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L’insopportabile linguaggio del calciomercato

By 4 Luglio 2019

La narrazione del calciomercato ormai assomiglia a una spy story che deve essere scritta con le regole di una serie tv, non di un film. E per arrivare a più utenti possibile ha bisogno di un vocabolario tutto particolare, dominato da cliché, periodi ipotetici ed espressioni che devono lasciare la porta aperta ai successivi sviluppi

Ogni settore ha bisogno di un proprio vocabolario. Un linguaggio tecnico, specifico, peculiare, quasi sempre impenetrabile per chi lo ascolta per la prima volta. Spesso si tratta di parole astruse, difficili da ricordare e tanto più da ripetere, di termini che grattugiano i nervi ma che fanno volare la mente grazie a una forte carica simbolica. Una vera lingua nella lingua che esclude chi è fuori, che si impara studiando o, al limite, frequentando un certo ambiente. E i neofiti si riconoscono subito, dall’uso improprio che fanno di quei termini, dall’insicurezza (o dalla leggerezza) con cui pronunciano quelle parole.

È così in tutti i settori: dal Diritto all’edilizia, dalla meccanica alla politica, dalla letteratura alla cucina, dalla finanza (anche quella più creativa) allo sport. È così in tutti i settori tranne che uno: il calciomercato. Perché la cronaca dei trasferimenti nel mondo del pallone deve essere inclusiva fino all’estremo, deve riuscire a sedurre più “utenti” possibile. E per riuscirci deve usare una logica tutta sua. Non deve affermare, ma suggerire. Non deve guidare il lettore verso un punto, una conclusione, ma deve farlo girare intorno. Ancora e ancora e ancora. Deve trasformare l’impossibile in probabile, i sogni irrealizzabili in opportunità. Fino a che annuncio ufficiale non li separi.

Fra le pagine de “Il nano“, il premio Nobel per la letteratura del 1951 Pär Lagerkvist scrive: «Sia nel presente che nel passato troviamo molte cose nobili e belle che non sarebbero mai state né nobili né belle se i poeti non le avessero cantate. Soprattutto celebrano l’amore, ed è anche giusto, perché nulla come l’amore ha tanto bisogno di essere trasformato in ciò che non è». Un concetto che trova felice applicazione anche al calciomercato. Perché uno scambio di mail fra direttori sportivi, una serie di telefonate fra agenti internazionali non basta  a suscitare interesse, a tenere incollato il tifoso al proprio smartphone. C’è bisogno di un espediente narrativo, di una trama che possa preparare il gran finale. Ogni parola, ogni titolo, ogni lancio deve far pensare che quello dei trasferimenti sia un mondo scintillate e parallelo, un salotto esclusivo di cui pochi possiedono la chiave. E l’unico modo per sbirciare dal buco della serratura è leggere quell’articolo online, sfogliare quel trafiletto sul giornale, guardare quella trasmissione in tv.

Un regno dove vige il riserbo più assoluto (o almeno così viene fatto credere), ma dove tutto va avanti grazie alle “soffiate” di procuratori, giocatori e dirigenti. Tutti dicono e non dicono, non smentiscono ma non confermano, lasciano aperte porte. Il giornalista si trasforma in una spia, in un agente segreto pronto ad annotare ogni contraddizione dei protagonisti, a classificare ogni “indizio” lasciato cadere, a investigare nascosto nell’ombra. Ma, soprattutto, l’esperto di calciomercato è una figura che rivela ai lettori quelle indiscrezioni che dovevano restare chiuse fra quattro pareti, un segreto limitato a quattro orecchie e due bocche. L’informatore (di cui spesso non è difficile immaginare nome, cognome e volto) che ha rivelato l’affare al cronista diventa una “fonte”. Le sue generalità non possono essere rivelate, la sua identità protetta, come se quella rivelazione potesse essere addirittura pericolosa per la sua incolumità.

L’importante è creare una spy-story che deve essere scritta non come se fosse un film, ma una serie tv. Perché ogni indiscrezione di mercato deve poterne generare un’altra, deve poter essere aggiornata in tempo reale. E poco importa se il tanto atteso lieto fine arriverà o meno, quello che conta è aver intrattenuto l’utente, avergli offerto un sogno che il giorno dopo prenderà il nome e il cognome di un altro calciatore.

È (anche) per questo il calciomercato ha bisogno di un suo preciso modo di comunicare, fatto di pochi tecnicismi e di tante figure retoriche in grado di entrare nella testa dell’utente, di fargli capire senza troppe perdite di tempo a che punto della trama siamo arrivati. Per riuscire nell’intento si è pescato un po’ ovunque: dal lessico militare (dal blitz all’assalto) a quello del giallo (intrighi, indizi, indiscrezioni, prove, voci), passando addirittura per quello religioso (fumata bianca, fumata nera), quello pokeristico (bluff, ha giocato su più tavoli, il club è in all in su quel giocatore, si aspettano rilanci), erotico (il giocatore è l’oggetto del desiderio di un determinato club) fino ad arrivare a quello meno ricercato e grammaticalmente ardito (il club ha fatto il difensore, in quella riunione la società ha fatto l’allenatore).

Ne deriva che quella utilizzata per raccontare il mercato dei trasferimenti è una lingua che sfida le più comuni convenzioni. Un esperanto di cliché dove le granitiche certezze dell’indicativo sono ammorbidite dai mondi del possibile del condizionale. Un linguaggio regolato da proprie leggi, dove è possibile ascoltare frasi come «Sicuramente potrebbe anche essere un’opzione possibile» (raccolta appena qualche giorno fa). Supercazzole incravattate nel tentativo di far passare indiscrezioni per notizie, espressioni che fanno sanguinare le orecchie, che mandano in autocombustione i libri di grammatica.

Roba da farti tornare in mente quella scena di Palombella Rossa, dove Nanni Moretti viene mandato in cortocircuito da una mitragliata di vocaboli infelici scelti da una giornalista. «Noi dobbiamo essere insensibili, noi dobbiamo essere indifferenti alle parole di oggi – dice Moretti – Chi parla male pensa male e vive male. Bisogna trovare le parole giuste. Le parole sono importanti».

Luca Pellegrini al momento di sostenere le visite mediche con la Juventus (LaPresse).

Ma va bene così, perché – a parte quelle pochissime realtà che hanno fatto della serietà la propria bandiera – il calciomercato è il regno del clickbait, delle notizie che se non sono proprio fake quanto meno sono diverse da come erano state raccontate nel titolo, di quelle esche che ti spingono a leggere una notizia anche se sai già che te ne pentirai, che arrivato alla fine di quelle poche righe penserai che sarebbe stato meglio non premerlo quel link, che sarebbe stato meglio non consumare quei dati dal cellulare, che sarebbe stato meglio investire il tuo tempo in altro. E non puoi neanche lamentarti, perché lo sapevi fin dall’inizio che sarebbe andata a finire così.

Nell’arco di pochi anni mittente e destinatario del messaggio di mercato sono diventati molto più legati di quanto si possa pensare. Quasi interdipendenti. Si vengono sogni in cambio di click. Ma se i sogni non costano niente (questa sì, un’espressione abusata ormai da parecchio tempo), i click fruttano eccome. Soprattutto in un momento storico dove il calciomercato è diventato una droga, una speranza a cui aggrapparsi 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Festività comprese. Perché tanto ci sarà sempre un interesse per giovane di una serie minore esotica da rilanciare, un maxi scambio da imbastire, una suggestione da spacciare. Anche se è febbraio e alla prossima finestra di trasferimenti manca ancora metà calendario. Abbiamo fame di sapere. Di conoscere il nome nuovo che vestirà la maglia della nostra squadra almeno per questa stagione.

E allora ecco che l’assenza di novità su una trattativa si trasforma in una novità buona da dare in pasto ai social media. «Non hanno pane? Che mangino brioche». Basta utilizzare la frase giusta. Come «Sta preparando l’offerta». Come «nelle prossime ore si attende il rilancio». Come «Il club ci sta pensando». Espressioni ripetute per mesi interi fino allo sfinimento. Tanto da entrare nel lessico comune, tanto da trasformare stereotipi come “rovistare nella borsetta” o “delitto efferato” in boccate di aria pura.

La sessione di mercato 2017 all’Hotel Melia di Via Masaccio di Milano (LaPresse).

Per capire come la narrativa del calciomercato si sia trasformata in un business redditizio (e neanche troppo difficile da mettere in piedi), basta moltiplicare i circa 1700 affari conclusi nello scorso mercato estivo soltanto in Serie A per il numero di aggiornamenti, anche quotidiani, che una notizia (o presunta tale) ha avuto su un solo sito. Il risultato è francamente inquietante. Soprattutto alla luce di quanto accaduto con il tormentoso tormentone che voleva Pep Guardiola alla Juventus. Un’indiscrezione (o forse sarebbe meglio parare di suggestione?) che ha fatto volare il traffico non solo verso tutti quei siti che avevano pubblicato la notizia, ma anche verso quelli che l’avevano rilanciata senza controllare le fonti.

Chi si aspettava quanto meno una maggior cautela, rischia di restare deluso. Perché il flusso è partito di nuovo e c’è solo un modo per cancellare le tracce di un insuccesso: aggiornare, aggiornare e ancora aggiornare. Non c’è alternativa, dunque, alla rassegnazione. Almeno da qui fino a settembre. Sarà un fiorire di periodi ipotetici, una continua mitragliata di ipotesi, una collezione di suggestioni. D’altra parte è pur sempre estate. La stagione degli amori, veri o millantati, la stagione dei botti di mercato, veri o neanche troppo verosimili. Da lunedì scorso fino al 2 settembre ci aspettano giorni difficili. Ecco un piccolo glossario per cercare di sopravvivere al calciomercato e non farsi trovare impreparati con gli amici.

A come Acquisto

Eden Hazard è stato pagato dal Real Madrid circa 100 milioni di Euro (Getty Images).

L’alfa e l’omega, l’inizio e la fine di tutto. L’acquisto è il mattoncino sopra il quale costruire la propria campagna estiva, i propri sogni di gloria. Essere i protagonisti del mercato non vuol dire solo rafforzare (almeno sulla carta) la rosa della propria squadra, ma lanciare un messaggio chiaro alle rivali. Perché il blasone si costruisce soprattutto con l’opulenza. Fatte salve le dovute eccezioni, ovviamente. Lo scorso anno le squadre di Serie A hanno effettuato 867 acquisti e 874 cessioni, per una spesa totale di 1 miliardo 280 milioni e 328 mila euro (nella Liga è stato speso 1.016.420.000 euro, mentre in Premier League addirittura  1.652.500.000 euro), e un saldo negativo fra entrate e uscite pari a 336.348.500 euro. E pensare che prima ancora dell’inizio ufficiale di questa finestra di mercato, nel campionato spagnolo, sono stati già spesi più di 800 milioni di euro, con il Real Madrid che ha acquistato Eden Hazard dal Chelsea per cento milioni tondi tondi.

B come Bomba di mercato

Maurizio Mosca, LaPresse.

Surreali, impossibili, nella migliore delle ipotesi inverosimili. Eppure le bombe di mercato di Maurizio Mosca hanno caratterizzato tutta la fase embrionale dei trasferimenti moderni. Le tv satellitari con i loro approfondimenti in tempo reale non erano ancora neanche un’idea, così il calciomercato era una vera e propria fiera dei sogni, dove la rivelazione di un fruttivendolo, di un amico di infanzia, di un lontano cugino riusciva a spingere il fenomeno del momento verso un determinato club. L’intrattenimento che fagocita il giornalismo grazie a una raffica di affari garantiti come imminenti, di trattative in fase di perfezionamento. Figo, Riquelme e Raul al Milan, Di Michele, Zebina e Fiore all’Inter, Overmars alla Lazio, Nonda e Jardel alla Fiorentina, Hierro alla Roma, le perle annunciate in un’unica, memorabile, puntata dal giornalista (senza dimenticare un clamoroso Alan Shearer dato ormai per imminente alla Roma). E poco importa se nessuno di questi annunci si è mai trasformato in una trattativa chiusa. Perché bastava vedere comparire Maurizio Mosca (immerso nel suo pentolone o con addosso la toga) per far scendere il silenzio in un salotto e far alzare il volume del televisore. Ricordi di un calcio che non c’è più, più ingenuo e folkloristico ma comunque meno plastificato.

C come Colpo

LaPresse.

Non una bomba capace di far saltare sulla sedia i tifosi, ma una parola buona comunque per dare un po’ di sapidità a un titolo. La qualifica di colpo non si nega a nessuno. Neanche a una riserva del Chievo o a un giovane buono per rimpolpare la rosa della Primavera di qualche club. Un contenitore che con il tempo ha iniziato a raccogliere più o meno di tutto diventando in pratica un sinonimo di acquisto. Ma infiocchettato con un pochino più di enfasi.

D come Derby di mercato

Francisco Javier Farinos è stato acquistato dall’Inter nel 2000. Per il suo cartellino il club nerazzurro ha versato 36 miliardi di lire al Valencia (Getty Images).

Non c’è metropoli calcistica che si rispetti che non abbia vissuto un derby di mercato. Vero o presunto, non importa. Perché non c’è niente che riesca ad appassionare il lettore come la possibilità (o il rischio) di contendere un colpo ai propri “cugini”. Nel 2000, ad esempio, Inter e Milan mettono gli occhi su Francisco Javier Farinos, centrocampista che con la maglia del Valencia aveva fatto stropicciare gli occhi degli osservatori di mezza Europa. A spuntarla sono i rossoneri, anche il calciatore si esibisce in un colpo di teatro improvviso finendo ai nerazzurri. «Avevo già fatto le visite mediche per il Milan come per altri club importanti che mi avevano cercato – ha spiegato in conferenza stampa – Ma ho scelto l’Inter perché è stata la squadra che ha mostrato davvero più interesse nei miei confronti. E spero di ripagare la fiducia che Moratti ha riposto in me».

Esattamente la stessa scelta che, qualche tempo dopo, farà anche David Suazo. È il 2007 e il presidente del Cagliari Massimo Cellino annuncia la cessione dell’attaccante ai nerazzurri. Il Milan, però, risponde annunciando di aver acquistato il cartellino del giocatore per 14 milioni di euro. Cellino conferma, ma il giocatore è titubante. Alla fine la punta, che non aveva firmato il contratto, sceglie di accasarsi all’Inter.

Il caso più clamoroso, tuttavia, risale al 2014. Il Cagliari è in ritiro a Sappada, la Lazio ad Auronzo di Cadore. Le due località distano pochi chilometri, così Igli Tare fa avanti e indietro per chiudere l’accordo per Davide Astori. L’affare è in dirittura d’arrivo quando ecco che si inserisce la Roma di Walter Sabatini. La trattativa chiusa con i giallorossi apre un caso e un incidente diplomatico. Tare prova a ribaltare la situazione con un viaggio notturno, ma non ha successo. «Sono pronto a dimettermi» dirà dopo aver ingoiato il boccone amaro. Poco male, però, perché in quella sessione di mercato la Lazio si consolerà con Stefan de Vrij.

E come Esclusiva

Getty Images.

Spesso preceduto dall’aggettivo “grande” o dal sostantivo “intervista” è il sale del calciomercato. Avere una dichiarazione esclusiva permette di smentire una notizia data da altri o, al contrario, di essere ripresi dai diretti concorrenti. Perché lanciare un’indiscrezione non è sufficiente, bisogna anche lanciarla prima degli altri. Così, spesso, le esclusive si trasformano in frammenti di dichiarazioni di un procuratore che non afferma e non esclude, che lascia aperta una o più piste. E anche un semplice “non commento, per favore” diventa materiale buono ad alimentare altri lanci, benzina in un motore che non si spegne per due mesi.

F come Fari spenti

Getty Images

I più romantici penseranno ai fari spenti nella notte di Lucio Battisti. I più moderni al film per Rai 1 di Anna Negri o al brano della band milanese I Ministri. E invece, nel corso degli anni, “il club ha lavorato a fari spenti” è diventato uno dei tanti tormentoni del calciomercato. Spesso alternato a “la società ha lavorato sotto traccia”, racconta una doppia verità. Da una parte c’è la bravura del direttore sportivo di mantenere segreti i suoi reali obiettivi, dall’altra il disappunto di un giornalista che si ritrova a gestire un vero e proprio buco, che vede un’indiscrezione trasformarsi in realtà senza essere riuscito a raccontarla. Particolarmente interessante è l’uso di questa espressione al presente: “la società sta lavorando a fari spenti per xxxx”, una frase buona a trasformare una trattativa segreta in un segreto di Pulcinella. Segno evidente che qualche anabbagliante deve essere rimasto (volutamente?) acceso.

G come è il Giorno di

Cristiano Ronaldo appena sbarcato a Torino (LaPresse).

I colpi più importanti, quelli che potrebbero definirsi botti di mercato, hanno bisogno di un calendario ben definito. Tutto da seguire in diretta tv, ovviamente. Si parte con l’arrivo all’aeroporto di destinazione, si prosegue con qualche immagine del calciatore che saluta e sale in auto diretto verso il centro sportivo o il luogo delle visite mediche. Nei casi più importanti è previsto un collegamento in diretta per l’aggiornamento circa l’esito dei test fisici, altrimenti si salta direttamente alle immagini ufficiali della firma del contratto. Tutto a favore di telecamera, ovviamente.

H Come Hashtag

Fassone e Mirabelli presentano l’acquisto di Leonardo Bonucci nel luglio del 2017 (LaPresse).

Il campo avrà tempo per parlare. Per primi, infatti, devono esprimersi i dirigenti, gli uomini che sono riusciti a rendere effettivo un trasferimento. Perché anche loro sono diventati protagonisti del mercato. Nel 2017 il Milan piazza 11 colpi in entrata: Musacchio, Kessié, Rodriguez, Silva, Borini, Calhanoğlu, Conti, Antonio Donnarumma, Bonucci, Biglia e Kalinic. Certo, non tutti sono effettivamente dei botti, eppure il Diavolo decide di organizzare addirittura uno show per festeggiare l’incredibile numero di nuovi arrivi. Ne esce un party molto social trasmesso Milan Tv, Youtube e soprattutto Facebook, con tanto di hashtag #APACF, “adesso passiamo alle cose formali”, il motivetto che l’a.d. rossonero Marco Fassone ripeteva prima di far firmare il calciatore di turno davanti alle telecamere. Una conferenza molto al passo con i tempi in cui i tifosi potevano addirittura fare domande in tempo reale al duo Fassone-Mirabelli. Peccato, però, che non abbia portato poi molta fortuna.

I come Indizio Social

Wanda Nara (Getty Images).

Ci sono dettagli che possono fare la differenza. Soprattutto quando di novità all’orizzonte ce ne sono ben poche. Così ecco che i profili social dei calciatori (e del loro entourage, una parola che significa tutto e niente) vengono scandagliati in continuazione alla ricerca di una dichiarazione il più equivoca possibile. E nell’ultimo periodo gli “indizi social” sono diventati dei grandi alleati per chi racconta il mercato. Basta un like a un tweet o a un post di un collega che gioca in un’altra squadra o a un tifoso per aprire una nuova “pista”. Con un po’ di fortuna ci si può anche accorgere che un calciatore ha appena iniziato a seguire una squadra che si era detta interessata alle sue prestazioni. Bingo. La notizia si è generata da sola, ora non resta che spingerla il più possibile.

L come limare le differenze fra i club

Beppe Marotta, ad dell’Inter, in visita alla sede del Corriere della Sera (LaPresse).

Il primo passo per completare il trasferimento di un giocatore è trovare l’intesa fra le due società (o almeno così dicono i regolamenti). È un percorso lungo e tortuoso, dove i tornanti del mercato rischiano di far schiantare la trattativa. Forse è per questo che i negoziati hanno cominciato ad assomigliarsi tutti: il club interessato all’acquisto “chiede informazioni” alla controparte. Poi sparisce per qualche giorno. Alla fine presenta un’offerta più bassa rispetto alle pretese economiche dell’altro club che, irritato, prende tempo. Perché il giocatore xxx deve essere venduto “solo alle nostre condizioni”. La pista si raffredda, i contatti si interrompono, tutto sembra destinato a saltare. Poi il club che aveva detto di non voler cedere fa un passo indietro e abbassa leggermente le pretese. La pista si riapre, i contatti si riallacciano, mancano solo da limare i dettagli. Alla fine i due club si incontrano a metà strada e vincono tutti.

M come Manca solo la firma

Giuseppe Signori nella sfida contro la Juventus al Delle Alpi nell’aprile 1995 (Getty Images).

Tutto fatto? Neanche per sogno. Dopo aver trovato l’accordo fra i due club serve ancora uno step. “È tutto fatto – assicurano i professionisti del settore – manca solo la firma”. Non un dettaglio da poco, anzi. Sono tante, infatti, le trattative saltate a un passo dal traguardo. Perché fino a quando non è tutto nero su bianco basta un qualsiasi imprevisto a mandare tutto a rotoli. Nel giugno del 1995, ad esempio, Cragnotti è pronto a cadere Giuseppe Signori al Parma per 25 miliardi di lire. I tifosi biancocelesti non ci stanno e si riuniscono per protestare con una manifestazione tutto sommato pacifica. Dino Zoff, allora presidente del club, mette in pausa l’operazione facendo saltare il trasferimento.

Nel luglio del 2009, invece, il Milan preleva dal Porto il terzino francese Aly Cissokho. Costo dell’operazione: 15 milioni di euro. Un prezzo tutto sommato contenuto per un esterno dal rendimento garantito. Il giocatore sbarca in Lombardia, sostiene le visite mediche, ma la sua penna non si poserà mai sul contratto. Il Milan decide di annullare il trasferimento e rispedire il terzino da dove era venuto. Il motivo? Un problema ai denti che, secondo i medici del Milan, avrebbe influito negativamente sulla postura del calciatore.

Il 31 gennaio 2013 doveva essere un giorno importante per il Pajtim Kasami. Il centrocampista svizzero, infatti, doveva passare dal Fulham al Pescara. Doveva, appunto. Perché proprio a ridosso della chiusura del calciomercato, fissata per le  19, la connessione internet dell’Ata Hotel di Milano si blocca. Il gong suona lo stesso e Kasami resta dov’è. «Non si può fare il calciomercato qui – si lamenta Mino Raiola a Sky -Non funziona l’internet, non funzionano gli ascensori, come si fa a fare un trasferimento entro le 19».

Ma c’è anche chi, invece, di firme è arrivato a metterne anche troppe. Nel 1994 Luis Figo è l’astro nascente dello Sporting Lisbona. Il 17 ottobre il portoghese, allora ventiduenne, firma un contratto con la Juventus per la stagione successiva (per lo Sporting sono pronti 6 miliardi). Poi, però, decide di andare altrove. Così Figo spedisce una lettera alla Juventus in cui dice che l’accordo è nullo e nel febbraio del 1995 firma per il Parma da svincolato. La Lega, alla fine, decide di considerare nulli entrambi i contratti mentre i due club decidono di non tesserare il calciatore per il biennio successivo. Le porte dell’Italia si chiudono (almeno per il momento) per il ragazzo, che decide di firmare (per la terza volta in pochi mesi) con il Barcellona.

N come Nodo Ingaggio

Spesso, però, a far saltare una trattativa sono anche le richieste esose da parte dei giocatori. I contratti di oggi sono estremamente complessi e sono caratterizzati da una serie di clausole e bonus sempre più precisi. Oltre ai gettoni di presenza, ai diritti di immagine, ai premi partita, ai premi in caso di conquista di un titolo, però, i giocatori avanzano pretese sempre più difficili da soddisfare. Nel giugno del 2015, ad esempio, il trasferimento di Gervinho dalla Roma all’Al-Jazira era molto più di una semplice ipotesi. Poi, però, la trattativa si è improvvisamente fermata. Tutta colpa delle richieste avanzate dal giocatore e definite “oscene” dal club. Gervinho avrebbe chiesto nell’ordine: casa di lusso, elicottero privato, una spiaggia personale e un autista a sua completa disposizione. «Per noi è meglio tirarci fuori che continuare a trattare con un giocatore che potrebbe crearci problemi nello spogliatoio». L’ivoriano ha sempre smentito queste richieste, eppure il suo trasferimento è saltato. L’anno successivo verrà ceduto in Cina.

Non è andata meglio al Besiktas, che nel 2014 aveva provato a ingaggiare Ronaldinho. Dinho si era detto pronto a considerare l’offerta del club turco, ma aveva avanzato una serie di richieste non esattamente economiche: 7 biglietti aerei al mese sulla tratta Turchia – Brasile (che potevano essere utilizzati da lui o dai suoi familiari), autista personale, un cellulare e un telefono fisso tutto pagato dal club.

Pur di convincere Samuel Eto’o a vestire la maglia dell’Anzhi, il magnate russo Sulejman Kerimov ha offerto all’ex interista uno stipendio da circa 20 milioni l’anno. E visto che l’attaccante non sembrava particolarmente propenso ad accettare l’invito, ecco che il club ha rilanciato offrendo al giocatore un attico di mille metri quadrati nel cuore di Mosca (che si estendeva su 4 piani con tanto di piscina e terrazzo). Molto più morigerato, invece, Daniel Agger. Al momento di dire sì al Brondby, nel 2014, il difensore Danese ha strappato un accordo particolare: in tutti i match casalinghi del club sarebbero stati proiettati sui cartelloni pubblicitari il nome della sua azienda di servizi igienici.

O come Ottimismo

Trattativa in fase di stallo? Niente paura, basta una dichiarazione proveniente da una delle parti per dare nuovo slancio ai negoziati. È questo il momento giusto per una professione di ottimismo. Di solito a lasciare uno spiraglio aperto al lieto fine sono personalità un po’ astratte e sfumate, racchiuse in tre parole: entourage del giocatore. Chiunque ha titolo per parlare: il procuratore, il fratello del calciatore, la fidanzata del momento, un amico di vecchia data, un biscugino laterale di Pescara. L’importante è che qualcuno ne parli, che il nome del proprio assistito ricominci a circolare il prima possibile.

P come Preparare l’offerta

Una delle espressioni più abusate nel gergo del calciomercato. Perché non c’è club che non stia preparando un’offerta per un giocatore. Una frase dal sapore infantile, quasi da fumetto. Difficile immaginare un direttore sportivo intento a cancellare e riscrivere cifre nel corpo di una mail con il sudore che gli inzuppa la fronte. Difficile immaginare un club intento a impilare monetine per farle recapitare alla sede di un altra società. Eppure “sta preparando l’offerta” funziona proprio per il suo enigma non risolto: il primo abboccamento (ma va bene chiamarlo anche summit) c’è stato oppure no? Quando verrà inviata la proposta? E se c’è voluto così tanto per prepararla, come farà l’altro club a rifiutarla? La formula perfetta per garantire ulteriori sviluppi. E altri click.

R come Ripensamento

Collegato strettamente a “Manca solo la firma”, il ripensamento è un vero e proprio pugno allo stomaco per i tifosi. Nel 2008, la Roma di Luciano Spalletti termina il campionato stabilendo il proprio record di punti in Serie A (82). Troppo pochi, comunque, per strappare lo scudetto all’Inter. I giallorossi si consolano con una Coppa Italia e cercano di disegnare un undici titolare capace di strappare lo scettro ai nerazzurri. Per riuscirci cedono Amantino Mancini, e lavorano per portare a Trigoria un sostituto all’altezza. Il nome caldo è quello di Adrian Mutu, reduce da un’ottima annata con la Fiorentina. Pradè parla con Corvino e offre poco meno di 20 milioni per l’attaccante romeno. Il ds Viola accetta l’offerta, ma a Firenze scoppia la protesta. Mentre i tifosi contestano la società, Cesare Prandelli mette la dirigenza con le spalle al muro: se Mutu parte, il tecnico rassegnerà le dimissioni. Il clima è rovente, così Corvino decide di soprassedere. La Roma ripiegherà sull’accoppiata Julio Baptista – Menez. Non esattamente la scelta migliore.

Ma la letteratura sui convertiti sulla via di Damasco è pressoché sterminata. Il 31 gennaio del 2017 la Roma cede Gerson al Lille con la formula del prestito fissato a 5 milioni e un riscatto (obbligatorio dopo un certo numero di presenze) per 13 milioni dopo 18 mesi. Il giocatore prende l’aereo da Ciampino, vola in Francia, ma appena sbarcato ci ripensa e torna a Roma. Dopo pochi mesi, a giugno, era stato il turno di Kostas Manolas. Il greco aveva trovato l’accordo con lo Zenit San Pietroburgo (4 milioni netti a stagione), ma dopo aver chiuso la trattativa aveva deciso di rovesciare il tavolo perché non voleva essere pagato il rubli. Esattamente la stessa disavventura capitata a Luiz Adriano, che dopo aver sostenuto le visite mediche con il Jiangsu Suning non ha trovato l’accordo con il club ed è tornato a Milano.

Il caso più clamoroso, però, riguarda Kakà. A gennaio del 2009 l’asso brasiliano viene ceduto al Manchester City per circa 115 milioni di euro (e uno stipendio da 500mila euro al mese). Secondo i media arabi lo sceicco Mansour aveva confidato agli amici di avere “il gatto nel sacco”, ma non aveva fatto i conti con Silvio Berlusconi. Dopo una incredibile contestazione dei tifosi a via Turati il Cavaliere decide di fermare tutto in diretta tv. Kakà si affaccia dalla finestra di casa con la sua maglia del Milan in mano e ringrazia i suoi tifosi. Più tardi dirà di non essere stato convinto del progetto del City. Partirà 6 mesi più tardi (direzione Real Madrid) per molti meno soldi.

S come Scegliere casa

La narrazione di ogni grande trasferimento ha bisogno di qualche dritta da parte degli agenti immobiliari. Non c’è calciatore di livello mondiale che non abbia preso casa da qualche parte durante una trattativa. Da Ronaldo il Fenomeno che aveva già scelto il suo appartamento nella capitale fino a un prospetto buono per la Serie B, la stagione che va da giugno a settembre è scandita dal boom del mercato immobiliare. E non vale solo per gli acquisti di appartamenti di lusso. Sono tante, infatti, le notizie che raccontano come un allenatore o un giocatore abbia disdetto con largo anticipo il suo contratto di locazione perché sicuro di cambiare aria.

L’arrivo di Luis Enrique a Roma, invece, diede vita alla notizia opposta. Il tecnico aveva infatti chiesto consiglio su dove alloggiare a Iván de la Peña, uno che nella capitale ci aveva giocato. Il centrocampista, però, suggerì al tecnico di prendere casa all’Olgiata, splendido quartiere residenziale alle porte della città. Peccato, però, che de la Pena aveva giocato nella Lazio e che, quindi, l’Olgiata fosse l’ideale per andare agli allenamenti a Formello, non certo a Trigoria.

T  come Tutto può ancora succedere

Versione negativa di “Manca ancora la firma”, viene spesso usata quando una trattativa è quasi naufragata ma si vuole tenere comunque una porta aperta. E purtroppo è vero: da qui a settembre può succedere di tutto.

U come Ufficiale

La liberazione da un lungo incubo. Il club ha preparato l’offerta, l’ha presentata all’altra società, hanno limato le differenze, hanno sciolto il nodo ingaggio del giocatore, hanno annunciato che mancava solo al firma e, dopo una lunga telenovela, hanno messo nero su bianco questa benedetta firma. Ora i tifosi possono finalmente festeggiare. O disperarsi.

V come Volo

La narrazione in tempo reale del calciomercato ha finito per dare grande spazio agli spostamenti di un giocatore sul punto di essere ceduto. Le notizie sull’imminente firma del campione, o presunto tale, di turno vengono corredate da una serie di informazioni sul volo che lo porterà verso la sua nuova avventura. Eppure durante questi piccoli viaggi i giocatori hanno spesso cambiato idea all’ultimo minuto. O sono stati richiamati indietro dal club di appartenenza. Il 31 gennaio del 2013, ad esempio, Maarten Stekelenburg aveva salutato i suoi compagni ed aveva fatto le valigie per Londra. La Roma aveva chiuso la trattativa per la sua cessione al Fulham e il portiere era diventato di troppo. Solo che mentre l’estremo difensore olandese vola verso Londra, la Roma non riesce a trovare l’accordo con la Fiorentina per Viviano. Il mercato in Italia è chiuso, quindi appena Stekelenburg sbarca in Inghilterra gli arriva un sms che gli ordina di tornare indietro.

L’anno precedente Dimitar Berbatov aveva fatto addirittura peggio. La Fiorentina aveva definito un accordo con il Manchester United (scambio di contratto condiviso, prima rata del corrispettivo in pagamento e garanzia fideiussoria per la seconda rata già sottoscritta) per il suo passaggio in Viola. Il club gigliato compra un biglietto all’attaccante bulgaro per arrivare in Toscana e sottoporsi alle visite mediche di rito. Ma Berbatov, in Toscana, non ci arriverà mai. L’attaccante fa scalo a Monaco di Baviera e scompare. Dopo qualche ora Marotta annuncia che la punta è un giocatore della Juventus. La Fiorentina non gradisce e punta il dito contro i bianconeri, etichettando gli inserimenti dei rivali come “operazioni spericolate e arroganti di altre società, che niente hanno a che fare con i valori della correttezza, del fair play e dell’etica sportiva e che si collocano oltre i confini della lealtà”. Di Berbatov, però, a Torino non c’è traccia. In serata l’attaccante comunicherà al club bianconero di aver scelto di Fulham.

Nell’estate 2018, invece, Monchi si era accordato con il Bordeaux per l’acquisto di Malcolm. Quaranta milioni e la promessa brasiliana avrebbe salutato la Francia per accasarsi a Roma. Il suo aereo doveva atterrare nella Capitale in serata, poi le voci su un possibile ritardo hanno cominciato a farsi sempre più insistenti. L’arrivo era stato posticipato prima alle 23, poi alle 23.40. Malcom, però salirà su un altro aereo. Stavolta in direzione Barcellona.

Z come Zero acquisti

Acquistare sul mercato non vuol dire solo rafforzare la squadra. Significa anche lanciare un messaggio alle inseguitrici e ai propri tifosi. Il calciomercato, al di là della mole infinita di fake news che genera in tutto il mondo, funziona perché crea delle dinamiche tutte particolari fra un club e i suoi fan. Comprare un giocatore vuol dire comprare l’illusione di un grande colpo, l’idea che tramite il nuovo acquisto la squadra possa crescere sia sotto il profilo delle ambizioni che sotto quello del blasone. Le trattative riescono a tenere incollati allo schermo dello smartphone o del pc milioni di fan in tutto il mondo facendo leva su un sentimento ben preciso: la conoscenza vera o presunta del giocatore stesso da parte dei tifosi. Tutti possono esprimere un parere, parlarne con gli amici e i colleghi, sbizzarrirsi nel trovargli un posto in campo.

Ma, cosa più importante, tutti possono fantasticare a occhi aperti, sperare che l’acquisto di un giovane talento si riveli azzeccato per la crescita della squadra, sbilanciarsi in previsioni di rendimento che verranno puntualmente smentite. Seguire il mercato e i suoi sogni è una delle poche cose gratuite che sono concesse ai tifosi. Ed è anche per questo che la sua narrazione ha acquistato sempre più importanza. Ma comprare, poi, ha davvero tutta questa importanza? Il caso del Tottenham, che con zero acquisti è arrivato in finale di Champions League suggerirebbe di no. Ma questo è un discorso che è meglio non si sappia in giro.

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