non possono viaggiare liberamente nello spazio Schengen a causa della mancata liberalizzazione del regime dei visti. Sullo sfondo del calcio, nel frattempo, la questione politica rimane ricorrente: il mese scorso alcuni tifosi della Repubblica Ceca, durante la gara tra le due Nazionali, hanno fatto volare un drone con un messaggio pro-serbo sopra lo stadio Fadil Vokrri. Questa sera, invece il Kosovo ritroverà il Montenegro dopo la gara d’andata dello scorso giugno, in cui gli avversari si presentarono senza l’ex ct e due giocatori impegnati nel campionato serbo, che avrebbero boicottato la partita su pressione di Belgrado.

Finora, questi ostacoli non stanno pregiudicando il momento di grazia della Nazionale del Kosovo, che sta alzando l’asticella in maniera direttamente proporzionale alle difficoltà strutturali e ha solo motivi per guardare al proprio sviluppo calcistico con entusiasmo e ottimismo: una squadra ambiziosa, giovane, talentuosa, con un’identità di gioco definita, promossa nella terza serie della Nations League e, contro ogni pronostico, ancora in corsa per un posto agli Europei dell’anno prossimo. Tutto ciò, in un territorio vasto quanto l’Abruzzo e popolato quanto la città di Vienna. Ma soprattutto, ha una Nazionale che è la perfetta metafora dello spirito delle nuove generazioni kosovare, determinate a lasciarsi alle spalle il fantasma della guerra e a immaginare un futuro migliore per la loro Nazione. Una nuova pagina di storia da scrivere da protagonisti, dentro e fuori dal campo.

Federico Raso

About Federico Raso

Classe ’97, appassionato di Sudamerica. Dei suoi libri, della sua musica e del suo fútbol. 

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